Alcide Pierantozzi, ambisco al Nobel e non sto scherzando

Alcide Pierantozzi
Uno Indiviso – Alcìde Pierantozzi – Hacca
Bravo, determinato, che ha mille cose da dire. Conosce quello che vuole dire ed ha anche i mezzi per dirlo soprattutto in termini del contenuto delle sue affermazioni. Queste sono le impressioni che abbiamo avuto parlando con Alcide Pierantozzi che abbiamo contattato per posta elettronica per una intervista sul suo libro di esordio uscito qualche tempo fa per Hacca dal titolo “Uno Indiviso”.
Il suo romanzo, veloce trasposizione di un lungo percorso di maturazione intellettuale, uscito qualche tempo fa è riuscito a stravolgere il punto di vista del lettore con una storia ricca di citazioni ma che ci mette con le spalle al muro sulle tematiche forti del nostro tempo.
La storia di questi due gemelli uniti dalla cinta in basso in un solo corpo è forse la trasposizione di situazioni che oggi sono sempre duali, sempre difficili e suscettibili di variazioni in funzione dei punti di vista. C’è la bellezza dei due ragazzi dietro il bancone del locale per incontri, il bello di quello che emerge dal bancone ed il segreto di quello che sta dietro.
Le visioni che balzano all’occhio in questa storia sono forse la trasposizione di quello che produce l’intelletto, di coloro che predicano e tracciano le linee del pensiero e poi le usano per le bassezze del vivere e del potere. È un libro lampante e difficile, in cui le visioni che appaiono in queste pagine sono flash che spesso impressionano ma che lavorano anche dopo la lettura lasciando il segno.
Abbiamo contattato l’autore per posta elettronica qualche giorno fa e proponiamo questa intensa intervista sul suo giardino segreto – o forse su un appezzamento di terra diviso tra prati ed una impenetrabile foresta.
Prima domanda di rito, come è stata la gestazione di questo libro? Qual è stata l’idea o motivazione che ha scatenato la creazione di questa vicenda che certe volte pare proprio come l’hanno descritta, una bestia infernale? Cosa c’era nel tuo giardino segreto che doveva essere liberato?
Direi che c’è stato uno svolgimento di pensiero, che si è srotolato in un paio d’anni di analisi, ribollimenti interiori e passioni filosofiche. La stesura del romanzo in sé è durata meno di un mese, dopodiché siamo passati alle fasi di editing e correzione di bozze. Il romanzo è stato steso, curato e dato alle stampe in meno di un anno. Con Uno in diviso volevo dire delle cose, e per farlo ho deciso di ripiegare su un plot da “perdita dell’aura”, oscuro e acerbamente citazionista. La messa in scena della bestia di cui parli non è che un simbolo, neanche privo di una certa ironia romantica, di un ultimo decennio di emancipazioni politiche e fisiognomiche; il personaggio è doppio allo scopo di dominare una veduta globale delle cose, delle cose che volevo dire con questa storia.
Questa è la prima di una serie di curiosità che mi sono sorte durante la lettura, è legata ai nomi di questi due ragazzi. Ho cercato in internet e mi sono usciti dei visi di colore – anche la copertina ha il viso di un ragazzo che pare di tratti africani – da dove nascono questi due nomi che paiono africani ma che alla fine sono dell’Abruzzo?
C’è una forte trasmissione di memorie su questi due nomi, impossibile da spiegare in poche righe. Taiwo e Kheinde sono comunque due gemelle femmine di una mitologia orientale, che io ho ripreso in un contesto diverso per conferire un’atmosfera da third space alla città di Milano.
Curiosità numero due: quell’autobus passa alle 19:47.02, altro succede alle 18:30.02. Che significato ha questo 02?
L’impossibilità di una comprensione dialettica del tempo, e il fatto che nel parapiglia della vita c’è sempre qualcosa di stabile (che fa ancora più paura dell’instabile): in questo caso l’elemento fermo è quello 02.
Curiosità numero tre: La parola dio che esce dalla bocca dei due fratelli ha la d minuscola. Perché? Per te come è Dio? Dio? dio? nulla?
Dio è qualcosa di incontestabile, cioè senza contesto. Sono uno studente della Cattolica e passo gran parte delle mie giornate a rigirarmi attorno alle più sopraffine dissertazioni teologiche, quindi trovo un po’ difficile rispondere a questa domanda. In fondo è per questo che scrivo, per capire cosa è dio.
Nelle pagine del libro ci sono tanti riferimenti alla diversità e a chi la combatte. Ma per te, che cos’è la diversità? Chi è veramente un diverso?
No, guarda, io non ho voluto parlare di diversità. In fondo i due gemelli sono così lontani dalla realtà che non possono neppure essere diversi dal resto del mondo. Diverso è chi ha talento per qualcosa, allora è diverso dagli altri, che sono tutti uguali.
Parlando sempre di accostamenti tra sentimento ed aberrazione – non so se sia il termine giusto ma ho provato a scegliere quello più vicino all’idea che volevo comunicarti – come quello che i due fratelli fanno con la donna che va a casa loro. Che significato dai all’aberrazione? O se hai un termine migliore quale useresti?
Aberrazione va benissimo, ché fa pensare all’assurdità. Ma andrebbe bene anche il termine d’insurrezione. Quest’assurdità è sempre il gesto di un uomo che ha un rapporto esistenzialistico con il dato reale, cioè percepisce una specie di angoscia del Levante (non inquinata) che lo avvilisce nel processo di decodificazione degli enti che vede e che sente; a questo sentimento risponde con un’assurdità fisica e concreta – nel caso dei miei personaggi l’omicidio – che si prospetta come un gesto d’insurrezione cosmica.
Una penultima domanda sulla storia, verso la fine del libro parli di essere stanchi a vent’anni. Come è possibile essere stanchi così presto? Chi sono queste persone già stanche di vivere giovani e che cosa dovrebbe essere fatto perché ci sia una dimensione più umana della giovinezza?
Si è stanchi di vivere a vent’anni quando c’è chi decide del nostro futuro senza averne le competenze. Così un ragazzo si sente frustrato e abbandonato a un nuovo mondo senza padri. E’ assurdo che io debba sentire il bisogno dentro di me di diventare il nuovo Pasolini o il nuovo Parise. Dove sono, oggi, i Pasolini e i Parise? Dov’è la generazione di quelli che hanno l’età di mio papà? Perché devo farmi carico di una responsabilità così grande, cioè di fare da padre a quelli che dovrebbero essere i miei padri e invece si comportano da figli? Non è giusto, anzi è contro-natura, che io abbia più cose da dire degli scrittori di cinquant’anni. Tutto questo mi dà un forte senso di nausea e stanchezza intellettuale…
Da come finisce la vicenda si ha l’impressione che non ci sia una seconda parte, ma la domanda è d’obbligo: ci sarà una continuazione? Se non c’è un nuovo capitolo, cosa hai in cantiere?
No, per ora non ci sarà una seconda parte, anche se voglio rimettere le mani su Uno in diviso per aggiungere alcune cose e toglierne altre. Il nuovo romanzo, che esce l’anno prossimo, è totalmente diverso da questo.
Passiamo dalla storia a chi la racconta. Scrivi da quando avevi 15 anni. Si ha tutta l’impressione che scrivere per te significhi moltissimo. Quando hai capito che la pagina scritta era la tua strada? Quando hai letto Pasolini che reputi il tuo maestro?
Ma Pasolini non è il mio maestro, cioè non più di Dostoevskij, Heidegger, Severino… E poi io non ho un rapporto corsaro con la scrittura, come è il caso di altri scrittori (Desiati, Saviano), di vicino a Pasolini ho un certo gusto per il simbolo e l’atrocità autentica, direi agra, che anche lui aveva mediato dai vangeli e dalla tragedia greca e dalla Storia…
Riprendendo il tema dell’aberrazione, o semplicemente di quello che pensiamo/pensano non sia “normale”, mi viene in mente aborto, coppie omosessuali, quello che la chiesa professa e dichiara, che cosa servirebbe per essere persone felici? Non è normale solo chi predica bene e razzola male?
Questa predicazione di tipo ufficiale, di cui tu parli, è destinata ad essere inghiottita dalla mancanza d’ascolto e ad essere ridotta a una specie di formalismo verbale. La predicazione senza ascolto la vedo come un intersecarsi di monologhi etici alla Beckett in cui a vincere sono le pulsazioni del presente, verso le quali non ci si chiede più cosa sia la felicità. Queste pulsazioni, a causa della morte del vecchio spirito di conservazione politico, trovano sfogo soltanto in un rituale da incultura di massa che si beffa di preti e capi di Stato su cui poggia uno strato intellettuale che oggi, diversamente da quanto affermava Gramsci nei Quaderni, deve ignorare i climi sovversivi nella speranza che ci sia qualcuno che li ascolta. Più o meno bene, fanno il loro lavoro
Facciamo la prova del nove: è più aberrante Buttiglione – quello del libro intendo – o i due gemelli?
I problemi di Buttiglione – dice Cohn-Bendit – sono iniziati con un suo articolo sull’omosessualità su un giornale olandese. All’audizione, quell’articolo diede spunto ad una domanda di una collega olandese. E Buttiglione affermò che quella collega era stata manipolata da Cohn-Bendit, il che non è vero. Lo ha detto perché non ritiene concepibile che una donna, in quanto tale, possa essere in grado di fare una domanda senza essere manipolata da un uomo. Bottiglione è la trasposizione di Taiwo (per la sua durezza) e di Kehinde (per la sua partigianeria beffarda) nella realtà.
Curiosità numero quattro da lettore generico, il padrone della casa di appuntamenti si chiama Buttiglione di cognome, c’è qualche nesso con il personaggio politico? Confessa!
Certamente. Mi sembra piuttosto ovvio.
Il tema dell’omosessualità nella storia viene toccato a certi tratti velatamente ed in altri in maniera più pesante. Domanda dal TG delle otto: sei gay? E perché questa diversità è cosi rilevante oggi come se fosse la sola?
Ti dico che non sono gay proprio per una scelta politica, e non morale, pur riuscendo tranquillamente ad andare a letto, oltre che con le donne, con persone del mio stesso sesso.
Rimanendo in tema e leggendo nel tuo libro si nota la famiglia dei protagonisti dell’Abruzzo, semplice e umana, accostata a la vita a Milano, meccanica ed inumana. Che cos’è la famiglia per te? Un luogo di sentimenti o cosa?
Direi, se non avesti visto Il laureato, che la famiglia è tornare a casa e trovarci qualcuno che avevi voglia di vedere.
Che cosa vorresti che si dicesse fra qualche tempo del tuo lavoro come scrittore? Voglio permettermi di chiedere anche come pensatore che forse, leggendo tra le righe del tuo libro, ha una rilevanza maggiore.
Io ambisco al Nobel, e non sto affatto scherzando.
Riprendendo le domande fatte fino ad adesso ed il fatto che hanno affermato – noi compresi – che nessuno ha mai osato tanto, cosa vuol dire osare per te?
Ma dai! Non scherziamo! Prima di me ci sono stati Cèline, Kafka, addirittura Petronio. In Italia Busi con il Seminario sulla gioventù. Se uno ha la coscienza della lingua e delle sue reali possibilità, della cultura e della domanda sociale fa quello che vuole. Perché aggredisce – per dirla alla Tullio De Mauro – la massa gigantesca dell’analfabetismo strumentale e del semianalfabetismo.
Alla fine di questa chiacchierata vorremmo quindi sapere che cosa c’è nel tuo giardino segreto?
Un nuovo romanzo sull’Albania e sulla storia contemporanea che esce l’anno prossimo.
Sei felice? Lo sarai? Hai trovato l’amore che cercavi ai tempi dell’intervista di Chiara Marra?
Esercito liberamente il mio ingegno, quindi sono felice. Anche l’amore, come diceva Pavese, è desiderio di conoscenza.
Informazioni sul libro:
Titolo: Uno in diviso
Autore: Alcìde Pierantozzi
Editore: Hacca
Pagine: 176


















