Fitoussi: ma la crisi è davvero finita?

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Dopo la Grecia ci saranno altri paesi a cadere in Europa, “credo che avremo casi analoghi per il Regno Unito, il Portogallo, la Spagna. Vuol sapere qual è l’unico paese che non finirà mai attaccato dai mercati? Il Lussemburgo”. La battuta è di uno degli economisti più quotati a livello internazionale, il francese Jean-Paul Fitoussi, di passaggio a Torino per inaugurare un ciclo di lezioni dedicate a Norberto Bobbio, realizzate in collaborazione con la Biennale della Democrazia.
Non ho ricette magiche per risolvere i problemi in cui siamo oggi” mette le mani avanti l’economista. Ma di sicuro qualche idea sulla crisi finanziaria attuale se l’è fatta. A cominciare dalla sua durata. Non è affatto finita. “La disoccupazione continuerà ad aumentare e ci vorrà tempo per recuperare il livello di ricchezza che credevamo fosse nostro” .
Siamo in una parentesi – dice Fitoussi – in cui non si sa se i governi continueranno ad aiutare l’economia reale oppure ritireranno l’ossigeno che hanno dato fino ad adesso”. Una parentesi che in Europa deve anche vedersela con il “caso greco”. “C’è un rischio contagio e l’Europa sembra non voler capire che la Grecia è solo l’inizio. Altri stati mostreranno la debolezza nei confronti del mercato, dando inevitabilmente ragione al mercato. E purtroppo quando sono i governi a mostrare la loro debolezza nei confronti del mercato, non c’è più nessuna protezione verso la speculazione. Di fatto questo è un incoraggiamento ai mercati a continuare a speculare”.

Ma al di là della cronaca economica spicciola, qual è il nodo centrale che ha dato l’avvio a questa crisi finanziaria?
Fitoussi, economista, che nei suoi studi ama sconfinare nel terreno della filosofia e della sociologia, è piuttosto scettico sulle teorie più semplicistiche che circolano oggi. “Non mi convince del tutto la visione che ad un certo punto i mercati siano impazziti. La maggior parte della gente che lavora nella finanza è intelligente e non è gente che si lascia prendere dall’irrazionalità. Io credo che la causa fondamentale sia stata la diseguaglianza di questi anni. Inoltre stiamo pagando errori di valutazione accumulati”. Semplificando molto, “se i meno ricchi diventano sempre meno ricchi, dove va a finire la domanda? – si chiede Fitoussi – Nei nostri paesi allora per salvaguardare i livelli della domanda si agisce sulla politica monetaria abbassando i tassi di interesse, per permettere a chi ha pochi soldi di ricorrere a prestiti per mantenere il proprio tenore di vita”.

E i ricchi?
In un periodo del genere i ricchi hanno troppa liquidità. Aumenta quindi la domanda di asset importanti: immobili e azioni. Così il prezzo delle case e delle azioni aumenta. E cosi’ a livello globale non si nota che c’è una disfunzione: da una parte c’è un aumento del debito privato, dall’altra per esempio aumenta il valore delle case”.

E quindi?
E’ ovvio che se aumentano i debiti delle famiglie, ma aumenta anche il valore degli immobili delle stesse famiglie, esse sulla carta risultano solvibili”.
Sulla carta. Ma nella realtà è tutto un altro paio di maniche. O meglio è stato così fino a quando non è esplosa sui mercati la bolla immobiliare. “Certo. Quindi significa che noi non abbiamo un sistema di misura giusto, perché c’è una distanza tra le statistiche e la situazione reale della gente. Quando esplode una bolla allora ci accorgiamo che globalmente siamo piu’ poveri. Eravamo gia’ piu’ poveri, ma non lo sapevamo e ora ne paghiamo le conseguenze. Per cui una parte importante della popolazione dei paesi ricchi oggi non è in grado  di progettare il futuro, in un certo senso, con questa crisi abbiamo sacrificato il futuro. E se vogliano lasciare ai nostri figli un capitale umano, ambientale ed economico almeno uguale a quello che abbiamo ereditato noi, occorre misurare la realtà tenendo conto delle attuali diseguaglianze”.

Il primo passo, allora?
Occorre studiare unità di misura nuove, perché quelle che avevamo non ci hanno avvertito in tempo della crisi. Occorre studiare come misurare la sostenibilità, economica, ambientale del mondo e dei singoli paesi”.

E quindi il Pil dei paesi è ancora un indicatore valido?
Forse non assolve più al compito di misurare la situazione economica generale”.

Ma tornando alla diseguaglianza il problema non è solo economico, “ma anche politico – assicura l’economista francese – Perché abbiamo acconsentito a sostituire la politica con il  mercato. Paghiamo un costo economico dell’assenza della politica”. Insomma per Fitoussi la politica deve capire che c’è un grado di diseguaglianza che puo’ fare male, che puo’ nuocere. Ecco perché la politica proprio ora non può abiurare al suo compito principale. “La politica è chiamata in primis a deliberare sulle norme della giustizia, cioè su ciò che deve essere uguale e ciò che può eventualmente essere diverso per le persone e per i paesi. Questa è la democrazia”.
E senza la democrazia, checché ne dicano gli economisti americani, “il capitalismo non potrebbe sopravvivere”.

Un esempio per tutti?
Chi ha salvato le banche? Noi tutti, noi contribuenti, quindi la democrazia”, conclude l’economista.

Per approfondire le ultime idee di Fitoussi, si consiglia di leggere il suo libro scritto con Eloi Laurent, intitolato “La nuova ecologia politica”, edito da Feltrinelli e uscito lo scorso aprile.

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  1. Sabrina scrive:

    Siete proprio sul pezzo avete anticipato persino uno dei giornalisti piu’ prestigiosi a livello internazionale. Bill Emmott, ex direttore su Economist, il giorno dopo la vostra intervista a Fitoussi, scriveva sulla prima pagina del Corriere: “La Gran Bretagna sta attraversando una crisi economica? E quello che ci chiediamo, noi inglesi, dall’inizio della stretta creditizia globale, a metà del 2007, e con un crescendo di ansietà dalla comparsa della recessione globale, poco più di un anno dopo. Oggi, davanti al brusco calo della sterlina dall’avvio della settimana, ci ripetiamo la medesima domanda. E strano, ma non conosciamo ancora la risposta. Quello che sappiamo, invece, è che ll Regno Unito sta attraversando una specie di crisi politica”.

    E dice che gli inglesi ora si sentono un po’ italiani. ma non sara’ che loro stanno peggio di noi?

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  2. Stupisce che un analista rigoroso come Emmott sul suo paese di origine sia cosi’ superficiale e poco critico. La sua e’ una penna appuntita, adesso un po’ spuntata dal suo patriottismo…

    Grazie per i complimenti

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