Atterraggio sul pianeta Butcovan

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Mihai Mircea Butcovan

Mihai Mircea Butcovan

Lo abbiamo conosciuto con alcuni dei suoi lavori che gli ha valso il titolo di autore della migrazione, di quegli autori stranieri che ci parlano di noi e di loro nella nostra lingua. La sua ultima produzione è stata “L’allunaggio dell’immigrato innamorato” (Besa Editrice) in cui si narra, come sentiremo da lui, delle avventure di un romeno arrivato nella operosa Milano e che è alle prese con vizi e virtù, non solo degli abitanti del nostro paese ma anche del suo. Lui è Mihai Mircea Butcovan.
C’è la bella Daisy – con quel nome che fa un po’ serial alla Dallas degli anni ottanta – barista del Blu Moon, l’unico Bar in cui quando uno straniero entra non lo guardano dalla testa ai piedi, e tutte le altre cose.
Abbiamo raggiunto questo incontenibile autore e poeta per posta elettronica, scoprendo uno scrittore ricchissimo di estro e fantasia in cui alle nostre domande ha aggiunto molto del suo regalandoci una straripante discussione. Come piace a noi.

Posso fare una premessa?

Certo!

Sì. Mi sono spesso chiesto chi poi va a leggere queste interviste su internet. E chi ha voglia, e tempo, per leggere l’intervista ad uno sconosciuto romeno che ha scritto due libri in italiano e per questi volumi alcuni dei lettori si fanno, e gli fanno, domande? Vai a vedere che qualcuno arriva fino in fondo. E me lo farà sapere all’indirizzo che indicherò. Io “non c’ho ancora un blog”.

Ci sono lettori che hanno una grande voglia di leggere qualcosa di diverso senza venire imboccato sempre con gli stessi nomi e sempre con le stesse storie. Noi siamo qui per questo, perché ogni tanto ci sia anche una cosa bella e non solo di successo da sfogliare. – questa postilla la stiamo ag-iungendo in fase di redazione dell’intervista N.d.R..

La prima domanda che ci viene è sempre quella di rito: che cosa ti ha spinto a scrivere questo diario del tuo amore con una ragazza leghista in cui fronteggi le cattive abitudini del belpae-se? È una storia vera – esiste davvero quella Daisy che ha un nome come i figli dei personaggi delle soap opera americane?

È una storia che trae molta ispirazione dalla realtà, per come l’ho vissuta ed affrontata io. Il protagonista non è soltanto alle prese con delle cattive abitudini, proprie ed altrui. Vive un periodo difficile della sua vita, non certo peggiore dei precedenti. Rimane nel Belpaese perché le belle cose sovrastano di gran lunga le “cattive abitudini”, che non sono poi di tutti.
Le soap opera americane sono arrivate in Italia prima di me. Non penso sia difficile trovare nomi dei figli di quelle soap, qui come altrove. Ma uno col nome americano può sentirsi titolare di diritti più di quanto possa farlo un italiano che invece si chiama Pasquale, anche a Milano?

C’è tanta ironia in questo libro, ma non ti ha scocciato un po’ questo atteggiamento italiano?

Sono d’accordo con la considerazione sulla tanta ironia in questo libro. Tuttavia dirò che non c’è un atteggiamento “italiano”. Ci sono alcuni atteggiamenti di alcuni italiani ed altri atteggiamenti di altri italiani. Come gli atteggiamenti di alcuni romeni ed altri romeni. Che ci siano poi nella vita alcuni atteggiamenti che percepiamo scoccianti… mi sembra naturale. Ma sono alcuni… Io li ho descritti entrambi.

Hai uno stile tutto tuo nella narrazione, ricco di eventi ma anche di garbo ed ironia, leggendo si ha l’impressione che usi molti giri di parole romeni. Ci hai voluto dare una storia in tipico stile romeno? A quali autori ti ispiri per scrivere le tue vicende?

Scriveva Mia Lecomte nella postfazione: “dall’intonazione delle prime pagine ho subito ricono-sciuto la sua voce, il suo sguardo. E cosa c’è di più importante per uno scrittore, un poeta, che l’identificabilità del tono del suo vedere, del calco inconfondibile della sua anima?“. La stessa cosa me l’ha detta più di un lettore. Non nascondo che la cosa, tutto sommato, mi fa piacere. Vorrei fuggire la banalità, chissà se non sconfino, talvolta, nel grottesco e nel cattivo gusto…
Qualcosa di uno stile tipico romeno potrebbe anche essere trapelato, perché io sono io ed ho una storia. Ho vissuto i primi vent’anni della mia vita nella Romania comunista. Confesso che ho sempre cercato di seguire il consiglio di mio padre Gheorghe, colui che nella Romania del 1975, mi ripeteva: “Mihai, se non puoi dire quello che pensi, almeno evita di pensare cazzate“.
Ovviamente un monito molto impegnativo. Forse in questo libro ci sono finalmente riuscito…

Una domanda un po’ cattiva, quell’Italia che descrivi pare solo quella della lega. È una rivincita verso quei tipacci in verde?

La domanda appare cattiva nella misura in cui non si prende in considerazione l’intero libro oppure se ne da una lettura faziosa. Si sa che quando si fanno viaggi nell’universo si possono incontrare omini verdi. Il primo tipaccio, imperfetto e coi suoi difetti, è lo stesso protagonista, immigrato romeno, capace di autoironia e autocritica. Ma gli altri personaggi non sono poi tutti “in verde”. E comunque c’è anche un’Italia che al protagonista ha dato molte opportunità, la possibilità di lavora-re, studiare, osservare e dibattere.
Non posso togliere ad alcuni militanti padani il diritto di credere che saranno, se già non lo sono, dei buoni cittadini. Ma penso che sia un merito da conquistare individualmente e non collettivamente. Come a dire che l’appartenenza a un partito, a un club o ad una nazione non fa necessariamente di noi brave persone. Ma nemmeno ci condanna in tutto…

Nel libro menzioni che tuo padre ti ha insegnato che le differenze culturali vi avrebbero solo arricchito e che eravate troppo poveri per non approfittare di quella ricchezza. Tu e questa Padania, cosa pensi che gli italiani si stiano perdendo a pensare all’immigrazione come un problema? Cosa pensi tu della compenetrazione di due culture diverse?

Ho imparato l’ungherese dai compagni di gioco e da mio padre. Una lingua in più, possibilità di capire di più, ascoltare ed osservare di più. Vale anche quando incrementiamo il lessico nella stessa lingua. Sì, la vedo come opportunità di arricchimento. Magari non in chiave consumistica.
La Padania è straordinaria. Ma la mia è una considerazione e non uno slogan, non ha connotati politici o ideologici. E credo che se incontro in Padania un certo Salvatore, siciliano, non posso pensare che sia pure lui uno straniero poco gradito. Penso che due persone provenienti da due culture diverse possano incontrarsi e, una volta stabilito un comune veicolo linguistico, possano anche imparare uno dall’altra, possano aiutarsi, possano stare insieme… persino amarsi.
Figuriamoci quando poi uno si occupa della cura, bada bene!, dei tuoi genitori, che forse lo paghi, neanche poi tanto e pure in nero, ma fa le cose a tuo posto. Ci saranno delle ragioni, da una parte e dall’altra. Bisogna raccontarsele ed ascoltarsele… Si può inciampare in una soluzione cercata invano da soli quando si considerano anche i punti di vista altrui, anche se differenti?

Facendo riferimento all’Italia che hai visto fino ad oggi, pensi che il problema dell’immigrazione italiana verrà gestito male ed avremo un futuro come quello avvenuto esattamente un anno fa nelle periferie di Parigi?

Fossi profeta… ma non lo sono in patria, figuriamoci altrove. Potrebbe servire il recupero di certe profezie di Rino Gaetano. Almeno lui insospettabile? Nemmeno lui?
Qui in Italia un certo Ungaretti disse: “D’altri diluvi una colomba ascolto”.
Spero che l’immigrazione non venga vista come un problema ma come un fenomeno naturale in questo sempre più grande, ma sempre più stretto, villaggio globale. Spero che sia gestito con intelli-genza. Il futuro dipende certamente anche da questo.

Ma secondo te, se un italiano andasse in Romania come tu hai fatto in Italia, e non mi riferisco a quegli italiani playboy che menzioni, come chiameresti il libro sulle loro avventure?

Si sentirebbero allunati pure loro, e pure immigrati, o emigrati, e potrebbero innamorarsi per davvero quindi potrebbe uscire un “Allunaggio di un immigrato innamorato 2″ oppure un “Allunaggio di un emigrato innamorato” o ancora un “Atterraggio di un italiano innamorato” o “Allunaggio di un viaggiatore occidentale… pure innamorato”. Dipende in quale lingua. E dai punti di vista. Eviterei “Dracula love story”, sarebbe poco… italiano.
Il personaggio dell’Allunaggio dice ad un certo punto a Mattia, “scrivente piccolo borghese, che dello scrittore ha soltanto la pipa e il gilè“: “Le mie poesie in italiano sono cagate? Tu vai in Romania, capisci più di quello che vedi e poi torna a raccontarmi tutto… in romeno.
Ma se il protagonista dell’Allunaggio si chiamasse Pasquale invece di Mihai e se fosse proveniente dal sud dell’Italia e non dalla Romania, cambierebbe il significato di questo romanzo?

Nel libro hai parlato come scrittore dell’uomo che migra. Che cosa c’è nel futuro dello scrittore Mihai? E in quello dell’uomo Mihai?

Non so per quale motivo mi sarei aspettato questa domanda per ultima.
Sono un educatore professionale, sono quotidianamente in contatto con il disagio delle persone e penso che al dolore ed alla sofferenza non si dovrebbe chiedere il passaporto.
Lo scrittore, uomo migrante, ha parlato di se stesso e degli uomini migranti, anche di alcuni uomini che nel loro paese erano immigrati senza aver mai sconfinato.
Nel futuro del migrante Mihai, l’Osservatore Romeno degli ultimi anni, c’è sicuramente il prosieguo dell’atteggiamento curioso, indagatore, di un errante che sa di aver incominciato tardi a viaggiare e sa ancora che non può bastare la vita d’un uomo per vedere tutto il mondo. In almeno una parte di questo mondo vorrei continuare a curiosare.
Nel futuro dello scrittore Mihai ci sarà sicuramente, almeno per ora, la scrittura. Intesa come esercizio ed espressione delle osservazioni fatte. Il resto, pubblicazioni o incontri coi lettori… lo decide-ranno gli editori ed i lettori. E se non sarò partito per qualche viaggio, sarò presente.
Emil Cioran diceva che “scrivere è un vizio di cui ci si può anche stancare“.
L’ho detto altrove, lo ripeto: puoi scrivere senza partecipare ai concorsi, puoi scrivere senza pubbli-care, puoi scrivere meglio se leggi gli scritti d’altri (però devono essere “pubblicati”) ma se impari a leggere te stesso… non è necessario pubblicare, nemmeno vincere i concorsi.
Per quanto mi riguarda continuerò a scrivere, forse parteciperò ai concorsi, e se qualcuno mi avrà fatto capire d’aver scritto cose degne di lettura allora… allora non sarà l’ultimo libro.

Una curiosità, nel romanzo menzioni di una convivenza quotidiana tra ungheresi e romeni. Credo che sia un pezzo di storia che pochi di noi conoscono, ci vuoi fare un piccolo corso di storia sull’origine di questa convivenza e di come l’avete gestita?

No, un corso di storia non sarei in grado di farlo. Ma una lezione di storia l’ho ricevuta da mio padre. Egli è stato, fino a qualche mese fa, uno dei pochi sopravvissuti del massacro di Ip, in Transilvania, nel 14 settembre 1940. Io sono nato nello stesso giorno, 29 anni dopo. Più di 150 morti ammazzati dall’esercito ungherese, con la complicità e la collaborazione di compaesani, in un paese più piccolo del suo nome. La prima poesia della raccolta Borgo Farfalla (Eks&Tra 2006) è ispirata a questo episodio. Dato che voi di internet la carta non la pagate la riporto integralmente:

ECCIDIO 1940

Papà Gheorghe:
Sparano contro la folla.
Devo scegliere se morire
o raccontarvi tutto…

Ho imparato da mio padre la lingua ungherese perché diceva: “più lingue sai più hai accesso alle varie culture, e puoi parlare anche con gli ungheresi, anche con quelli che non sanno la tua lingua”. E non serbava rancore e non m’insegnava l’odio. Giocavo nel cortile con Levente (e a quei momenti ho dedicato il racconto “Segmenti di mercato”) amico d’infanzia, ungherese, che oggi vive e lavora in Ungheria. Siamo rimasti amici, e siamo sordi agli appelli nazionalisti, più o meno subdoli, più o meno irresponsabili, che ogni tanto arrivano dalla Romania o dall’Ungheria.
Noi sì, abbiamo tenuto aperti i confini del nostro pensare.
Alla fine qualcuno dirà: e perché non è possibile allora la convivenza con i padani leghisti? Io ho raccontato il mio punto di vista, non quello degli ungheresi e nemmeno quello dei romeni. E l’Allunaggio si conclude con questa frase: “C’è vita, o forse c’era amore, sulla luna”.

Cosa c’è della Romania che dovremmo conoscere visto che spesso certe persone vengono eti-chettate solo per quello che si legge sui giornali?

Purtroppo quello che si legge sui giornali è soltanto una parte della verità, qualche volta nemmeno quella. Ho apprezzato molto la recente lezione di “dialogo” che ha proposto l’Ambasciatore romeno in Italia, in risposta ad un articolo apparso su un giornale in cui si parlava di romeni come “etnia pericolosa” e “popolo di ladri”.
È proprio vero che “fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce”. E in Italia c’è una foresta di romeni che, in silenzio, con umiltà e modestia, danno ossigeno a questo paese. Più di quanto gliene tolgono respirando…
Della Romania si dovrebbero conoscere la cultura, l’ospitalità, la storia, le persone. E lo stesso atteggiamento si dovrebbe tenere nei confronti di tutte le culture.
Ma di questo siamo responsabili, in eguale misura, romeni ed italiani e tutti gli altri viaggiatori.

Avresti voglia di consigliare anche a noi tre titoli di autori romeni da leggere e fare maggiore chiarezza sul vostro paese?

Chi ha voglia può leggere Norman Manea (Ottobre, ore otto e Clown. Il dittatore e l’artista, entrambi tradotti in Italia da Il Saggiatore), Panait Istrati (Kyra Kyralina, Feltrinelli), e poi, per chi non volesse fermarsi a tre titoli, tutto Emil Cioran (nelle edizioni Adelphi). Testi che suggerisco non tanto per conoscere autori romeni quanto per il valore universale delle riflessioni che contengono.

Parlando dell’autore, romanziere vincitore di premi sulla migrazione e apprezzato poeta, come nasce una storia e una poesia? Dove finisce il poeta e comincia il romanziere?

Penso che le storie nascano nelle nostre vite, vivendo, pensando, leggendo, osservando, ascoltando, sognando, e tutti gli altri gerundi… Finisce che il pensiero, la fantasia, le idee, i sogni e altri sostantivi, maschili e femminili, mascoli e femmine, fanno giri strani nelle nostre teste, si amano e si odiano, per poi finire su dei fogli bianchi, o altri colori, o altri supporti, lisci o ruvidi, e lì sembrano una storia. A volte lo sono. Altre volte sono desideri, altre ancora paure.
Gibran diceva che “la poesia è la luce di un lampo; quando è solo un accostamento di parole diventa semplice composizione”. Allora certi scritti nascono come lampi dell’anima, fiamme del cuore.
E Giorgio Faletti – ma lo citavo già in tempi non sospetti, quando di lui apprezzavo “L’assurdo mestiere”, bellissima canzone, immeritatamente poco conosciuta – diceva che non è poi così difficile scrivere cose emozionati; la cosa più difficile è renderle emozionanti.
Mi rimproverano perché faccio troppe citazioni. Ma se qualcuno ha detto certe cose prima di me, e le ha dette meglio, posso usare la sua formula per esprimere quel concetto? Però è doveroso citarlo, attribuirgli la proprietà di quell’intuizione; valga anche per le stupidaggini e le cazzate.
Dove finisce il poeta e comincia il romanziere? Odio le frontiere, odio i confini. Vorrei che non ce ne fossero… neanche nella mia scrittura.

Quando scrivi fai qualche cosa di particolare? Vuoi condividere con noi il tuo metodo per produrre una storia o una poesia?

Succede che quando ritengo che una mia idea sia degna di essere scritta… la scrivo. Su biglietti del tram, sui tovaglioli del bar, sul palmo della mano. Non faccio nulla di particolare. Una volta fumavo. Ora mi lascio andare ai pensieri. Forse è più sano…

Parlando di migrazione molti autori affermano che in fondo stiamo migrando tutti da un luogo all’altro o da una situazione all’altra. Facendo una domanda all’autore, ci viene da chiedere se la tua migrazione è finita? Sei a metà del viaggio? In ogni caso, sei felice?

Sì, sono felice, tu lo sai, ma non batto le mani… I momenti di felicità s’alternano a ricordi… Ma il desiderio più grande, talvolta orizzonte, è la libertà.
Nel Borgo Farfalla la poesia “Libertà” è uno sguardo, oltre che al passato e al presente, anche al fu-turo:

A tavola stavamo stretti
Intorno al magro pasto
Che immaginavo per la festa

Sentivo strette quelle calze col buco
E un tormento la divisa, stessa
E la cravatta con un’unica alternativa
E la camicia con un’unica alternativa
A me piacevano le bretelle
Che vuoi ancora? – mi chiese il commesso
Di una democrazia di abbigliamento
Vuoi un paese dalla taglia più larga?
No, vorrei una camicia a fiori
Bretelle con note musicali
E la divisa da cambiare dopo il lavoro
Sì, vorrei un luogo dove poter colorare la mia calza bucata

Il mio piede ha smesso di parlare

Il mio piede di nuovo in cammino

Un saluto finale è doveroso:
Quest’intervista con quattordici stazioni, come una via crucis, mi ha dato l’opportunità per riflettere ancora sui miei scritti e, cosa non frequente, interloquire con i lettori. Avere un rimando dai lettori, bello o brutto, non importa purché sincero, ti da la misura delle emozioni o indifferenze che hai provocato in chi ha letto la versione edita, stampata, dei tuoi scritti. Onore non da poco, certamente un’opportunità immensa nella vita di chi scrive. Ai miei lettori: scrivetemi, per favore. Questo il mio indirizzo di posta elettronica: mihai@fastwebnet.it.
Potrei concludere quest’intervista con una domanda?

Ahimè, l’ho già fatta.

Un’altra. Si potrebbe leggere il mio libro anche dal punto di vista dell’ipotenusa, e non soltanto dalla parte del cateto, o dei cateti? Oppure, in un linguaggio che eviti quello della geometria ma non perda quello dei punti di vista, direi quanto segue.
L’allunaggio non è soltanto la storia di un immigrato innamorato e fidanzato con una militante le-ghista. Non è nemmeno la storia triste dell’immigrato triste che ha soltanto da recriminare. E nem-meno la storia italiana di un romeno non italiano.
Un lettore ha detto dell’Allunaggio: “Un libro da leggere con la matita in mano. Per sottolineare almeno cinquanta aforismi degni di Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano.”
Quindi, se passate dall’IKEA, ricordatevi che c’è da leggere l’Allunaggio di un immigrato innamorato. Le matite sono gratis.

L’allunaggio dell’immigrato innamorato – Mihai Mircea Butcovan – Besa Editrice

L’allunaggio dell’immigrato innamorato – Mihai Mircea Butcovan – Besa Editrice

Informazioni sul libro:
Titolo: Allunaggio di un immigrato innamorato
Autore: Mihai Mircea Butcovan
Editore: Besa editrice
Pagine: 109
Prezzo: €10

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