Murid Al-Barghouti: “La poesia è l’unico partito che resta”

Murid Al-Barghouti
Stiamo parlando dell’incontro con Al-Barghouti, uno dei maggiori scrittori e poeti di lingua araba, vissuto per trent’anni in esilio, lontano dalla sua terra, la Palestina. Amato e tradotto in undici
paesi e pubblicato all’estero dalle principali case editrici, come la newyorchese Random House di New York, Al-Barghouti in Italia è poco noto. Le sue poesie sono tradotte con il contagocce e pubblicate in antologie di poeti palestinesi.
Il suo editore italiano è Llisso di Nuoro e proprio in questi giorni ha fatto uscire, l’ultimo libro di Al-Barghouti “Ritorno a Ramallah”. Lo scrittore che attualmente vive tra il Cairo e Ramallah ha raccontato alla platea torinese di aver lasciato al Palestina quando frequentava il liceo, per farvi ritorno recentemente con i capelli bianchi. “Si ritorna sempre in un luogo che non è mai quello che si è lasciato” spiega pacatamente il poeta.
Il libro, una sorta di romanzo autobiografico che reca la prefazione di Edward W. Said, il grande orientalista simbolo della diaspora palestinese, non è un’ operazione di nostalgia ci tiene a precisare il poeta, alla sua prima opera in prosa, “perchè la nostalgia appartiene a chi abbandona il suo paese per problemi economici, come fa l’immigrato, io provo rabbia”.
“Il ritorno in Palestina è stato per me un terremoto – ha detto sempre a Torino – tanto forte che ho dovuto raccontarlo in un libro. Altrimenti non sarei riuscito a raccogliere, ma anche a capire i miei stessi sentimenti. Le pagine raccontano odori ritrovati, piazze mai dimenticate, parenti lontani, ma sempre molto vivi nell’anima”.
“La mia è senz’altro una scrittura dell’esilio – ha aggiunto – ma intrisa di concretezza, di immediatezza, perchè dentro sento l’emergenza del presente”. Per chi non conoscesse lo scrittore palestinese, va aggiunto che questa è la prima volta che lui parla in un suo libro della questione palestinese. La sua poesia non è certo propagandistica, come molta letteratura palestinese, da cui lui da sempre prende le distanze. “Purtroppo la questione palestinese è violenta, non priva di spargimento di sangue e pressioni e questo ha dato il via alla cosiddetta ‘letteratura della resistenza’, un genere che dovrebbe convincere i lettori ad agire” spiega lo scrittore intervenuto a Torino in abiti “occidentali”, completo blu e cravatta.
“Ma questo è un tipo di letteratura di bassa qualità. Uno scrittore che trasforma la letteratura in propaganda scrive pensando solo al pubblico, un vero poeta invece deve ascoltare le sue voci intime. Ad esempio nel periodo in cui l’OLP si trovava in Libano io scrivevo su cose, come il corpo, l’attesa e il desiderio e la cosa sembrava strana agli altri palestinesi e in particolare ai leader politici. Ma io non mi sono mai fatto ispirare da questioni politiche”. E la strada battuta da Al-Barghouti ha dato i suoi frutti: ha fatto sì che egli diventasse uno scrittore che è riuscito a valicare i confini del mondo arabo. Eppure se ieri lo criticavano “oggi anche scrittori politici del mondo arabo riscoprono la parte intima di sè”.
Tuttavia Al-Barghouti non risparmia frecciate contro l’amministrazione Bush, ma anche contro l’Europa e persino contro la politica ufficiale palestinese. “Non ho mai avuto una posizione positiva nei confronti della leadership palestinese, sono sempre stato molto critico” ribadisce in più occasioni nel dibattito che ha seguito l’incontro di “lingua Madre”.
“Certo la violenza della lotta armata palestinese è sbagliata, ma non si può chiedere di deporre le armi solo a una parte”.
Nonostante l’esilio subito, il messaggio di Al-Barghouti è molto pacifista e pacato, egli rivendica il fatto che la poesia non vada usata come un carro armato , né “come una bandiera che un partito fa sventolare. Perché alla fine per me la poesia è l’unico partito che resta”.


















