Galimberti: Se nell’era digitale ci stiamo perdendo la vita

Umberto Galimberti
Festival della Mente Sarzana
(La Spezia) – 31 Agosto/ 2 Settembre
Dal denaro al significato delle merci. Dall’economia alla tecnica. Da Platone ad Heidegger, passando per Marx ed Hegel. E’ ricca di spunti la lezione di Galimberti e fornisce più di una chiave di lettura sull’uomo contemporaneo.
L’uomo che non usa più la tecnica come fosse un mezzo, ma addirittura come fosse il suo stesso ambiente. Al punto che ci è rimasto invischiato in maniera irreparabile. Del resto non si può dire che Hegel e Marx non ci avessero messo in guardia: se un fenomeno aumenta quantitativamente da mezzo si trasforma in fine. E’ un po’ quello che è già successo al denaro. Siamo tutti persuasi che il denaro sia un mezzo per provvedere al nostro sostentamento. Ma è davvero così? Perché già ai tempi di Marx a seconda del denaro che una determinata merce generava si decideva se produrre o meno un bene, se soddisfare o no un bisogno. Insomma il denaro è passato da mezzo a fine, ben prima della tecnica.
E con questo estremo tecnicismo dilagante, secondo Galimberti, c’è poco da stare allegri. Perché la tecnica quasi fosse una crudele divinità vede sempre l’uomo come fosse un inconveniente. Ed ecco che la società di oggi è improntata all’efficienza e alla funzionalità, portando in secondo piano, la creatività, il bello, il buono, tutte cose che non servono a nulla. E l’uomo che fa? In fondo la tecnica l’ha inventata lui. “Da un alto temiamo lo sviluppo incontrollato della tecnica dall’altra facciamo a gara per avere l’ultima novità in fatto di tecnologia” spiega Galimberti. E questo rapporto ambivalente tuttavia “ci ha portato anche a modificare il nostro pensiero, che ormai è legato all’utilità e alla funzionalità tipica delle macchine. E quindi il grande interrogativo dell’uomo di oggi è: ce la faccio non ce la faccio? Ecco perché l’ansia, l’insonnia e la depressione sono diventati i mali del secolo”. Insomma viviamo in un ritmo frenetico, attanagliati dall’ansia da prestazione.
Naturalmente secondo Galimberti questa nuova evoluzione o forse involuzione del pensiero, tutta legata ad un’intelligenza binaria (sì oppure no, 0-1) è davvero tragica. “Perché comporta l’estinzione del pensiero problematico con cui finora l’umanità è andata avanti. E così sull’intelligenza binaria non si organizzano più solo i test di scuola guida o i quiz televisivi, ma persino la preparazione delle giovani generazioni”. E così che la sfera emotiva viene appiattita. “Del resto ormai la televisione ogni giorno ci presenta in tempo reale tutte le tragedie del mondo. L’uomo di oggi è l’unico vero uomo contemporaneo, perché vive simultaneamente diverse realtà. E si sa che di fronte all’infinitamente grande la mente dell’uomo prova impotenza e finisce per diventare apatica e insensibile”. Insomma conclude il professor Galimberti, con un ghigno a mezza bocca: “Non vi voglio dare speranza, perché bisogna avere basi cristiane per avere speranza”. Però un monito e un consiglio ce lo regala: “Attenzione la tecnica non è più sufficiente per entrare in comunicazione con l’altro e con culture diverse, che non sono necessariamente solo quelle del mondo arabo, che del resto non è che sia composto solo da un manipolo di terroristi”.
Come a dire che con il pensiero binario non arrivi certo a comprendere e a fare tua la visione del mondo che hanno le altre culture e che in fondo però la globalizzazione di oggi ci mette sotto il naso ogni piè sospinto. E allora? “Con il pensiero repressivo della tecnica rischiamo di perderci la vita, che è sovrabbondanza. Il problema quindi non è sapere cosa possiamo fare noi della tecnica. Ma cosa la tecnica farà di noi”. Insomma Galimberti sulle orme del vecchio Heidegger sostiene che ormai un pensiero alternativo a quello che calcola sia morto e sepolto.


















