Intervista a Muin Masri

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Muin Masri

Muin Masri

Muin Masri non vuole definirsi uno scrittore ma piuttosto un racconta storie, la definizione di autore dice stargli stretta. E forse lo è, i suoi libri sono favole come quelle che la mamma potrebbe raccontare a propri bambini. Ma dentro queste storie c’è tutto l’amore e la passione di una terra che si conosce troppo per le guerre ed i gesti estremi ma mai per le persone senza voce che subiscono un’occupazione che dura da anni. Il suo ultimo lavoro è “Io sono di là” (Tracce Diverse) in cui ci accompagna nelle proprie memorie e tra le persone della famiglia palestinese dal quale si è staccato anni fa, strappandoci una riflessione ma anche un sorriso. Abbiamo raggiunto l’autore ad Ivrea, dove vive, e ci ha concesso questa intervista senza nemmeno volerla rivedere prima della pubblicazione rivelando una persona di impeto, che fa le cose di getto senza pensarci due volte. Speriamo di aver reso le sue parole al meglio!

La prima domanda è il solito clichè, partiamo dall’autore e vediamo chi è Muin Masri? Nel tuo sito (che citeremo) dici di essere un palestinese confuso, perché?

Credo di essere confuso perché voglio capire dove sta la verità. Sai, siamo spesso convinti che quello che vediamo e che ci raccontano sia vero, ma molte volte questi insegnamenti possono venire meno. La confusione quindi nasce quando rimani perplesso, quando, sapendo che le cose stanno in una maniera diversa, non sai come dire che non è così. Non mi definisco uno scrittore, è una cosa troppo tecnica e selettiva, piuttosto un racconta storie un po’ per la tradizione orale del mio paese, un po’ perché mi piace raccontare ed ascoltare come ascoltavo le storie che mia madre raccontava a noi bambini. In Palestina si racconta tanto anche perché c’è molto analfabetismo e quindi quel poco che ci tramandiamo lo facciamo in maniera orale. Aggiungerei che scrivo perché credo che sia giusto raccontare un po’ la storia della mia gente, di gente che è veramente vissuta e che non è solo un numero che appare nella cronaca nera come si conosce qui. Per gli europei noi palestinesi siamo solo numeri, quanti morti, quanti vivi, quanti kamikaze. Scrivo per pagare forse un debito che ho verso le persone che sono rimaste là. Mi sento in pace con me stesso.


Perché in pace con te stesso?

Perchè non è facile stare qui, stare bene e vedere le persone che stanno là lottare per vivere. Vorrei che stessero come me.

Quando e come scrivi?

Spesso molte storie escono a voce in compagnia con gli amici. Scrivo molto rapidamente. Il primo romanzo – “Racconti?”, editrice Scriptorium N.d.R. – è nato in 5 giorni. Il secondo – “Le mutande nere”, editrice Scriptorium N.d.R. –  in due mesi, quindi in un periodo di tempo molto corto. L’ultimo è il frutto di un’idea che avevo in testa da 5 anni ed è stato tutto profondamente meditato. Un giorno mio foglio mi chiese spaventato di Bin Laden, da quella domanda ho voluto scrivere qualcosa che parlasse di religione e che mettesse in luce le differenze. Mediamente scrivo di notte ma la storia non la rileggo, se devo sistemarla la cambio e ricomincio da capo. Pensa che l’ho anche detto al primo editore, che non avrei cambiato nulla. Quest’ultimo però mi ha un po’ convinto e ci sono stati alcuni ritocchi nell’ultimo libro.

Forse adesso si spiega la freschezza del tuo stile. Gli italiani sanno essere talmente pomposi e studiati…

Credo che mi abbia aiutato il non essere italiano, mi ha permesso di scrivere una storia di getto senza perdermi in troppo lavoro e conferendo alla storia il vigore che doveva avere.
Ma non penso comunque a me come scrittore. Sto bene quando ho scritto ma non mi interessa se si vende. I libri si stanno vendendo bene, chiamano molto per interviste, anche ricercatori e persone che vogliono capire il dramma della Palestina.


Prendendo il tuo ultimo libro, quel bambino e quelle storie dello zio fanno sempre parte di quel diario dell’emigrante che definisci nel tuo sito?

Si, si parla della mia famiglia. È … quasi… tutto vero.

Quindi  quello zio poi esiste davvero?

Si si esiste, o meglio, è esistito. Ed era anche più cattivo. Ho cercato di renderlo umano. Si è venduto tutto, anche l’anima. Se tutto quello che ha fatto l’avesse fatto a fin di bene sarebbe stato una persona più che meravigliosa. Ma poi era una persona cinica come tante, sai quante ce ne sono qui ed anche là? Appena c’è un problema se ne approfittano.


C’è tanta ironia nelle tue storie (sempre in questo romanzo, lo zio sepolto con il cane è un esempio). Che cosa significa per te l’ironia?

Il popolo palestinese è forse il più ironico del mondo, forse per dimenticare le cose che vive. Se hai visto “La vita è bella” di Benigni, trovi un esempio di ironia come la intendiamo noi:  trattare le cose in maniera ironica per andare avanti nonostante tutto. Ridere o morire. Tutti pensano che i palestinesi, per quello che vivono tutti i giorni si alzano inca***ti neri e vanno a dormire sempre inca***ti neri, ma sanno ridere e scherzare. Ma non è solo indole del mio popolo, un po’ di questa ironia l’ho acquisita da esperienze vissute qui.

C’è già un nuovo lavoro in cantiere?

C’è un lavoro sulla prigione per far capire ai miei figli il suo significato che è un po’ diverso di come la si intende qui.  Noi diciamo che la prigione è un fiore che si deve annusare per capire che profumo ha. Pare che siamo tutti malviventi vero? Ma la questione è un po’ più complessa, molti di noi, anche in giovane età vanno a dimostrazioni e spesso si viene arrestati in retate della polizia ritrovandoci in galera nostro malgrado per giorni. Nelle nostre prigioni non solo ci sono le celle ma, per il fatto che ci possono essere bambini, ci sono anche scuole ed insegnanti. Prima o poi tutti ci passiamo almeno una volta. Pensa che in Israele c’è la legge che permette l’arresto senza motivi e per i primi 14 giorni la polizia non è nemmeno tenuta ad informare la famiglia. Quindi per quei giorni nessuno potrebbe sapere dove sei. Cercherò di raccontarla al meglio ma non so ancora come verrà sulla carta.

Sul tuo sito ci sono poesie, è un’evoluzione o un completamento?

Gli Arabi in generale non si dilungano, hanno tutto corto, forse perché il domani è difficile cerchiamo di essere brevi e la poesia incarna in poche parole un concetto grande.

Letteratura araba com’è?

Tutto a metafore. Anche la religione è a metafore e pare tutto una favola. I giapponesi e cinesi scrivono così. Sono storie vere, ma ci piace raccontare facendo uso di allegorie e far sembrare la vicenda una fiaba, le poesie arricchiscono questa maniera di scrivere.

Cosa vorresti che rimanesse nel lettore una volta che finisce uno dei tuoi libri o racconti?

Vorrei solo che si pensasse senza giudicare troppo. Voglio solo che i lettori riflettano sullo scenario che scrivo. C’è sempre tempo per giudicare. Abbiamo il problema che siamo sempre troppo veloci nel saltare alle conclusioni. Molte volte, anzi troppe, giungiamo subito ai risultati giudicando un evento che succede senza capire o entrare le merito delle cause. In tutti i miei libri non do mai giudizi, voglio solo che il lettore capisca.

Perché hai scelto come mezzo proprio il racconto? Altri sono venuti in Italia e hanno scritto per i giornali, perché proprio storie? Non hai mai voluto scrivere un saggio?

Per fare una cosa del genere uno deve avere tempo e studiare. Penso che molti giornalisti qui scrivono quello che la gente vuole sentire senza essere così fedeli sulla propria origine. Li considero come gente che vuole compiacere senza essere coerenti per essere accettati.
Ma prima o poi credo che un saggio sul pensiero palestinese lo faccio. Ci vuole calma.
Edward Said – noto pensatore palestinese mancato nel 2003 N.d.R. – scriveva davvero sul pensiero palestinese scatenando sia il mondo arabo che l’occidentale. Questi giornalisti arabi scrivono facendo danni e senza essere nemmeno fedeli alla loro origine raccontando bugie. Sono qui da venti anni e ho scoperto che spesso ribalto luoghi comuni costruiti da gente di quelle zone.


Perché Said scatenava anche le ire del mondo arabo?

Paesi come l’Arabia Saudita hanno usato la questione palestinese come mezzo per sviare l’attenzione delle masse dalla questione vera e fare i propri affari. Basti pensare all’Iran, ci finanziavano per la nostra questione e poi se ne lavavano le mani.
Qui a parole sono tutti per la questione palestinese.

Una domanda di un italiano medio che guarda la televisione: chi sono veramente questi martiri kamikaze a cui hanno promesso il paradiso dopo la morte?

Credimi che non ci sono promesse ne prima che dopo. L’occupazione ti rende così disperato che la vita non vale nulla. Va bene anche il suicidio per punire chi non comprende. Siamo arrabbiati con Israele, tutto fa brodo e nel fanatismo che nasce ci sta anche la questione delle 99 vergini paradisiache. I kamikaze sono solo gente che non avrebbe avuto un domani comunque.
Non è una forma di lotta, è solo un atto disperato verso un invasore che è tutto attorno a noi con la propria famiglia. Non è una questione religiosa. Siamo contro chi occupa e non contro la sua religione.

Che cosa dovremmo sapere della Palestina e che non sapremo mai? Da quello che si sa dal TG…

Qui le persone sanno un sacco di cose ma non l’essenziale: non sanno come vive e pensa la mia gente. Non c’è solo il militante con il mitra. Ci sono persone con problemi umani. Qui non si sa cosa significa vivere sotto l’occupazione. In teoria lo dovreste sapere, ma voi l’avete avuta solo per 5 anni. Qui a tutti interessa chi muore ma nessuno sa di chi vive. Vivere la vita sotto l’occupazione, senza certezze nel futuro, nell’umiliazione e nelle difficoltà è difficile. Mi hanno anche chiesto perché non scriviamo in merito ed il motivo principale è forse perchè pensiamo a noi stessi come ad una donna violentata, che ha subito e non vuole parlare del trauma.

E perché ti sei innamorato della tanto snobbata Italia?

Penso che sia davvero un paese semplice ed eccezionale per la sua semplicità. Un italiano non è capace di essere serio fino in fondo, mi ha dato la gioia di vivere. Siete persone semplici.
Qui mi avete dato anche due figli meravigliosi. Ho una madre naturale in Palestina e una adottiva che mi ha dato tutte le cose che non mi ha dato l’altra. Come faccio a non amare l’Italia così?

Che cosa c’è nel tuo giardino segreto? Che cosa vuoi dire alla fine con le tue storie? Molti scrivono perché c’è un disegno, un obiettivo finale, qual è il tuo? Ci sarà sempre un diario della tua terra?

Io sono di là - Muin Masri - Tracce Diverse

Io sono di là - Muin Masri - Tracce Diverse

Vorrei un giorno svegliarmi e sapere che non ci sono più guerre e io, che l’ho vissuta sulla mia pelle, ho saputo come si sta. Scrivo forse per buttare giù un mattone di una frontiera mentale ed avvicinare il cuore della gente. Noi tutti abbiamo delle barriere e vorrei che fossimo capaci di non vedere sempre l’altro come il diverso.
Sono convito che chi vive la guerra sa quale brutta condizione sia, mentre chi non la vive forse non riesce nemmeno ad immaginarla fino in fondo, ma non è possibile scatenare una guerra per farla capire a tutti. Con il mio lavoro vorrei fare chiarezza. Come dire un detto a me caro: “La patria dell’uomo retto è un impero” vorrei portare la mia patria a chi la vede in un altro modo un po’ per far vedere che non ci sono esseri che hanno diritti e bisogni differenti.

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