Il mantra di Bartleby, secondo Pennac

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Il mantra di Bartleby, secondo Pennac - Torino, Teatro Carignano, ottobre 2009

Il mantra di Bartleby, secondo Pennac - Torino, Teatro Carignano, ottobre 2009

Un racconto, ambientato a Wall Street, su un uomo che decide che è proprio ora di non fare più parte del gioco.
Sembrerebbe un racconto ambientato ai giorni nostri, all’indomani del tracollo delle borse di mezzo mondo. E invece no. A scriverlo è stato Herman Melville nel 1853 e a riportarlo alla ribalta – è proprio il caso di dire – è Daniel Pennac. Stiamo parlando di “Bartleby”, uno dei racconti più famosi della letteratura nordamericana, considerato precursore della letteratura esistenzialista e dell’assurdo.
E’ la storia di un oscuro scrivano che non fa altro che ripetere il suo mantra: “Preferirei di no” che si conclude e risolve in una parabola amara e rinunciataria.
Questa primavera Pennac lo aveva portato sul palcoscenico della Pépinière a Parigi, un piccolo teatro a due passi da Belville, il quartiere della famiglia Malausséne, la saga che ha dato il successo a Pennac. Ora lo scrittore francese, nato in Marocco nel 1944, arriva in Italia, nelle vesti d’attore. E questa sera in prima nazionale al Teatro Carignano di Torino pochi privilegiati potranno incontrare Bartleby-Pennac e assistere alla messa in scena di un testo che secondo le parole dello scrittore riproduce dei meccanismi che ci sono in ognuno di noi.
A teatro “Tutti si sono impossessati di Bartleby – spiega Pennac – C’è chi nella sua anoressia progressiva ha visto il rifiuto del sistema; chi nel suo ‘I would prefer do not’, ha visto l’inizio del teatro dell’assurdo e chi invece vede un no alla cupidigia al potere. A me sconvolge anche il notaio, il datore di lavoro, quello che racconta la storia (ma che incarna il sistema), il quale finisce per fare qualunque cosa per cercare di capirlo. Credo che in noi ci sia un po’ di Bartleby e un po’ del notaio”.
Non ricordo nemmeno più quando ho letto Bartleby di Melville per la prima volta. I miei più vecchi amici affermano che gliene parlo da sempre – spiega così Pennac la sua passione per il testo di Melville – Bartleby e il suo datore di lavoro mi appassionano. Il primo per il suo rifiuto di giocare il gioco degli uomini, il secondo per l’inutile accanimento a voler comprendere questo rifiuto, l’uno e l’altro attraverso lo sconcertante e bizzarro confronto di due solitudini.E’ un testo che amo e avrei voglia di far conoscere a più gente possibile”.
Quanto alla scelta innovativa di portare un racconto a teatro Pennac ci dice: “Tutta la mia vita ho letto ad alta voce. (A voce altra). E questo doveva prima o poi finire sulla scena di un teatro. Tanto più che oggi ho la stessa età del narratore di questa storia. È sciocco, ma comunque ci unisce”.

 

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