La carriera di McInerney ne L’ultimo scapolo

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Jay McInerney - Lultimo scapolo - Bompiani

Jay McInerney - L'ultimo scapolo - Bompiani

Ritorna in libreria Jay McInerney, uno dei talenti della letteratura contemporanea statunitense.
Allievo di Raymond Carver, McInerney conquistò la ribalta internazionale nel 1984 con il suo romanzo “Le mille luci di New York”.
Un giovane aspirante scrittore trasferitosi a New York, mollato dalla moglie Amanda, depresso, alcolista e cocainomane era il protagonista del libro, da cui poi fu tratto quattro anni dopo l’omonimo film con Michael J. Fox nei panni del protagonista e Kiefer Sutherland in quelli di Allagash, il suo amico, un moderno “Lucignolo” molto meno ingenuo.
Ora McInerney ritorna in libreria con una raccolta di racconti dal titolo “Lultimo scapolo”, per la verità uscito quest’estate, ma rimesso in circolazione per gli ottant’anni della casa editrice Bompiani, che pubblica l’autore.
La raccolta si apre proprio con un racconto in cui siamo alle prese di nuovo con le folli notti del protagonista de “Le mille luci di New York”, fatte di stordimento a base di cocaina, vodka e solitudini abissali in locali trendy della grande mela.
Poi c’è una coppia con figli che nel weekend si dà ad ogni tipo di perversione, per poi tornare a fare i genitori integerrimi e via con una coppia di squinternati tra l’Afghanistan e Katmandu, strafatti anche loro, che pensano di poter fare l’affare del secolo esportando droga. Ma qualcosa va storto.
Insomma le coppie messe nero su bianco, da colui che negli anni ’80 era considerato l’enfant prodige della letteratura americana, nonché buon amico di Bret Easton Ellis, si dibattono tra droga, bassifondi, solitudini, depressioni e siparietti non certo edificanti.
Come specifica l’autore nei ringraziamenti, i racconti sono stati scritti nel corso di ventisei anni. Da questa raccolta traspare il talento narrativo di uno scrittore, capace di ricostruire vite perdute in poche pennellate. E’ un fine osservatore di tic e manie McInerney. Eppure di tanto in tanto, risulta troppo manierato e a volte un tantino ripetitivo nel razzolare tra i vizi privati di una generazione reduce dall’abbuffata edonista del periodo reganiano.
In patria tuttavia i critici lo elogiano. Addirittura il “Washington Post” dice che “L’ultimo scapolo” presenta i migliori racconti dai tempi di “Gente di Dublino” di Joyce.
In realtà non tutti i racconti ci restituiscono un McInerney al suo apice, ma la raccolta ha un suo valore, in quanto è una sorta di viaggio nell’universo e nel quarto di secolo di carriera di uno dei più famosi scrittori del nostro tempo.

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