L’amore con l’alfabeto maiuscolo

Tahar Lamri
Leggere “I sessanta nomi dell’amore”, insieme di racconti di Tahar Lamri ristampati per la ormai napoletana Traccediverse, è come ascoltare una voce interiore. Ogni racconto implica un aspetto diverso dell’amore, attraverso microstorie che parlano della cultura e della società araba. A legare i racconti c’è la relazione fra due personaggi, Tayeb, arabo ed Elena italiana, che conosciamo con le loro email. Ed è Tayeb che ci svela la più musicale e poetica delle rivelazioni di questo libro, l’esplorazione morfologica del sentimento dell’amore nei sessanta modi diversi in cui può essere detto in arabo. Ma per comprendere meglio il talento e la magia della scrittura dell’autore ve lo presentiamo attraverso un’intervista in esclusiva per Puralanadivetro.
I sessanta nomi dell’amore – Tahar Lamri – Traccediverse
“Ti amo”. Bastano solo poche lettere per emozionare, decenni dopo decenni, milioni di lettori nel mondo. Che siano libri d’avventura, storie d’epoche passate, saggi sul tema affettivo o una semplice poesia, la parola amore è la chiave di lettura di un cosmo letterario che. ancora adesso, è alla ricerca dell’interpretazione univoca di questo sentimento universale. Chi oggi vuole scrivere “sull’amore” non può che temere di raccontare ciò che miriadi di scrittori hanno già detto. Finché non capita di leggere un libro prezioso, che apre nuove porte sull’argomento più antico della storia. “I sessanta nomi dell’amore”, edito prima da Fara editore e ora da Traccediverse, è una raccolta di racconti che possiede l’insita forza di un vento capace di divellere i precedenti canoni della letteratura romantica, scritta con devozione e trasporto dall’algerino Tahar Lamri. Lamri, che vive a Ravenna dal 1987, è forse una delle rare personalità del mondo delle cultura da poter essere insignito del titolo di letterato e intellettuale. L’ho conosciuto alla Fiera della Microeditoria di Chiari lo scorso Novembre e da subito sono rimasto incantato dalla sua sincera e genuina passione verso la natura delle parole, verso le radici storiche e socioculturali che nel tempo trasformano un vocabolo e il suo significato. In quell’occasione ci lasciò tutti a bocca aperta per il suo amore nei confronti dei dialetti italiani, che considera un’inestimabile fonte da dove attingere per capire chi siamo. Dietro le sue parole Lamri ci offre una visione privilegiata, fatta di universi paralleli. Ci sono leggende, miti, popoli e terre; ci sono millenni di conquiste e di lotte. Dietro la lingua c’è soprattutto l’uomo. Leggere “I sessanta nomi dell’amore” è come ascoltare una voce interiore. Profonda. Ogni racconto implica un aspetto diverso dell’amore, attraverso microstorie che parlano della cultura e della società araba, le quali scorrono nel sangue dei protagonisti, individualità sfaccettate, mai stereotipate. A legare i racconti c’è la relazione fra due personaggi, Tayeb, un uomo di nazionalità araba ed Elena, una donna italiana, che conosciamo attraverso le loro email. Ed è Tayeb che ci svela la più musicale e poetica delle rivelazioni di questo libro, l’esplorazione morfologica del sentimento dell’amore nei sessanta modi diversi in cui può essere detto in arabo. Ma per comprendere meglio il talento e la magia della scrittura dell’autore ve lo presentiamo attraverso un’intervista in esclusiva per Puralanadivetro.
Benvenuto Tahar fra le pagine di Puralanadivetro. Passo subito alle domande che sono ansioso di fare: capita raramente incontrare scrittori il cui amore per la parola vada al di là della scrittura stessa. Tu ti soffermi attorno ad un semplice vocabolo e ne estrapoli un mondo pieno di significati, di immagini, di rivelazioni. Da dove deriva questo tuo spassionato amore per le parole in quanto singole identità?
Questo amore per le parole in quanto singole identità deriva dall’amore (la parola qui non è esagerata) che nutro per la lingua italiana. Lingua nella quale ho scelto di scrivere. E questa scelta è innanzitutto una scelta di libertà. Non scrivo nella mia lingua materna, né nella lingua colonizzatrice, che sarebbe per me il francese, ma in una lingua straniera che è l’italiano. Lingua assolutamente sconosciuta alla mia infanzia. Lingua della libertà ma anche nella quale sono ospite. E in quanto ospite devo restituire o cercare di restituire questa lingua carica di emozioni e attenzioni.
Segno distintivo di questa tua passione è il testo “Il pellegrinaggio della voce”, incluso nel tuo libro “I sessanta nomi dell’amore”. Un inno alla parola, alla lingua, ai dialetti. Parlando insieme a Chiari è venuto fuori che non solo sei affascinato dalla territorialità del linguaggio, ma dalle espressioni, dai modi di dire, che noi gettiamo come grano sull’asfalto e che tu invece raccogli e mieti. Tu invece coltivi la lingua italiana…
In parte ho risposto a questa domanda qui sopra, vorrei aggiungere però che l’attenzione per la parola viva, per la parola degli anziani romagnoli che si salutano con l’antifrasi “Che ti venga un colpo…” come massimo dell’espressione dei sentimenti, di celare i sentimenti non può lasciare indifferente che scrive. La scrittura è censura, selezione, è una risposta al quesito secondo il quale: “le parole ci servono a esprimere o celare il pensiero?” Io le risposte li trovo per strada, come quella volta che ho sentito una signora anziana dire (in dialetto) oggi ho visto un nero, ma ero nero, ma così nero che aveva persino le pieghe del collo nere”. Era nel 1990 e coincideva con l’arrivo degli immigrati in Italia. La signora era una contadina abituata ai contadini che lavorando d’estate i campi, si abbronzavano, ma le pieghe del collo rimanevano bianche, invece qui era in presenza di qualcosa di totalmente nuovo e con questa frase ha riassunto la fine di un’era e l’inizio di un’altra. Come si può essere indifferenti a questa lingua viva quando si vuole scrivere?
Tu scrivi in lingua italiana perché essa è il connubio fra ragione e passione, ma anche la lingua della confidenza, del raccoglimento, perché si scrive a se stessi. Mi chiedo: è un pregio oppure un difetto che una lingua così ricca, così passionale, così cerebrale, sia anche la meno ascoltata, quella che rischia di rimanere in libri che non si leggono?
La lingua italiana è una lingua che si parla in Italia e un po’ in Svizzera perciò è un po’ marginale rispetto al francese, l’inglese o lo spagnolo e qui parlo, ovviamente, da straniero che sceglie di scrivere in italiano. Ma questa mia affermazione è vera soltanto in parte, perché nei processi di globalizzazione che volenti o nolenti viviamo diventa sempre meno importante il “supporto” linguistico. Rimane però vero, se invece facciamo un discorso italiano stretto, che la lingua italiana dagli anni 80 in poi vive un crescendo impoverimento dovuto a questa specie di monologo collettivo imposto dalla televisione che mi sembra più forte o più pregnante in Italia che altrove.
Facciamo un passo indietro per capire anche il percorso personale che ti ha portato in Italia. Tu sei arrivato nel 1986. Che vita conducevi prima di arrivare qui e con che attese sei partito? Eri già uno scrittore in patria?
Prima di arrivare in Italia ero in Francia e prima della Francia l’Inghilterra e prima ancora la Libia. Ho lasciato l’Algeria all’età di 19 anni, nel 1979, poi non sono più tornato. Il primo paese dove sono approdato è stato la Libia dove ho fatto il traduttore. Mestiere che ho continuato a farlo anche in Italia.
Che tipo di educazione hai ricevuto? Quali letture hanno segnato il tuo percorso da adolescente a uomo?
Ho avuto un’educazione tradizionale: mi hanno messo all’età di tre anni in una scuola coranica, dove si impara il Corano a memoria, poi ho fatto la scuola pubblica normale. Ai miei tempi si studiava il francese e l’arabo, due lingue ch’io non parlavo a casa: due lingue straniere. A dodici anni ho scoperto “Le mille e una notte”. Mi svegliavo alle quattro del mattino, accendevo una candela e leggevo e rileggevo le storie piccanti (in arabo le mille e una notte è tutta una storia al limite del pornografico, censurate poi nelle varie traduzioni europee). Fu così che divenni miope…
I tuoi impegni e le tue doti sono molteplici. Scrivi testi teatrali, collabori alla realizzazione di CD musicali, sei traduttore e saggista. So che ami molto anche il cinema…
Sì adoro il cinema e mi piacerebbe scrivere un giorno un romanzo con tagli cinematografici. So che non è possibile perché nella scrittura bisogna descrivere e ambientare, ciò che fa naturalmente anche il cinema ma con mezzi diversi, però mi piacerebbe farlo…
In tutte queste forme d’arte torna sempre il ruolo vitale della parola, che sia legata ad un gesto interpretativo oppure ad una nota musicale. Nel tuo libro “I sessanta nomi dell’amore” c’è una frase incisiva: mia madre è una donna che non sa né leggere né scrivere e quindi non è corrotta dai libri. Il tuo impegno è quello di non corrompere alcun lettore, ma al contrario, di fornirgli la trasparenza delle parole per innamorarsi della propria vita come della vita altrui. E’ difficile oggigiorno scrivere senza corrompere o senza essere spinti a farlo?
E’ sempre difficile scrivere senza corrompere perché, per me s’intende, la scrittura è un atto di impudicizia totale, è quasi una violenza. E’ certamente un mettersi a nudo in pubblico. Non sto parlando delle censure dei secoli passati, dove era vietato ad esempio alle giovani donne di leggere certi libri per timore che questi libri li corrompano, nel contesto dove faccio questa affermazione mi riferisco alla conoscenza dell’altro che passa prima di tutto dal sentimento.
Nei paesi occidentali rispetto a quelli orientali sembra che il diritto alla parola sia più tutelato, non venga punito, o censurato, ma è poi così vero?
Più che paesi occidentali, dove comunque nei principi fondatori la parola è tutelata ed è garantita, direi che dove vige la legge del mercato, la parola tende a restringersi. Diventa improduttiva e quindi non ha diritto di cittadinanza
Lo scrittore migrante, rischia, come tutte le definizioni, di rinchiudere in modo sbrigativo un concetto importante, di accatastare un gruppo di scrittori e di bollarli come portavoce di culture straniere. Invece tu sei uno scrittore che riesce a fare innamorare gli italiani dell’Italia, della lingua italiano, come se riuscissi a carpirne la poesia al di là di stilemi e convenzioni. Esiste allora lo scrittore migrante o è solo un’etichetta editoriale?
Non lo so se esista una categoria chiamata scrittori migranti. A me la definizione non dispiace affatto, perché negli scrittori migranti, viaggiatori, di confine ci metto Italo Calvino, Umberto Saba, Pier Paolo Pasolini, Claudio Magris, Luigi Meneghello, Gianni Celati, per parlare soltanto di scrittori provenienti dall’Italia. Quindi la compagnia è eccellente.
I sessanta nomi dell’amore è un libro intenso, lega storie e voci diverse, ma sempre rappresentative della tua terra, attraverso un fil rouge, la corrispondenza via e-mail fra Tayeb ed Elena, preziosa storia d’amore. Com’è nato questo spunto? Quanto c’è di te in queste lettere piene di comprensione e amore?
Ci sono io intero in quelle lettere. Una volta ho scritto “dire “Io” in una lingua straniera è l’atto più autobiografico che ci sia. Credo che questa sia una risposta completa.
Un altro aspetto fondamentale del tuo libro è il modo in cui descrivi il mondo femminile. Nel racconto “L’hennè” una donna, dopo essere stata picchiata dal marito viene difesa con devastante amore dal padre. In “Foglio di via” dai voce ad una donna che spera di avere un soggiorno di permesso. E così in altri racconti le donne non sono né vittime né ribelli, non sono scandalo, non sono sesso, sono un mondo profondo di emozioni, di rispetto, di cultura. Perché questo messaggio non passa in tv o nei giornali? Perché in Italia continuano ad essere pubblicati libri su donne arabe vittime di abusi e violenza, quando, oltre questa dura realtà, vi sono donne come quelle del tuo libro, testimonianza di un universo femminile straordinariamente diverso dall’immaginario collettivo?
C’è una bel libro “La storia velata” di Anna Vanzan, studiosa dell’Università di Venezia che spiega lo sguardo italiano attraverso i secoli sulle donne arabe e qui sguardo vuol dire stereotipi e pregiudizi. Lo consiglio a tutti, anche perché dalla lettura di questo libro si evince che questo sguardo è immutato, è fossilizzato.
Ti confesso che solo negli ultimi anni sto costruendo un rapporto di stima con la letteratura italiana, perché c’è una ventata di scrittori emozionanti ed impegnati. Ma l’Italia che amo leggere vive nelle pagine di pochi scrittori del secolo scorso: Carlo Cassola, Cesare Pavese, Elsa Morante e i romanzi ferraresi di Giorgio Bassani. Quali scrittori italiani invece ti hanno sfiorato l’anima?
Purtroppo hai ragione l’Italia letteraria da amare vive nelle pagine di pochi scrittori del secolo scorso. Ma per fortuna ogni tanto qualche giovane porta una ventata di freschezza che, sfortunatamente, non dura a lungo perché la dittatura del mercato non ama la qualità. Non voglio fare nomi, ma ci sono diversi scrittori e poeti giovani che quasi quasi chiedono scusa per il fatto di essere lì, pubblicati da coraggiose case editrici piccole spesso soffocate dai debiti. Mentre il resto d’Italia scrive gialli dove spesso il protagonista è l’ombelico del giallista stesso.
Quali sono i tuoi prossimi impegni? Stai scrivendo nuovi racconti o un romanzo?
Ho appena ultimato un racconto sul rapporto fra testo e tessuto fra testo e voce che sarà pubblicato nella rivista quadrimestrale “Nuova prosa”, poi sto scrivendo contemporaneamente due libri uno in lingua araba e l’altro in italiano, ma sono ai primi balbettii…
Un’ultima domanda: tra i sessanta nomi dell’amore tu quale sceglieresti e perché?
Scelgo senz’altro la parola “futun” perché è una bellissima parola che significa rapimento dello sguardo e del cuore, essere stregati, perché rimanda al versetto del Corano che dice “non sono gli occhi a diventare ciechi ma i cuori nei petti”, e la scelgo anche perché è una parola che stata “rapita” dagli integralisti islamici che ne hanno deviato il senso e l’hanno applicata alle donne libere, tacciandole come “fitna” (è sempre la stessa parola) e cioè fautrici di disordini sociali e quindi passibili di morte. Quindi mi piace perché vorrei riportarla al significato originario.
Tahar Lamri è nato ad Algeri nel 1958. Laureato in Legge all’Università di Benghazi (Libia), vive a Ravenna dal 1987. Ha letto brani all’incontro sul premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz alla Biblioteca Delfi ni di Modena; è intervenuto al Convegno Internazionale “Migrazioni, interazioni e confl itti nella costruzione di una democraziaeuropea” con il paper “Mettere in scena l’alterità” (Università di Bologna), ha partecipato aconferenze al Master di Multiculturalità presso le Università di Padova e Venezia, a convegni sullaletteratura della migrazione a Ferrara, Padova, Madrid, Londra e Varsavia. Ha prodotto un videoracconto dal titolo La casa dei Tuareg, presentato al Teatro Rasi di Ravenna e il testo teatrale Wolf o le elucubrazioni di un kazoo per Ravenna Teatro. Ha vinto la sezione narrativa del concorso letterario Eks&Tra (opere raccolte nel volume Le voci dell’arcobaleno, Fara Editore, 1995) con il racconto “Solo allora sono certo potrò capire”, pubblicato (trad. di Gerry Russo) anche nell’antologia Mediterranean Crossroads (Fairleigh Dickinson University Press – Associated University Press, 1999). È stato membro della giuria del concorso Eks&Tra. Ha partecipato al CD musicale Metissage, con “I Metissage” e Teresa De Sio, con il pezzo La ballata di Riva (SOS Razzismo – Il Manifesto, 1997). Il pellegrinaggio della voce è stato presentato nel 2001 a Santarcangelo di Romagna nell’ambito della rassegna “Eirene”, a Malo ad AzioniInclementi, a Mantova, Ravenna, all’Arena del Sole Teatro Stabile di Bologna, a Cremona e altrove. Dal 2005 partecipa al progetto europeo “And The City Spoke”, assieme a scrittori e attori provenienti da diverse città europee. Lo spettacolo è stato rappresentato a Londra, a Varsavia e a Gdynia. Organizza a Ravenna, in collaborazione con l’Associazione culturale Insieme per l’Algeria, “Le vie dei venti” e il festival delle culture “L’essenza della presenza”.
Informazioni sul libro:
Titolo: I sessanta nomi dell’amore
Autore: Tahar Lamri
Editore: Traccediverse
Collana:Mangrovie
Prezzo: 12 euro


















