Cristiano Cavina: “Scrivo della mia Romagna perché ci abito, ci sono dentro fino ai capelli!”

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Unultima stagione da esordienti - Cristiano Cavina - Marcos y Marcos

Un'ultima stagione da esordienti - Cristiano Cavina - Marcos y Marcos

Autore di “Un’ultima stagione da esordienti” (Marcos y Marcos) in cui siamo entrati assieme a lui nel campo sportivo del paese a calciare la palla con gli amici di scuola, quelli che chiamiamo con quei soprannomi strani, ha dichiarato che scrive solo delle cose che sa e ha scritto questa volta di quella ultima stagione della vita prima di cominciare a diventare grandi. Questo è Cristiano Cavina, autore di un romanzo e di un suo pezzo di passato e testimone di un mondo che sta venendo meno ma che guarda ad un futuro multiculurale con speranza.
Diplomato all’Itis e borsista della scuola Golden di Torino, il suo primo libro è stato un giallo in cui a pagina 200 non aveva ancora capito chi potesse essere colpevole e a pagina 300 ha fatto morire tutti in un’esplosione, si è distinto per libri genuini, in cui la storia è bella perché quelle persone che stanno camminando per quelle strade sono veri come quelli che vedresti scendendo per una passeggiata.
Anche se impegnatissimo per l’uscita del libro ci ha concesso un’intervista molto divertente – insomma tralasciamo quella piccola questione sulla Romagna e l’Emilia N.d.R. – in cui per lui questo Giardino Segreto è quella valle attorno a paese di Casola Valsenio in cui, tra l’odore della campagna c’è quello che ormai lo distingue, quello della verità.

Fin dalle prime pagine del libro si sente odore di Romagna, un po’ genuina ed un po’ gustosa, odore di romagnoli che parlano il dialetto e che dicono “Dio scalzo”. La domanda più semplice della serie: che cosa hai voluto evocare? I ricordi della tua giovinezza?

Forse, semplicemente perchè mi limito a scrivere di quello che so, perchè l’ho visto o l’ho vissuto, o perchè me l’hanno raccontato. E visto che da sempre abito in Romagna, probabilmente ci sono dentro fino ai capelli e questo è palese nei libri che scrivo.

La storia ha tutti i presupposti per essere vera. Se è così, confessa, ti chiamavano solo “oh te”? Perché?

In realtà i miei amici mi chiamano ‘Cava’, adesso, mentre da piccolo mi chiamavano ‘Ninnia’. Però mio nonno, con cui ho abitato per trent’anni, non mi ha mai chiamato per nome. In generale, dalle nostre parti, gli anziani non usano né i nomi né i soprannomi, ma un semplice ‘oh’.
Immagino che solo a una certa età si guadagni il diritto di un nome e un cognome…

E chi sono in verità Donna Nuda, Povero Patrizio e soprattutto Fattura? Da dove nascono questi nomi?

Nel libro ho lasciato ai componenti della squadra il vero nome o il soprannome dei miei amici, ovviamente dopo avergli chiesto il permesso…
Solo due personaggi sono inventati, uno è il Povero Patrizio e l’altro è Matteo Danasi, il centrocampista silenzioso.
Esistono nel senso che rappresentano un tipo di amico che tutti hanno avuto, ma nella realtà non avevano quei nomi li.
Donna Nuda e Fattura sono miei amici, così come Piter Cammello e il Ragno della Storta.
E’ difficile dire da dove vengono i soprannomi.
Hanno origini arcane.
E poi dalle nostre parti la tradizione del soprannome è così radicata che a un certo punto diventa un nome proprio, più di quello che c’è scritto nella carta d’identità.
Donna Nuda credo che venga dall’impasto fra il suo vero cognome, Donini, e il fatto che già da piccolo era un grande fruitore di materiali semi pornografici…

Mettendo assieme sia il libro che l’autore vorrei sapere che significato ha per te la vita, voglio dire, nel libro dici che quando eravate piccoli avevate un idea di surrogato di vita perché c’erano molte cose ancora da imparare, adesso che “oh te” è diventato grande che idea ha della vita?

Da piccolo cercano di farti credere che la vita che vivi non è ancora quella vera, che la faccenda seria incomincia quando sei più grande; intanto però quella vita di serie B che gli adulti credono ti spetti,ti investe in pieno, e una mezza idea su cosa sia riesci a fartela, anche se non paghi ancora le bollette e non hai mai subito la sfuriata di una donna arrabbiata.
Giocando a calcio fin da piccolo, capisci che la vita è qualcosa con dodici tacchetti per scarpa, e se non sei svelto a passare palla al compagno smarcato, ti fai secca la caviglia.
Quanto a l’Oh Te cresciuto, non ne ha la più pallida idea di cosa sia.
Era più pratico da ragazzino che adesso…

Rivedi ancora quei ragazzi? C’è qualcosa che avresti voluto dire o chiedere a loro e che alla fine non hai mai fatto? – anche più di una frase.

Li vedo quasi tutti i giorni, almeno quelli che abitano ancora in paese, e gli altri li vedo per le feste, quando tornano con le famiglie a salutare i parenti.
E grazie a Dio, sanno quanto gli ho voluto e gli voglio bene.
Abbiamo condiviso un’infanzia incredibile, bella e passionale, anche nei momenti difficili.
E’ come essere stati in guerra insieme, ed esserne usciti vivi, magari anche vincitori.
E’ un genere di cosa che non se ne va’ mai.

Mentre leggevo il libro ed osservato il tuo modo di raccontare mi è venuto in mente per un momento Stefano Benni e la sua maniera frizzante di dire le cose. Quali sono gli autori che hanno forgiato la tua maniera di scrivere? Come diceva Raymond Carver, sei uno di quegli autori che non ha influenze ma che gli altri lo hanno aiutato a trovare la propria maniera di scrivere, che per caso assomiglia a quella di un altro?

Boh.
A me piace molto il Benni di Bar Sport, e probabilmente qualcosa di suo l’ho fatto mio.
Senza contare John Fante, Goffredo Parise, Natalia Ginzburg e Osvaldo Soriano e Stephen King e i milioni di libri che ho letto.
Anche nella narrativa, vale la regola del Rock’n'roll: nessuno inventa niente, gli accordi sono quelli, ma trasforma la materia a modo suo, modificando qualcosa che altri hanno a loro tempo modificato.
O almeno credo…

Andando a vedere i lavori precedenti la componente Romagna è molto presente, si ha l’impressione di vedere una versione molto romantica e a volte surreale tra Guareschi e Fellini. Quale Romagna hai voluto ritrarre? Quella che pian piano sta venendo meno?

Mah, non so se sta venendo meno.
La mia parte di Romagna, i paesi aggrappati agli Appennini, sono sostanzialmente uguali a quello che erano una volta.
Ci sono le macchine al posto dei carri, i trattori al posto dei buoi e le bici hanno ceduto il posto ai motorini, ma la gente ha ancora una voglia matta di raccontare e raccontarsi delle patacche, e di reinventare la vita che ha vissuto.

Questo libro è un omaggio a quelle persone con le quali sei cresciuto e che parlavano solo in dialetto?

Se lo prendono come un omaggio, sarò felicissimo.
Forse il mio libro precedente, nel paese di Tolintesàc, era un omaggio nel vero senso della parola, a tutto quel mondo e alle persone che lo popolavano.
Ma forse ogni mio libro è un omaggio.
Magari perchè salva una piccola storia che altrimenti sarebbe andata perduta.

Cosa vorresti che rimanesse nel lettore dopo aver letto l’ultima pagina?

Il piacere di aver passato un po’ di tempo in compagnia di una storia.
Come se si fosse seduto al bar, e per una serata si è dimenticato di tutti i casini che lo aspettano quando torna a casa.

Qualcuno potrebbe dire che stai documentando quello che rimane di una Romagna che sta venendo meno davanti all’avanzata della migrazione da altri luoghi. Vorremmo sapere come ti poni nei confronti di chi migra verso l’Italia? E di quegli autori che stanno portando novità culturali nella nostra società? Sta venendo meno l’italianità?

Io non sono capace di rispondere a queste domande.
Ho fatto l’Itis, sono un perito elettrotecnico e non mi viene bene la parte del pensatore.
La mia Romagna è uno stato mentale, e non credo che possa venire a meno.
E poi la maggior parte dei miei libri si vendono nel resto d’Italia, e non i Romagna, quindi immagino che parlino di qualcosa che stuzzica una parte del cuore di tutte le persone.
Io non mi pongo di fronte alle persone a seconda di cosa fanno, se migrano o no, e se portano il cappello con il pon pon in cima o indossano il velo.
Io cerco di andare d’accordo con tutti e basta.
Quanto all’italianità, boh, è una faccenda a corrente alternata.
A volte sei stufo marcio di questa repubblica e dei suoi abitanti, che vorresti sprofondasse una buona volta nel suo mare, come diceva Pasolini, e subito dopo vinci all’ultimo minuto la semifinale dei mondiali contro la Germania e t’illumini d’immenso e vorresti tatuarti la bandiera tricolore in fronte…

Che pensi di un mondo totalmente multi-etnico?

Non penso niente.
Lo aspetto.
E poi, per me è di un’etnia diversa un abitante di Brisighella, che sta a quindici chilometri da casa mia…

…ed adesso il momento è giunto. Dal globale a locale, da emiliano a romagnolo, perché ce l’avete tanto con gli emiliani? Confessa, devo avere una risposta per quel tale di Forlì che ho visto in un locale a Torino che, alla frase del cameriere “voi emiliani siete molto simpatici” si è preso su ed è uscito.

….ed è andata bene che non l’ha menato…
Scherzo.
Anch’io correggo chi mi da dell’emiliano, anche se in realtà nessuno di loro mi ha mai fatto niente.
E’ che sono di un’etnia diversa, come dicevamo poco sopra.
Fanno i cappelletti troppo grandi e li chiamano tortelli o ravioli, e il vino nero frizzante, roba che non sta ne in cielo ne in terra.
Pronunciano in maniera strana il NOSTRO dialetto e storpiano alcune parole.
Per  il resto sono buoni diavoli, dicono poche parolacce, sono  operosi, decisi:sembrano quasi lombardi…

Indossando di nuovo il tricolore… Sul sito dell’editore è scritto che sei uno scrittore che vuole scrivere di quello che sa e che forse sei solo un narratore. Facendo una domanda trasversale sul tuo lavoro mi viene quindi da chiedere: che cosa sai e che cosa vorresti che venisse fuori dal tuo lavoro? Nel tuo futuro ci saranno altri romanzi con questo carattere verista?

Immagino di sì.
E’ il mio modo di raccontare storie.
Non posso cambiarlo, così come non posso cambiarmi il colore degli occhi.

Allargandoci, quali sono i progetti per il futuro? La nostra segretissima rete di informatori dice che c’è un film, per quale libro? C’è anche un regista ed una data? Se non c’è un nome chi potrebbe essere un bravo regista di questa storia e, forse di tutte le altre in generale?

Bravi registi ci sono di sicuro, ma io non smanio dalla voglia che qualcuno faccia un film dai miei libri. Volevano fare qualcosa su ‘alla grande’, ma fortunatamente tutto si è arenato…

Qual è la tua ricetta per scrivere? Che fai di particolare quando scrivi? E che cosa consiglieresti a coloro che vorrebbero cimentarsi?

Se ci fosse una ricetta sarebbe tutto più facile…
Non sono tipo da consigli.
Per quel che mi riguarda, si migliora scrivendo tanto,sopratutto schifezze, e leggendo moltissimo.
Tutto si può migliorare o imparare, tranne la voglia e la costanza di sedersi a pigiare i tasti, anche quando nessuno ti pubblica.
Anzi, sopratutto quando nessuno ti pubblica.
Io scrivo innanzitutto perchè piace a me, e non perchè me lo chiedono o voglio dimostrare qualcosa.

Quando finirà anche la stagione dell’autore, che persona vorresti essere? Che cosa avrai voluto coltivare nel tuo giardino segreto? Che cosa ti piacerebbe raccontare ai tuoi figli? Le stesse cose che “oh, te” vorrebbe raccontare ai suoi?

Sfortunatamente, la persona che scrive i libri non è lo stesso Cristiano Cavina di tutti i giorni.
Quello che non scrive è, e sarà, per sempre, ahimè, disordinato, brontolone, insopportabile, permaloso come ogni romagnolo che si rispetti, e patacca a non finire.
Fortunatamente il Cristiano Cavina che pubblica è quasi un essere decente, educato, a modo, schietto e onesto.Spero solo che i miei figli, guardandomi, capiscano che sono la stessa
persona, anche se dentro ne ho due.
Per metà buono e per metà da buttare.
Come tutti, del resto.
E che è giusto che funzioni così.
Nonostante le cose cattive, c’è qualcosa di buono dentro chiunque
….e dopo la predicozza, andate in pace….

Informazioni sul libro:
Titolo: Un’ultima stagione da esordienti
Autore: Cristiano Cavina
Editore: Marcos y Marcos
Pagine: 208
Prezzo: € 14,00

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