“Welcome” immigrati, la critica sociale di Lioret
Una storia delicata di immigrazione. E’ “Welcome” di Philippe Lioret. Presentato in anteprima in Italia all’ultima edizione del Torino Film Festival, il film ha riscosso consensi ovunque in Europa, in primis al festival di Berlino, dove è stato accolto con quindici minuti di applausi. Da oggi nelle sale.
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Esce oggi in Italia in poche copie il film francese “Welcome” di Philippe Lioret, distribuito dalla Teodora Film di Vieri Razzini. Presentato in anteprima in Italia all’ultima edizione del Torino Film Festival, il film ha riscosso consensi ovunque in Europa, in primis al festival di Berlino, dove è stato accolto con quindici minuti di applausi.
Merito del garbo con cui Lioret delinea una storia di immigrazione clandestina in Europa, cosa che comunque lo ha catalputato nel suo paese al centro di polemiche roventi.
Protagonisti di “Welcome” sono Simon (Vincent Landon), un istruttore di nuoto in una piscina comunale a Calais, sulla costa nord della Francia, in piena crisi coniugale e Bilal (Firat Ayverdi), un diciassettenne curdo che ha attraversato l’Europa da clandestino per raggiungere la fidanzatina in Inghilterra.
Dopo un tentativo fallito di varcare la frontiera, l’unica possibilità per Bilal di realizzare il suo sogno è attraversare la Manica a nuoto e Simon è il solo che può allenarlo. La determinazione del ragazzo, deciso a tutto pur di salvare il suo amore, convincerà Simon a mettersi in gioco in prima persona, sfidando la legge per aiutarlo in un’impresa all’apparenza impossibile.
La legge in questione è la 622/1 sull’immigrazione voluta da Sarkozy, che punisce i cittadini francesi che aiutano i clandestini con cinque anni di reclusione. Una legge applicata in Francia con zelo, visto che recentemente è stata messa sotto inchiesta l’organizzazione umanitaria Emmaüs, fondata dall’abbé Pierre.
Una legge contro cui si è scagliato senza mezzi termini anche il regista di “Welcome”, che a pochi giorni dall’uscita del film ha detto: “Quello che accade oggi a Calais mi ricorda ciò che è accaduto in Francia durante l’occupazione tedesca: aiutare un clandestino, infatti, è come aver nascosto un ebreo nel ’43, vuol dire rischiare il carcere”. A respingere al mittente come improponibile il paragone è il ministro francese dell’Immigrazione. Lo scambio non finisce qui: in una lettera pubblicata da “Le Monde”, Lioret replica ancora: “Non voglio mettere in parallelo la Shoah con le persecuzioni delle quali sono vittime gli immigrati di Calais e i volontari che tentano di aiutarli, bensì i rispettivi meccanismi repressivi che stranamente si assomigliano”.
La bellezza del film sta proprio nel non presentarsi come un film a tesi. Sostanzialmente è una storia di amicizia tra due uomini molto diversi per età, cultura ed estrazione sociale.


















