Vito Ferro: Adoro osservare, lì nascono i miei libri migliori
Si definisce scrittore ma non per le sue vendite, ma forse perché scrive e basta, per aver il coraggio di “spacciare parole”, spesso semplici, concise e emozionanti. Ama osservare da essere a volte pressante, ma ruba un momento toccante di qualcuno per restituirlo a tutti ed impedire che venga perso per sempre. Parliamo di Vito Ferro, autore di “Condominio Reale” uscito da qualche tempo per Edizioni di Latta. Lo abbiamo raggiunto per posta elettronica per un interessante ritratto ed un singolare Giardino Segreto che ci ha permesso di scoprire una visione del mondo molto vivida e chiara.
Condominio reale – Ferro Vito – Edizioni di Latta
Se vi trovate a Torino per un po’ di tempo, nei suoi locali o nelle sue attività mondane, potreste trovare un ragazzo che vi osserva rapito. No, questo strano personaggio non è un pazzo serial killer – non è nemmeno strano – ma potrebbe essere l’autore di “Codominio Reale”, uscito da qualche tempo per Edizioni di Latta. Parliamo di Vito Ferro e speriamo che non se la prenda con noi per la spiegazione che di primo acchito potrebbe non essere molto edificante.
Sta di fatto che il suo libro ha qualche cosa di particolare che mette in luce tutto un mondo.
È la storia del primo reality show interamente ambientato in un condominio in cui le famiglie sono in gara per accaparrarsi il premio finale con le prove più incredibili per i soliti cinque minuti di celebrità.
In una descrizione attenta ci sono personaggi che aderiscono immediatamente al programma ed altri che preferiscono esserne fuori, sottostando all’impietoso giudizio dell’audience. Ma non solo, ci sono le telecamere segrete che devono spiare chi è fuori dal gioco per alimentare la curiosità morbosa del telespettatore e mille altri stratagemmi che mettono in luce un mondo grottesco in cui la vera sorpresa è il fatto che tutto sia assolutamente plausibile e verosimile.
Nel libro di Vito Ferro c’è chi darebbe qualsiasi cosa per essere davanti alla telecamera e chi si stupisce che sia così. Chi fa le cose più terribili per dieci minuti di celebrità televisiva e chi si stupisce che qualcuno dica no.
E tutto questo non è la visione di un folle che ci osserva, ma forse la chiarezza di qualcuno che vede, che decostruisce e costruisce nella sua testa, ruba un momento di qualcuno per restituirlo a tutti ed impedire che venga perso per sempre, per rendere giustizia ad un momento toccante che spesso si perde nel deserto.
Si definisce scrittore ma non per le sue vendite, ma forse perché scrive e basta, per aver il coraggio di “spacciare parole” dove nel suo quartiere la fortuna si fa spacciano ben altro.
Abbiamo raggiunto per posta elettronica questo autore dal Giardino Segreto singolare per una lunga chiacchierata che ha spaziato dalla sua attività di autore di fine ottocento – poi lui vi dirà perché – ai suoi libri, dalla sua visione del mondo alla scrittura.
Dopo aver letto il tuo libro mi è venuta la “vaga impressione” che programmi come il Grande Fratello non ti piacciano. Confessa, hai scritto questo libro per vendetta verso quella cricca di autori che produce programmi di bassa lega come questi?
Ti dico la verità, non è del tutto così. I reality show sicuramente non sono i miei programmai preferiti, ma li ho guardati spesso e spesso li guardo tuttora.
L’idea di fondo, ovvero quella di “riprendere la realtà”, è interessante. Anche inquietante, ma ha una sua attrattiva strana. Quello che mi turba è vedere che cosa sono stati in grado di innescare questi programmi in tanta gente. Il modello culturale (!) che questi show rappresentano, per giovani e non. Questo è forse l’aspetto più allarmante. Ed è la cosa che mi piaceva far risaltare nel libro. Il Grande Fratello di Orwell costringeva con la paura la gente ad essere ripresa, il nostro non ha bisogno: è la gente che ucciderebbe per essere continuamente spiata.
Partiamo con una domanda più classica semmai, come nasce questo romanzo?
Appunto dalla volontà di mostrare, di provare a capire, quanto ci sia di “televisivo” nella realtà normale di persone comuni, quanto la tv sia già penetrata nelle coscienze, quanto condizioni, oppure se non sia da ricercare altrove lo sfacelo morale che si può osservare quotidianamente. Ovvero se la televisione non faccia altro che accogliere e amplificare un retroterra umano già marcio, annichilito, irrecuperabile.
La prima cosa che mi é venuta alla mente leggendo il libro é stato il film “American dreamz” sulla crisi del ceto medio. Di questa gente che perde il lume della ragione per 5 minuti di successo. E di quelli che, anche se dicono no, guardano per il gusto di curiosare. Secondo te da cosa nasce questo fenomeno? Dalla perdita di qualcosa? Che cosa?
Sono convinto che in una società come la nostra (ma in fondo in tutte le società), il desiderio mimetico, quello che si basa sull’imitazione dell’altro per esistere, sia fondamentale. Sia la leva che spinge all’agire, all’essere. Ma ci sono, ovviamente, modelli positivi e modelli negativi. Il modello strutturato su un benessere materiale portato all’eccesso, sfarzoso, un modello che ostenta e gode nell’ostentare, non può che creare guasti. Innesca competizione (e difatti si va in tv, ma a “gareggiare” : il senso della sfida è inevitabile) e quindi aggressività. Certo spettacolo ha capito questa regola e la sfrutta. La legittima in pieno. Promettendo soldi e fama, promette di far svoltare la propria vita, di renderla superiore e privilegiata. In cambio del pudore e della serenità. E tante persone accettano. Forse ritenendo, a torto, la loro vita mediocre. Ma non considerando che una vita non è mai mediocre.
Menzioni sempre blob, a volte come unico programma che il protagonista guarda. Che cos’é questo programma per te?
Blob è un bel programma. Blob usa il cinema, la tecnica base del cinema (il montaggio), per destrutturare e decontestuallizare un messaggio. E così facendo rafforza le crepe logiche, le falle di irrealtà, presenti in ogni messaggio tv. Non gli serve commentare, non utilizza la didascalia: basta il semplice accostamento di immagini tra loro affini o stridenti, per farti riconsiderare ciò che hai appena visto. In un senso diverso, più ampio, forse più vero. Fa quello che mi piacerebbe fare con la scrittura, ciò che mi illudo di aver fatto in Condominio reale.
C’é la frase che qualcuno pronuncia al protagonista che non gioca: “guarda quello là, é il coglione che non gioca a CONDOMINIO REALE”; e lui non si perde in spiegazioni sulle ragioni di chi dice no ad iniziative del genere, tanto non serve a nulla. Perché non serve più a nulla?
Non serve a nulla giustificare il proprio agire. Deve parlare da solo, il proprio comportamento, non puoi appiccicargli tu la didascalia (come dicevo sopra). Non credo che porti frutti, insomma. Tu puoi parlare con chi è realmente disposto ad ascoltarti, non con chi ha già emesso la sua sentenza su di te. Ci sono rapporti tra persone che difficilmente potranno mai discostarsi dalla semplice tolleranza (sopportazione), forse dalla reciproca non belligeranza se non indifferenza totale. Mi duole ammetterlo, mi costa dispiacere, ma è quello che vedo ogni giorno. Così rinuncio (che non significa abdicare), all’evangelizzazione, non mi sento portato a questo ruolo, non riesco a prendermi così tanto sul serio. Ho la mia verità, le mie verità? Forse. Le tengo per me e per chi, sinceramente, si avvicina a me. Anche per una forma di rispetto verso gli altri: in fondo credo che ognuno, a modo suo, faccia delle scelte, anche quando queste appaiono forzate, o condizionate. E la responsabilità di tali scelte DEVE necessariamente ricadere su chi le compie.
Quando ero ragazzino mi incazzavo nei confronti di chi credevo seguisse una strada di inautenticità: mi sono reso conto col tempo che il mio era un comportamento arrogante. E ho piano piano lasciato perdere.
Siamo davvero sicuri che non ti stia vendicando del grande fratello? Il presentatore l’hai persino chiamato Alfio “Stocanzo”!
No, vendicarmi no, anche perché non ho nulla contro il Grande Fratello! Giuro che la mia non è una ripicca per essere stato scartato al provino (che non ho mai fatto!). Una presa per il culo sì. Mi fanno sorridere questi piccoli eroi del teleschermo, che si sentono investiti come da una missione, o almeno così fanno apparire. Non riesco a prendermi sul serio io, figurati se posso prendere sul serio la Marcuzzi, la Fattoria, Simona Ventura, Barbara D’urso, il Gabibbo e compagnia bella! (ah: Stocanzo è un anagramma…).
É mai possibile che ormai non essere parte della macchina trita-successo sia talmente incredibile da accettare come normale l’accanimento alle riprese di Amanda, che non partecipa al gioco, nuda sotto la doccia da una finestra dimenticata aperta?
Ti dirò una cosa che magari ti sembrerà strana e autolesionista: son convinto di essere stato fin troppo morbido nella descrizione degli eventi e dei personaggi nel libro, di essere meno aderente alla realtà di quanto avessi voluto. La realtà televisiva, e quindi quella di tutti, è peggio. E’ davvero peggio, più cattiva, più aggressiva, più spietata, più cinica. Io, in fondo, ho scritto una favola metropolitana. Ma chi mostra il cadavere della ragazza uccisa a Perugia nella stanza sporca di sangue, beh quello fa davvero schifo.
Guardando la realtà del Grande Fratello “reale” e similari, perché é tutto così allettante? Ci saranno sempre meno grandi personaggi di talento e dura gavetta?
Tutto sembra facile, non perché basti soltanto apparire, ma perché ad ognuno è richiesto di essere semplicemente “se stesso”. E’ una bugia, dal momento che inseriti in un contesto come quello di un reality show, di te stesso rimane poco. Basta pensare al fatto che tu sai di essere ripreso e questa semplice consapevolezza falsa tutto. Ma chi scrive, dirige, studia questa televisione vuole far credere che sia così: sii te stesso. E tutti noi crediamo di sapere come siamo fatti. Tutti noi, alcuni più altri meno, sappiamo come compiacere gli altri. In questo compiacimento sta il ricatto morale, lo scompenso, il ridicolo. La lacrima facile, la calunnia, il sesso spiato, le urla. Mezzi per emergere. Strumenti per vendersi bene. Il talento è fatica e disciplina, è lavoro e fortuna. Quanti hanno realmente voglia di buttarsi in una strada di crescita che impone sforzo e rinuncia? E non parliamo solo di televisione. Quanti, dal momento che nessuno pare richiederti realmente questo sforzo? Basta il minimo indispensabile, la sfacciataggine. La mancanza di pudore. Essere se stessi.
Leggendo questo libro mi balza all’occhio che tu sia un grande osservatore con il dono della sintesi. É questa voglia di osservare le persone che fa da motore alla tua voglia di scrivere? Cos’altro?
Mi piace osservare, ovviamente. Ma proprio tanto. Dalla finestra, sul pullman, nei locali, alla posta. Io non mi annoio mai, lo ammetto. La mia ragazza mi prende in giro perché dice che sono un cazzo di curioso che non è capace di farsi i fatti suoi. Che ci devo fare, mi piace osservare, gente, luoghi, situazioni. Credo che sia una delle mie vere passioni. Tutto entra nella mia testa e lì nascono i libri migliori. Quelli che non ho mai scritto tra l’altro. Ho visto scene da commuovere, scene toccanti e scene ridicole. Sempre da solo, sempre con nessuno con cui condividerle. Così alcune le scrivo. Rendo indietro ciò che ho rubato.
La cosa che spaventa del tuo libro non é la crescita del grottesco ma il fatto che questo si mantenga sempre plausibile. Cosa vorresti che rimanga al lettore dopo che ha letto l’ultima pagina di questo libro?
Hai perfettamente ragione. Io volevo rimanere in bilico tra grottesco e verosimiglianza, certo pendendo più verso il grottesco. Forse non ci sono riuscito così tanto quanto volevo, la vita reale mi ha fregato come al solito. C’è sempre qualcosa di più surreale in Studio Aperto o in Uomini e Donne ad esempio.
Ogni cosa narrata parte da una realtà che conosco, direttamente o indirettamente. Il tutto viene lievitato da una fantasia che gioca e scherza. Non so se io abbia realmente voluto mandare un messaggio. Mi piaceva l’idea che qualcuno conoscesse delle situazioni che per me sono quasi normali, che conosco bene. Che potessi condividere questa follia costante che attraversa la nostra quotidianità. E riderci su. Perché se ridi smorzi la tensione, ridimensioni e padroneggi meglio ciò che ti offende, ciò che cerca di ferirti, di isolarti. Ridere è una forza.
E dei libri che hai scritto e scriverai?
Devi sapere, e spero che tu possa e voglia credermi, che io ci sto strano nei panni dello scrittore. Soprattutto adesso che qualcuno ha deciso (non so ancora perché) di pubblicare e vendere i miei libri. Mi sono sempre considerato uno scrittore, dal momento che è da quando sono bambino che scrivo, scrivo, scrivo. Ho sempre scritto un sacco di cose. Poi ad un certo punto, quando avevo circa 20 anni, ho deciso che le cose che scrivevo non le avrei mica mandate a nessuno. Perché di pubblicare me ne fregava poco. Mi bastava guardare, vivere e scrivere. E mi sentivo scrittore comunque. Senza vanagloria, senza arroganza, giuro. Poi sono stato convinto da persone a me vicine e care a provare a mandare i miei scritti in giro. E mi hanno pubblicato. Oh cazzo, ho pensato, adesso viene il brutto. Adesso mi prendono sul serio. Io ho la fobia, la paura tremenda di essere preso sul serio, di sentirmi in diritto di farmi prendere sul serio. Così scrivo cose che spero abbiano in se stesse l’antidoto contro ciò che contengono. La scrittura è la cosa più bella che mi sia capitata, ma vorrei che fosse un divertimento, una compagnia, un sostegno, un mio piccolo grande rifugio. Perciò cerco di scrivere soprattutto cose che possano divertire chi legge, far capire che le cose, anche quelle più tristi, possono essere smontate e svuotate della loro carica austera, “sacra”. Che in fondo si sta giocando. E sta qui il bello.
Che sentimenti ed aspettative avevi alla scrittura del primo libro? E di questo?
Il mio primo libro l’ho scritto a 14 anni. Parlava del mio quartiere, il protagonista era proprio il mio quartiere Le Vallette di Torino. Quartiere particolare. Fondamentale per me, è forse il punto di partenza per la mia narrazione. L’ho scritto e mi sono tolto un peso. Cioè, ero proprio più leggero quando l’ho finito. Non cercherò di pubblicarlo mai neanche aggiustandolo e facendolo maturare. Mi è servito scrivere e rileggere e far leggere alle persone vicine ciò che mi era cresciuto dentro negli anni.
Scrivendo Condominio reale invece mi sono divertito molto.
Le aspettative sono state quindi diverse: ho fatto, per le mie capacità, un duro lavoro di taglio, rifinitura, editing totale. Ho cercato quella sinteticità immediata che ho sempre ammirato in tanti scrittori e di cui credevo di essere totalmente sprovvisto. E’ così facile scrivere, e così tremendo autocorreggersi! In Condominio reale forse ho perfino esagerato: molte persone mi hanno rimproverato che avrei potuto dilungarmi di più. Avevo paura di annoiare.
E del libro di poesie che hai appena dato alle stampe?
E’ stata una pubblicazione un po’ casuale, in quanto mi è stato possibile sottoporre il dattiloscritto (Mentre la luce sale – Lietocolle) in quanto ho vinto un concorso di poesia che prevedeva l’apertura di questo canale con l’editore come premio.
Con la poesia ho un rapporto difficile: se con la narrativa mi viene immediato inventare storie e svelarmi e non avere pudore, con la poesia sono vergognoso e timido. Mi sembra sempre di scrivere cazzate e penso a quanto Montale, Neruda, Campana, Rimbaud ridano alle mie spalle nel loro paradiso.
Abbiamo letto il tuo blog. Prima di tutto grazie per le belle parole, e poi abbiamo appreso della storia del tuo libro semi-copiato dalla Kowalsky. Come é andata a finire, ti hanno poi risposto?
Grazie a te, a voi, per aver dato spazio al mio libro e alla mia persona, per me è sempre un piccolo miracolo che qualcuno si prenda la briga di leggere ciò che ho scritto e decida di parlarne, un miracolo che mi rende pieno d’orgoglio e di gratitudine.
Io non so come sia andata realmente la storia: so che la casa editrice ha ricevuto il mio libro sicuramente. E non mi ha mai risposto. Poi scopro che pubblicano tempo dopo un libro che è molto molto simile al mio. Causalità? Coincidenza? Può darsi. Ho scritto alla Kowalski ma non mi hanno risposto. Non me la prendo, anche perché io stesso ho scoperto, e lo dico per onestà, che c’è un altro libro del 2000 che è simile al mio, del quale non sapevo niente. In buona fede ho avuto la stessa idea di un altro scrittore, Luca Ragagnin. Le coincidenze possono capitare quindi.
E siamo alla domanda topica: il quartiere delle Vallette é quello delle carceri, con una cattiva fama e hai deciso di percorrere la strada più pericolosa, invece di pusher quella di scrittore. Perché sei sicuro di ambire agli stessi soldi? O per passione?
Eh sì magari. Facessi il pusher starei alla grande, e lo dico davvero. Peccato che non potrei mai, per moralità e soprattutto per paura di essere sgamato.
Mi piace l’idea di spacciare parole, però. Da esordiente sconosciuto quale sono, è un po’ quello che sto facendo.
Com’ é la tua giornata da scrittore? Come scrivi i tuoi libri?
Devo ammettere di essere un po’ una testa di cazzo, non sto lavorando, se non saltuariamente, vivo grazie all’aiuto indispensabile dei miei e della mia ragazza, anche sono in attesa di aprire un’attività commerciale a breve. Per cui sto facendo al vita dello scrittore di fine ottocento. Che ha i suoi pregi e i suoi difetti. Scrivo molto, giro, osservo. Sono un po’ disadattato sociale quindi.
C’é già qualcos’altro in cantiere?
Uscirà l’anno prossimo una raccolta di racconti dal titolo “Superstizione e altri racconti” per le Edizioni di Latta, sto ultimando un romanzo su dei ragazzi che cercano di organizzare uno scalcagnato festival musicale, ho pronti diversi racconti erotici, un antologia particolare che sto curando, e un catalogo di notizie di cronaca assurde ma vere. E tante altre cose che manco me le ricordo.
Ho bisogno di saperlo, dimmi che una famiglia violenta come quella dei Picci non esiste e che te la sei inventata di sana pianta.
Purtroppo esiste e sta al quinto piano del mio palazzo. E’ un po’ diversa, ma il senso è quello del libro. Qualche tempo fa gridavano come pazzi in balcone e credo che si picchiassero anche. Ad un certo punto qualcuno di loro ha spaccato al vetrata del balcone e l’ha buttata di sotto. Così, semplicemente.
Qual é il messaggio che vorresti dare proprio con questo lavoro? Come dichiari nella postilla di questo libro, i personaggi non sono “necessariamente” frutto della fantasia.
Infatti, c’è molta realtà nel libro. Le cose sono vere e poi vengono in parte deformate, allungate, stropicciate come gomma o carta. Un po’ perché siano camuffate agli occhi di chi è rappresentato che potrebbe incazzarsi e scendere a picchiarmi di brutto, un po’ per rendere tutto vagamente naif. Ma c’è vita reale e vorrei che tutti lo sapessero. Che c’è un romanzo che da anni si svolge sotto i miei occhi e non sono pazzo se dico che esiste davvero!
Che cosa c’é nel tuo Giardino Segreto?
Un’idea mia, intimissima, di anarchia e giovinezza che è la mia consapevolezza più dolce.
Sei felice? Lo sarai?
Sono felice. Nei limiti di chi fisicamente non possiede quasi niente, ma ha due occhi vivi e persone belle attorno, che mi permettono di amarle.
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