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	<title>pura lana di vetro</title>
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	<description>cultura che non infeltrisce</description>
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		<title>Sacha Naspini: la levigatezza della scrittura</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Mar 2008 20:15:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Questo romanzo non ve lo racconterò. Non vi dirò di cosa parla. Perché ci sono libri che necessitano di una spiegazione, o di una frase di rito per attirare il lettore a comprarli. Ma “I sassi” (Edizioni Il Foglio), nuova opera di Sacha Naspini, scrittore e musicista nato a Grosseto, ha una voce così dirompente che vorrei lasciarla trasparire dalle parole stesse dell’autore, senza anticipare nulla.” Sono le parole del nostro Christian Mascheroni che ha intervistato per noi Sacha Naspini, autore de “I sassi”. 

I sassi - Sacha Naspini - Il Foglio]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 180px"><img title="I sassi - Sacha Naspini - Il Foglio" src="/wp-content/uploads/_old/20080309/sashanaspinigdegreto_p.jpg" alt="I sassi - Sacha Naspini - Il Foglio" width="170" height="211" /><p class="wp-caption-text">I sassi - Sacha Naspini - Il Foglio</p></div>
<p>“Questo romanzo non ve lo racconterò. Non vi dirò di cosa parla. Perché ci sono libri che necessitano di una spiegazione, o di una frase di rito per attirare il lettore a comprarli. Ma “I sassi” (Edizioni Il Foglio), nuova opera di Sacha Naspini, scrittore e musicista nato a Grosseto, ha una voce così dirompente che vorrei lasciarla trasparire dalle parole stesse dell’autore, senza anticipare nulla.” Sono le parole del nostro Christian Mascheroni che ha intervistato per noi Sacha Naspini, autore de “I sassi”.</p>
<p><em><strong>I sassi &#8211; Sacha Naspini &#8211; Il Foglio</strong></em></p>
<p>“I libri, quel che lacerò/ la pagina devastata, ma la luce/ sulla pagina, l’accrescersi della luce/ capì che ridiventava la pagina bianca./ Uscì. La figura del mondo, lacerata/ gli apparve di una bellezza diversa, più umana./ La mano del cielo cercava la sua mano tra le ombre/ la pietra, dove vedete che il suo nome si cancella/ si socchiudeva, diveniva una parola” da “Una pietra” di Yves Bonnefoy</p>
<p>Questo romanzo non ve lo racconterò. Non vi dirò di cosa parla. Perché ci sono libri che necessitano di una spiegazione, o di una frase di rito per attirare il lettore a comprarli. Ma “I sassi” (Edizioni Il Foglio), nuova opera di Sacha Naspini, scrittore e musicista nato a Grosseto, ha una voce così dirompente che  vorrei lasciarla trasparire dalle parole stesse dell’autore, senza anticipare nulla. Se non il fatto che dietro all’immaginifico titolo, si cela una storia caleidoscopica, quanto l’anima dei suoi personaggi. Che l’ambientazione, Praga, ha il colore delle vene dove scorre l’inchiostro di un libro avvincente e mai titubante. Profondo come gli abissi della mente, liquido come le lacrime di una scrittura che tocca i sentimenti più diversi, denso come il sangue che scorre, zampilla, e che viene assorbito dalle microstorie e dai colpi di scena della vicenda. Ora però sto zitto. Preferisco mettermi a sedere, ad un tavolo, e girare le carte; domande, risposte. Per capire e conoscere chi è Sacha chi è il suo romanzo. </p>
<p><strong>Ciao Sacha, benvenuto. “I sassi” sono un romanzo. Sono perché riesci a costruire una storia con pietre diverse: generi letterari che si fondono, narratori che si alternano, punti di vista sfaccettati. Partiamo dal genere: come definiresti il tuo romanzo e come vorresti non fosse definito?</strong></p>
<p>Ciao Christian, intanto grazie per l’opportunità che mi dai. Venendo a “I sassi” e al genere di appartenenza, sarei tentato di dire che si tratta di un romanzo di narrativa pura, ma che contenendo “colori” individuabili nel noir (ci sono pistole, morti ammazzati eccetera) viene appunto definito noir, ma solo per semplici motivi d’“identificazione”. Premetto che personalmente non amo granché questo genere, sono stanco di detective che fumano quintali si sigarette, s’imbottiscono di psicofarmaci e hanno la vita a rotoli. Anzi, mi correggo: sono stufo di come questo genere venga ancora affrontato in Italia. La narrativa noir americana, per esempio, offre ben altri panorami. Ovvio che da noi ci sono eccezioni, per fortuna. Potendo scegliere, mi piacerebbe che “I sassi” non fosse definito solo un noir.</p>
<p><strong>Il tuo romanzo può essere letto come il gioco delle carte che diventa strumento di confessione, ovvero un alternarsi di episodi dai colori diversi, che vanno dal rosso del cuore al nero della morte. Ma entrano in gioco anche le sfumature. Tra l’amore e la morte che cosa pervade tutta la storia?</strong></p>
<p>Ne “I sassi” il tema predominate è la vendetta. Credo che la vendetta sia una delle facoltà più importanti dell’uomo. La centralità di questo tema non prevede solo una lettura negativa del termine; è anche uno strumento di espiazione per esempio, nei confronti di sé stessi e della propria vita – non ultimo del futuro che ognuno di noi cerca di guadagnarsi. “Vendicarsi” nei confronti del passato è uno strumento di rivalsa che appartiene a tutti, ed è importante. Per crescere, dare un nome alle cose, dipanare (seppure di poco) la nebbia del domani. Ne “I sassi” questo tema è affrontato nell’accezione più estrema e stronza del termine. Apparentemente tutta la vicenda gira attorno a un pezzo d’antiquariato che provoca morti, tradimenti, fughe; ma in realtà il senso della vendetta che ho cercato di narrare riguarda nello specifico la dignità dei personaggi, e la spasmodica sete di riavere indietro quel che si è perso. In definitiva l’anima.</p>
<p><strong>I personaggi del tuo romanzo sono l’antitesi dello stereotipo, anche se, quasi a sfidare ogni genere letterario, hai scelto i più classici, come la prostituta, il malavitoso etc&#8230; sei partito quindi da una sfida con la letteratura oppure è stata una naturale necessità per la trama che avevi in mente?</strong></p>
<p>In fase di stesura pensavo alla storia come alla ricomposizione di un mosaico (per restare in tema “sassi”) distrutto, di cui ho provato a raccogliere, mano a mano, pagina dopo pagina, tutti i frammenti, ricollocandoli al posto giusto. Non è stato facile. La prima bozza l’ho tirata giù in una decina di giorni, ed è stato come vivere sul filo del rasoio: ogni scelta narrativa rischiava di compromettere l’intera architettura della storia, che non volevo definire. Questo significava mettere a repentaglio l’intero impianto narrativo da una riga all’altra. Ma personalmente odio quando uno scrittore “si giustifica” pensando che il lettore potrebbe fraintendere o uscire dalla narrazione. Quando succede lo si avverte chiaramente, e ne va della “credibilità” del libro. Anche la scelta stilistica e i movimenti verbali sui tempi contribuivano, in fase di stesura, a confondermi le idee, ma ho continuato fino in fondo, portando avanti la vicenda servendomi di un gioco di “inquadrature”, flashback e repentine virate sulla soggettiva dei personaggi. Una tecnica “cinematografica”, come ha indicato giustamente Francesca Lenzi in una recente critica del libro. La scelta dei due personaggi-chiave della storia, poi, apparentemente non offriva grandi panorami d’azione (due classici), e anche questo complicava un bel po’ le cose, per non scadere nella banalità. Sì, in qualche modo scrivere “I sassi” è stata anche una “sfida”, per tutti questi motivi. Ma più che con la letteratura, con me stesso. Come sempre, del resto.</p>
<p><strong>Un’altra peculiarità del tuo romanzo è che non ci sono buoni e cattivi, anche se ciò è inevitabile in una storia come la tua. La crudeltà di alcune pagine non è altro che un lato di ognuno di noi, che in alcuni personaggi del libro diventa annientamento umano, in altre lo spettro di un dolore profondo, di una ferita aperta in un animo sensibile…</strong></p>
<p>Ne “I sassi” ho voluto portare all’eccesso le cavità più oscure dell’animo umano – o almeno ci ho provato. Ma importante era una cosa: che si percepisse il lato sensibile di ogni personaggio, in modo da non far passare la crudeltà e l’annientamento (come giustamente dici tu) come gratuita, o a semplice scopo d’intrattenimento. Il sottofondo oscuro di una persona può avere strapiombi infiniti, dove qualcuno può perdere l’identità delle cose e di se stesso. Tutto il libro, in fondo, è un’assidua ricerca (non solo materiale) di appartenenza.</p>
<p><strong>“I sassi” è un palcoscenico, quando i due protagonisti si raccontano e si confidano, ed è uno schermo cinematografico quando, nei flash back e nei momenti clue del libro, le scene sono impattanti, si rincorrono, tolgono il fiato. E’ stato difficile rendere simbiotici questi due aspetti?</strong></p>
<p>Come dicevo, il rischio maggiore era far cadere il castello di carte da un momento all’altro, e seppure avessi ben chiaro dove andare a parare dovevo cesellare ogni passaggio con “sgambetti” e piccole “strategie letterarie” che non impallassero la vicenda. La chiacchierata tra Eva e il misterioso sconosciuto si alterna nel libro con uno strano gioco di carte, e così si intervalla il resoconto delle loro vite, fino a quel momento, in cui si trovano seduti al tavolo di un bar di Praga. Come due distanti parallele che cozzano all’improvviso, inaspettatamente. Diciamo che via via che la narrazione incedeva, mi lasciavo “sorprendere” anch’io. È un metodo di scrittura per me essenziale.</p>
<p><strong>Lo sfondo è quello di Praga, ma è un luogo metaforico, perché per tutti noi c’è una città malinconica e notturna che ospita le nostre solitudini. Qual è la tua Praga personale?</strong></p>
<p>L’idea de “I sassi” ha cominciato a girarmi in testa dopo il mio primo viaggio a Praga, festeggiai lì i miei ventinove anni. Rientrato in Italia iniziai la stesura del libro: sono un estremo sostenitore di Parigi (dove spero di trasferirmi presto), ma quella città mi abbagliò tanto che decisi di ambientare la storia lì. Lo feci da subito, ero ancora pervaso da quelle atmosfere e tentai di riportarle nel libro, per dargli quella “magia”. Ci sono città che ti s’installano dentro, apparentemente senza motivo. Il senso di appartenenza (non a caso) che provo ogni volta che vado a Praga mi toglie sempre il fiato. Ma per rispondere alla tua domanda posso dire questo: la mia Praga personale è un luogo che mi ospita quotidianamente, e che non saprei definire. Di certo c’entra la pagina bianca, che se ne sta là, così linda, mi tenta in continuazione di metterci sopra qualcosa.</p>
<p><strong>Parlando della tua genesi come scrittore, quali sono stati i tuoi primi passi? A quando risale la prima gioia della pubblicazione?</strong></p>
<p>Già a sei, sette anni mi divertivo a scrivere storie, filastrocche, cose così. Il primo riconoscimento “ufficiale” è stato a tredici anni, quando mi piazzai terzo a un concorso di poesia indetto dalle scuole. Poi è venuto il liceo, la musica e tutto il resto, per anni ho abbandonato quei miei quaderni, anche se in realtà di tanto in tanto tornavo a ficcarci il naso dentro. E cominciavo a buttare giù delle storie, che puntualmente abbandonavo al primo muro. Ho iniziato ad affrontare la cosa con perseveranza circa sei anni fa, a venticinque anni, decidendo un giorno di dare sfogo una volta per tutte a quella smania che di tanto in tanto mi coglieva. Il risultato fu un romanzo, “Quel maledetto filo invisibile”, che sta bene dove sta, sul fondo del mio cassetto. Poi sono iniziati i primi racconti, ho vinto vari concorsi letterari, sono stato inserito in diverse antologie e riviste. Aggiudicandomi la segnalazione al premio “Licurgo Cappelletti” indetto dalla casa editrice Il foglio ho conosciuto nel 2005 Gordiano Lupi, il mio attuale editore.</p>
<p><strong>Tu hai già pubblicato un romanzo, “L’ingrato”, uscito due anni fa circa. Rispetto a questo libro d’esordio, quali sono le tue aspettative? E’ cambiato il tuo modo di percepire “l’essere uno scrittore”?</strong></p>
<p>Il mio esordio letterario è del marzo 2006, per la casa editrice Effequ. “L’ingrato” uscì che mi trovavo in Inghilterra per un ciclo di studi sulla lingua. È un romanzo a cui tengo tantissimo, e non solo perché si tratta della mia prima pubblicazione ufficiale: ci ho buttato dentro un bel pezzo d’anima. Dopo “L’ingrato” è venuto il tascabile “Il risultato”, per Magnetica Edizioni, nel novembre dello stesso anno. Di fronte ad ogni nuovo progetto editoriale mi pongo in maniera diversa, in termini di stile, impianto di narrazione eccetera. La scrittura è anche ricerca, e personalmente non mi sentirei corretto nei miei confronti e nei confronti di chi mi legge se per esempio dessi alle stampe qualcosa di “già fatto”. Certo, questo può rappresentare un rischio, perché un lettore, magari leggendo “I sassi”, potrebbe nutrire false aspettative se successivamente pensasse di acquistare una copia de L’ingrato, che è totalmente diverso per espressione, genere e così via. Ma mi annoierei ad affrontare due progetti letterari simili, per me sarebbe deleterio, e la scrittura ne risentirebbe. E poi quando un buon libro è un buon libro, basta a sé. Ovviamente, per quanto riguarda i miei lavori, non devo essere io a giudicare.</p>
<p><strong>Tu, oltre a scrivere romanzi e racconti, scrivi testi e musica per le canzoni del tuo gruppo, i Vaderrando (</strong><a href="http://www.vaderrando.it/"><strong>www.vaderrando.it</strong></a><strong>), di cui sei anche la voce. Che rapporto hai con la musica? Che differenza emozionale sussiste fra l’essere musicista ed essere scrittore?</strong></p>
<p>Tra musica e scrittura ci sono meno differenze di quel che si possa pensare. Sono due “mondi vicini”, almeno per quanto mi riguarda. Scrivere pezzi per i Vaderrando per me è semplicemente un altro modo di scrivere, tutto qui. Mi piace la piccola magia che si crea nella parola, quando viene dilatata da un fondo musicale. Per ovvi motivi è un ambiente “letterario” angusto, ma che offre molto al non detto.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi progetti futuri? Cosa stai scrivendo?</strong></p>
<p>Al momento sto seguendo la promozione de “I sassi”, con la collaborazione dell’ufficio stampa de Il foglio stiamo facendo un ottimo lavoro, specie per quanto riguarda la diffusione del libro negli ambienti della critica; l’agenzia letteraria T&amp;Z si sta occupando di promuovere il libro per una eventuale traduzione all’estero. Inoltre ho un nuovo romanzo in presentazione presso alcune case editrici italiane, “Povero Cristo”, per me una sorta di esperimento, linguaggio underground e tutto il resto. Al momento sono nel bel mezzo della stesura di un nuovo lavoro, titolo provvisorio “L’effetto Kirlian”, tra thriller e narrativa. Non ultimo, sono orgoglioso di far parte del collettivo di scrittori UBV, Underground Book Village (<a href="http://www.myspace.com/underground_book_village">http://www.myspace.com/underground_book_village</a>). A breve sarà in libreria la nostra prima fatica: “Le 7 vite di Dalila e Achille”, ovvero sette istantanee sul tema del destino. I compagni di viaggio sono: Alessandro Cascio, Frank Solitario, Walter Serra, Vincenzo Trama, Emiliano Maramonte e Francesco Dell’Olio. Credo in UBV, è un progetto che manca nel panorama editoriale italiano. Nell’attuale progetto sono comprese delle splendide tavole che ritraggono gli “Scheletri” di Maurizio Ravera, grande artista della FotoGrafia. Penso che UBV scuoterà più di un’anima (pensa che in quarta di copertina abbiamo un commento dell’esimio Benedetto XVI, che da sempre ci supporta e viene spesso – in borghese, beninteso – ai concerti miei e del buon Cascio). Quello tra Dalila e Achille è forse lo stesso incontro, che si verifica però in sette dimensioni diverse. Il libro conterrà anche delle “bonus tracks” (mie, del Solitario e di Cascio) che sviseranno ulteriormente sul tema. Le grafiche sono state affidate ai ragazzi di Tribe (<a href="http://www.myspace.com/tribeart">http://www.myspace.com/tribeart</a>), che hanno fatto un lavoro egregio. In rete sono già presenti interviste, estratti, richieste d’amore, minacce di morte… “Le 7 vite di Dalila e Achille” non sarà solo un’antologia, ma un manifesto. E costerà solo 5 (cinque) euro.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda: che tipo di sasso sei e che tipo di sasso vorresti diventare per essere raccolto dal tuo lettore?</strong></p>
<p>Sono un sasso sfaldato, ho perso schegge in giro, un po’ come tutti, e la grandine mi trasforma continuamente. Per i miei lettori? Boh… La risposta “fighetta” sarebbe: vorrei diventare uno di quei sassolini fastidiosi, che ti s’infilano nella scarpa all’improvviso. E forse è così.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-632" title="I sassi - Sasha Naspini - il foglio" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2008/03/isassinaspini.jpg" alt="I sassi - Sasha Naspini - il foglio" width="135" height="153" />Informazioni sul libro:</p>
<p>Titolo: <strong>I sassi<br />
</strong>Autore: Sacha Naspini<br />
Editore:Il Foglio<br />
Pagine: 149<br />
Prezzo: 12.00 euro</p>
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		<title>Massimo Padua: la luce delle parole</title>
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		<pubDate>Thu, 13 Dec 2007 22:26:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nel romanzo di esordio di Massimo Padua, “La luce blu delle margherite”, edito dalla casa editrice Fernandel, il nostro Christian Mascheroni ha ritrovato dei temi cari, come l’infanzia e il percorso umano che porta un bambino a diventare un giovane uomo. Il libro che si è trovato tra le mani è un diario che si sofferma, a differenza di molti altri libri, sulla straordinarietà del quotidiano, sfiorando i temi più importanti, come l’amore, il dolore, il sesso, la morte, la memoria, con le dita di chi è consapevole che l’esistenza pervade le piccole cose. Una volta terminato il romanzo che ha vinto il Premio Opera Prima Città di Ravenna, ha sentito il bisogno di rileggere questa storia attraverso le parole la visione dello scrittore. Ecco l’intervista di uno scrittore innamorato cronico della parola che ha sentivo la voce di un altro scrittore. 

La luce blu delle margherite - Massimo Padua - Fernandel]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 150px"><img title="La luce blu delle margherite - Massimo Padua - Fernandel" src="/wp-content/uploads/_old/20071213/MaxPadua_p.jpg" alt="La luce blu delle margherite - Massimo Padua - Fernandel" width="140" height="198" /><p class="wp-caption-text">Massimo Padua</p></div>
<p>“<em>Ad un tratto, il ragazzo cominciò a lanciare occhiate furtive alla bambina. Essa lo guardò, gli rispose facendo boccacce e voltò il capo per un minuto. Quando con circospezione si girò, le stava di fronte, sul banco, una pesca. La respinse. Tom delicatamente, la rimise a posto. Essa la allontanò di nuovo, ma con minore animosità. Tom, pazientemente, la sistemò dov’era prima. Allora essa la lasciò stare. Tom scarabocchiò sulla sua lavagnetta: per piacere, tienila; ne ho ancora.</em>”<br />
Mark Twain, Le avventure di Tom Sawyer</p>
<p>Che tu abbia cinque anni o trenta, la vita può apparirti allo stesso modo. Anche se cambiano le regole, anche se mutano i luoghi, se si invertono i ruoli. Persino se perdi te stesso, o perdi qualcuno che ami. Che tu sia bambino o adulto, la vita può rimanere invariata, attraverso il vetro di una biglia. Attraverso la luce che emanano i fiori della tua infanzia. Attraverso l’apparizione di una bambina che non cresce mai, e che, ogni anno, ti ricorda che tu appartieni a lei e a nessun altro. Nel romanzo di esordio di Massimo Padua, “La luce blu delle margherite”, edito dalla casa editrice Fernandel (che di talenti ne ha forgiati parecchi), ho ritrovato dei temi a me cari, come l’infanzia e il percorso umano che porta un bambino a diventare un giovane uomo. Padua lo fa attraverso Ivan, un alter ego che, da subito, si connota per bellezza interiore e sensibilità, dotato della capacità di vedere il mondo per quello che è, una fulgida apparizione di momenti da vivere, attraverso un respiro, uno sguardo, un ascolto silenzioso, un semplice tocco. Ciò che rende magico questo romanzo è la scelta, da parte dell’autore &#8211; già apprezzato cantante e attore di teatro – di raccontare un giorno soltanto nell’arco di un anno di vita del protagonista, da quando Ivan ha cinque anni fino ai trentatre anni. Un diario che si sofferma, a differenza di molti altri libri, sulla straordinarietà del quotidiano, sfiorando i temi più importanti, come l’amore, il dolore, il sesso, la morte, la memoria, con le dita di chi è consapevole che l’esistenza pervade le piccole cose. E così una biglia, antico amuleto che protegge i bambini dalla fatalità degli adulti, diventa un mondo dentro il quale Ivan ritrova se stesso e si sente protetto; così come i libri, scrigni di sogni e di avventure ai quali il protagonista si affida per ritrovare l’equilibro. Fra tutti gli elementi preziosi di questo romanzo, ce n’è uno ricorrente, che traccia un filo di perle fra un capitolo e l’altro. La presenza di Lara, una bambina dea che appare, sin dall’inizio, nella storia di Ivan e che diventa la sua musa, la sua ossessione, la sua ricerca di completezza. Figura eterea, perfetta, reale o irreale che sia, Lara è, come il ricordo, la sicurezza degli affetti, il ritorno beatificante verso la purezza e l’innocenza. Sono loro due, Ivan e Lara, a disegnare un universo di incanti che spezzano le numerose svolte della vita, grazie al dono di ritrovarsi ogniqualvolta il dolore e la disperazione diventano concretezza. Ogniqualvolta il desiderio di essere felici diventa prepotente, inafferrabile, torbido come un male incurabile. Al contrario, la scrittura di Padua è limpida ed emana una luce blu, proprio come le margherite del titolo, guidando il lettore verso emozioni vissute da tutti noi, ma donandoci un caleidoscopio per osservarle da miriadi punti di vista. Una volta terminato il romanzo &#8211; che, ricordo, ha vinto il Premio Opera Prima Città di Ravenna &#8211; ho sentito il bisogno di rileggere questa storia attraverso le parole la visione dello scrittore. Ecco la sua voce.</p>
<p><strong>Ciao Massimo, partiamo subito dal titolo del tuo romanzo, che rivela uno degli elementi magici del racconto: le margherite. Per molti scrittori il titolo è il punto di inizio, per altri, il tocco finale. La scelta di questo titolo in che punto temporale e personale si colloca nel percorso della scrittura del romanzo?</strong></p>
<p>Generalmente, nel mio caso, il titolo nasce prima, o comunque nella fase iniziale. Mi serve quasi da spunto sul quale lavorare. Per “La luce blu delle margherite”, ad esempio, sapevo fin dal principio che quel fiore avrebbe avuto una certa rilevanza per la narrazione. La storia, infatti, inizia in un giardino pieno di margherite. Mi sembrava un’immagine delicata e forte allo stesso tempo, senza considerare che, quel giardino, esiste davvero. Il fatto di decidere quasi subito un titolo non deve però far pensare ad una scelta improvvisata. Ci sono certi meccanismi mentali che entrano in gioco, al punto che una parte profonda di te sa già cosa andrai a raccontare. Per me, il titolo è importantissimo: deve incuriosire ed evocare sentimenti che ti spingeranno a leggere, perlomeno ad aprire, il libro. Anche la musicalità delle parole ha un certo peso. Così, quando mi è venuto in mente questo titolo, ho subito pensato che fosse azzeccato, specie considerando l’aria surreale che si respira per tutta la narrazione.</p>
<p><strong>Altri elementi chiave sono le biglie, metafore trasparenti, fortemente legate all’identità dell’infanzia del personaggio. Ma sia le biglie che le margherite tornano anche nell’adolescenza e nella prima fase adulta. Immaginando di far rotolare queste biglie dalla prima pagina all’ultima, dove ci portano?</strong></p>
<p>Ci portano ad una evoluzione che, tuttavia, non stravolge Ivan, il protagonista, ma lo aiuta ad entrare in sintonia con quel mondo segreto e misterioso che, per tutta la vita (almeno fino a quel punto) è rimasta celata in lui, in una sorta di limbo. In realtà, l’Ivan di cinque anni e l’Ivan trentenne sono identici. Sono riusciti a mantenere un intimo contatto. All’ultima pagina, la biglia ci avrà ricondotto alla prima.</p>
<p><strong>Mi ha colpito l’originalità di scegliere un giorno, nell’anno di vita del protagonista, che non coincida, forzatamente, con il momento più importante o più drastico di un uomo. Ciò significa che anche un giorno qualunque, nel tempo, nella memoria, può diventare uno dei più preziosi?</strong></p>
<p>Decisamente sì. Ricordo con più facilità i giorni legati a sensazioni, più che a fatti concreti. Riemergono a loro piacimento e, per me, è più semplice evocarli. Mi spiego meglio: in me rimane traccia del profumo, più che del fiore; di un abbraccio, più che della persona; del sapore di una zuppa inglese (per rifarmi al libro) che del dolce in sé. Ogni giorno può celare qualcosa di meraviglioso e questo qualcosa ci sorprenderà in futuro, magari quando non ce l’aspettiamo. E in un delicato processo di scrittura, dove ci si trova a sviscerare buona parte del proprio vissuto, questi elementi emergono con prepotenza.</p>
<p><strong>A proposito di memoria e di ricordi. Il romanzo è velato da una malinconia di fondo, quella sorta di nostalgico bisogno di essere sempre ancorati a un passato dove tutto era magico e immaginifico. Questo lato rispecchia anche la tua personalità?</strong></p>
<p>Mi piacerebbe poter affermare che tutto, nella mia vita, sia proiettato verso il futuro. Mi piacerebbe davvero, ma non sempre è così. Ci sono tanti momenti nei quali la mia mente si allontana per rivivere il passato, e lo fa con nostalgia. Quello che ci ha condotto fino ad oggi è fondamentale e degno di rispetto. Qualsiasi tipo di esperienza merita la nostra attenzione. Al futuro tendo a non pensare troppo perché non solo non lo conosco, ma non mi suscita nemmeno curiosità. Forse è per questo che posso ritenermi, nonostante tutto, una persona serena e allegra. (Ri)conoscere il passato mi aiuta a non essere angosciato per il futuro.</p>
<p><strong>La bambina. Una presenza pura, intangibile, simbolo di un amore che nelle pagine si rafforza e che indica al protagonista una via di fuga dai problemi che il crescere comporta. E’ un personaggio di pura invenzione oppure c’è qualcosa di autobiografico? Può essere letto anche come una metafora?</strong></p>
<p>La bambina Lara è una figura fantasmagorica che accompagna Ivan nei passaggi più tristi e forti della sua vita. Può essere intesa come il lettore preferisce. Secondo me è giusto lasciare la sua immagine senza troppe spiegazioni, che rischierebbero di svilirne l’essenza. Posso però dire che, sì, per alcuni versi è un personaggio reale.</p>
<p><strong>Un elemento magico per eccellenza: il libro. Nel tuo caso, un libro che ha emozionato bambini di tutto il mondo, Le avventure di Tom Sawyer di Mark Twain. Personalmente, più cerco di accrescere il mio bagaglio culturale come scrittore e come lettore, più ho bisogno, in alcuni momenti, di tornare a questi classici per l’infanzia (il mio, per esempio, è I vento tra i salici di Kenneth Grahame) Pensi che sia un’esigenza di tipo letteraria o forse più umana, emozionale?</strong></p>
<p>Il legame con i libri che mi hanno visto crescere e sui quali ho speso buona parte dei miei pomeriggi, mentre i miei compagni di scuola erano in giro a giocare, è ancora oggi molto forte. La mia è stata un’esigenza emozionale. In qualche modo ho sentito che dovevo qualcosa a quei personaggi che mi hanno tenuto compagnia. Nel libro ho citato Tom Sawyer e Peter Pan, ma avrei potuto rendere giustizia a tanti altri grandi romanzi per l’infanzia. Non nego che, di tanto in tanto, mi piace riprenderli in mano, toccare le copertine colorate e rileggere alcuni passi. So che in qualsiasi momento, saranno di nuovo pronti ad accogliermi. Sono io a non averne il coraggio.</p>
<p><strong>Parliamo di te. Sei un artista eclettico, sei, oltre che uno scrittore, anche un attore teatrale e un cantante. Sono tre identità distinte oppure sono complementari? Quali di queste “arti” ti rappresenta meglio oggi?</strong></p>
<p>In questo momento sono molto preso dalla scrittura. È una passione onesta e profonda, tanto è vero che, da quando ho cominciato a pubblicare, non ho esitato un istante ad accantonare le altre forme d’arte. È certo, però, che le esperienze precedenti mi hanno “deformato”, nel senso che spesso, mentre scrivo, immagino la fisionomia dei personaggi, penso a come si potrebbe interpretarli. A volte cerco di figurarmi perfino le voci. Non so se questo sia un atteggiamento tipico di altri scrittori, ma nel mio caso sicuramente è da attribuire al teatro e al canto. Devo ammettere che, di tanto in tanto, le altre forme mi mancano, ma ad un certo punto ho dovuto fare una scelta. Ad ogni modo, penso che uno scrittore sia anche una specie di attore. Deve saper “interpretare” ed esprimere i caratteri dei personaggi, che a volte sono molto distanti da quello dell’autore. In un certo senso, uno scrittore è anche un attore che si esprime su un palco fatto di carta e inchiostro.</p>
<p><strong>Hai scritto anche molti racconti, per riviste e poi nella raccolta “Lo sguardo nascosto”, uscita quest’anno. Che rapporto hai con il racconto? E’ uno spasmo vitale che consumi nell’arco dell’ispirazione oppure è frutto di un lavoro lungo e articolato?<br />
</strong><br />
In linea di massima con il racconto ho imparato a tessere un rapporto che sta crescendo e mi sta dando gratificazioni. Non è sempre stato così. A me piace portare avanti una storia, accompagnare un personaggio per una lunga strada. Il racconto non te lo permette. Ma è anche vero che è una forma più immediata e che l’ispirazione che ti conduce alla stesura di una storia breve necessita di esprimersi in fretta. Comunque, non sono rare le occasioni in cui un racconto diventa poi spunto per una storia di più ampio respiro. Mi capita sovente di iniziare ad abbozzare l’idea per un racconto e ritrovarmi ad aver scritto quasi di getto decine e decine di pagine. A volte è il personaggio che decide, e io mi sottometto alla sua volontà.</p>
<p><strong>Per quanto riguarda “La luce blu delle margherite” quanto ti ci è voluto a scriverlo? E quando hai saputo che sarebbe diventato il tuo primo vero romanzo?<br />
</strong><br />
“La luce blu delle margherite” l’ho scritto in un mese e mezzo. Ho letto il bando di un concorso indetto dalla casa editrice Fernandel, e ho voluto partecipare. Prima di allora avevo sempre avuto paura di presentare un mio scritto ad un editore. Temevo il confronto, il giudizio, ed ero sicuro che quello che producevo non interessasse a nessuno. Poi è arrivata la notizia che il mio romanzo aveva vinto e avrei voluto sprofondare. Inizialmente, mi sono sentito imbarazzato all’idea che venisse pubblicato, perché in quelle pagine mi ero messo a nudo, avevo svelato molte cose del mio privato. Poi tutto è andato bene, più di quanto potessi sperare.</p>
<p><strong>Che emozioni hai provato durante la fase della sua stesura? Quanto di te è penetrato in quelle pagine?</strong></p>
<p>È stato molto strano parlare di me, in un romanzo. Non lo avevo mai fatto prima, ma è stato spontaneo. Rivivere certi episodi, seppure romanzati, mi ha commosso e ha riportato a galla sentimenti che credevo sopiti. È stato difficile, ma in un certo senso mi è servito. È stata una specie di terapia d’urto perché mi sono ritrovato davanti a me stesso.</p>
<p><strong>A cosa stai lavorando ora?<br />
</strong><br />
Adesso sto lavorando a due progetti molto diversi. Uno è un romanzo noir, dalle tinte cupe che, per atmosfera e trama, può essere considerato una sorta di storia parallela alla “Luce blu delle margherite”. Lo spunto è nato da uno dei racconti inclusi nell’antologia “Lo sguardo nascosto”, e qui ribadisco l’importanza che a volte i racconti rivestono. L’altro lavoro, invece, si può definire una commedia: le disavventure tragicomiche di alcune persone (soprattutto donne) nella sfera imprevedibile dei sentimenti. Mi piace esplorare diverse realtà. E poi diciamolo pure: avevo bisogno di toni più leggeri! In questo momento in particolare, però, sono concentrato sul nuovo romanzo che dovrebbe uscire nella primavera del 2008. Si intitola “L’eco delle conchiglie di vetro” e sarà pubblicato da Bacchilega Editore.</p>
<p><strong>Guardando al futuro, che tipo di scrittore vorresti essere, o diventare?</strong></p>
<p>Diciamo che sarebbe già una soddisfazione, per me, poter continuare su questa strada. Difficile, impervia ma eccitante. Vorrei crescere e so che ho ancora tanto da imparare.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda: hai una biglia in tasca. Tirala. Dove ti porta?</strong></p>
<p>Mi piace pensare che siano le biglie a decidere…</p>
<p>Informazioni sul libro:<br />
<img class="alignleft" title="La luce blu delle margherite - Massimo Padua - Fernandel" src="/wp-content/uploads/_old/20071213/lucemargherite.jpg" alt="" width="130" height="190" />Titolo: <em><strong>La luce blu delle margherite</strong></em><br />
Autore: Massimo Padua<br />
Editore: Fernandel<br />
Pagine: 96<br />
Prezzo: 9.00 euro</p>
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		<title>Gli alberi di Mattia Signorini</title>
		<link>http://www.puralanadivetro.it/2007/10/24/gli-alberi-di-mattia-signorini/</link>
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		<pubDate>Wed, 24 Oct 2007 19:56:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando Stefano, il protagonista di “Lontano da ogni cosa” (Salani), del giovane autore veneto Mattia Signorini, entra nell’appartamento del suo amico Alberto e non lo trova, si intuisce che questo libro ha colto nel profondo di un tema spesso esacerbato dalla letteratura generazionale: l’amicizia. Quasi a suggerire che sono la mancanza e la lontananza ha ricordarci di quanto l’amicizia, invece, ci faccia sentire completi e vivi, specie durante quel momento infinito. Sogni grandi, inavvicinabili, come finire di dipingere alberi e poterli esporre in una galleria, oppure come lavorare ad un film o diventare una stella del cinema. Sogni che non hanno confini e che, per tre amici che condividono parole e silenzi, diventano mete, speranze, contraddizioni, e, a volte, compromessi. Abbiamo raggiunto l’autore per una lunga e godibile intervista. 

Lontano da ogni cosa – Mattia Signorini – Salani]]></description>
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<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 150px"><img title="Mattia Signorini (foto di Maurizio Sabbadin)" src="/wp-content/uploads/_old/20071101/mattiasignorini_p.jpg" alt="Mattia Signorini (foto di Maurizio Sabbadin)" width="140" height="199" /><p class="wp-caption-text">Mattia Signorini (foto di Maurizio Sabbadin)</p></div>
<p>Quando Stefano, il protagonista di “Lontano da ogni cosa” (Salani), del giovane autore veneto Mattia Signorini, entra nell’appartamento del suo amico Alberto e non lo trova, si intuisce che questo libro ha colto nel profondo di un tema spesso esacerbato dalla letteratura generazionale: l’amicizia. Quasi a suggerire che sono la mancanza e la lontananza ha ricordarci di quanto l’amicizia, invece, ci faccia sentire completi e vivi, specie durante quel momento infinito. Sogni grandi, inavvicinabili, come finire di dipingere alberi e poterli esporre in una galleria, oppure come lavorare ad un film o diventare una stella del cinema. Sogni che non hanno confini e che, per tre amici che condividono parole e silenzi, diventano mete, speranze, contraddizioni, e, a volte, compromessi. Abbiamo raggiunto l’autore per una lunga e godibile intervista.</p>
<p> </p>
<p><em><strong>Lontano da ogni cosa – Mattia Signorini – Salani</strong></em></p>
<p>“Presto fu tardi nella mia vita…mi sembra di aver sentito dire che qualche volta un’accelerazione del tempo può investirci quando attraversiamo l’età giovane, la più esaltata della vita…” <br />Margherite Duras, L’amante</p>
<p>“Ho esitato un po’ prima di scrivere che avrei dato volentieri la vita per un amico, ma anche ora, a trent’anni di distanza, sono convinto che non si trattasse di un’esagerazione e che non solo sarei stato pronto a morire per un amico, ma l’avrei fatto quasi con gioia”<br />Fred Uhlman, L’amico ritrovato</p>
<p>Nel romanzo di Mattia Signorini, “Lontano da ogni cosa” (Salani), il disincanto della vita ha lo spessore dei silenzi di una stanza vuota. Quando Stefano, il protagonista di questa nuova prova del giovane autore veneto, entra nell’appartamento del suo amico Alberto e non lo trova, si intuisce che questo libro ha colto nel profondo di un tema spesso esacerbato dalla letteratura generazionale: l’amicizia. Perché nelle sue pagine Alberto, Stefano e Chiara, giovani sulla soglia dell’età adulta, crescono per separazioni, si annientano nell’affetto reciproco in poche righe di vita prima di compiere le scelte che li allontaneranno. Quasi a suggerire che sono la mancanza e la lontananza ha ricordarci di quanto l’amicizia, invece, ci faccia sentire completi e vivi, specie durante quel momento infinito, eppure brevissimo, che ci costringe a guardare avanti, ma un po’ prima dei sogni. Sogni grandi, inavvicinabili, come finire di dipingere alberi e poterli esporre in una galleria, oppure come lavorare ad un film o diventare una stella del cinema. Sogni che non hanno confini e che, per tre amici che condividono parole e silenzi, diventano mete, speranze, contraddizioni, e, a volte, compromessi. Tre amici che si compensano, si completano. Sfiorandosi, componendosi  e dividendosi, ritrovandosi negli angoli bui di una terra di ombre e vento, come quella del futuro, o sotto il sole dei ricordi, degli sguardi, dell’accettazione. Perché nonostante le loro scelte, i tre amici non si giudicano mai, anche quando tutto sembra perduto. Leggere la nuova prova di Mattia Signorini, che ha raccolto consensi di critica e pubblico grazie al suo debutto letterario, “Severo American Bar” (Pequod), mi ha riportato a sfogliare, in parallelo, romanzi del passato come “Jules e Jim” di Rochè, “Dio di illusioni” della Tartt, o “Quando eravamo giovani”, le poesie di Bukowski, “, ma anche i miei diari, per ritrovare quella voce, forte, energica, percettiva, della giovinezza. Anni in cui, io, come tanti altri, scopriamo che l’amicizia incondizionata è salvifica e che spezzarla per seguire i sogni non ti porta altro che ad arrivare anticipatamente alla deludente scoperta di una vita priva di visioni oniriche. Dal libro, vero, innocente, trasparente, scritto con maturità e cuore, la verità è rinchiusa, invece, nella preservazione dell’incanto. Crescere è doloroso nella misura in cui si abbandonano sogni e amici, o quando si pensa che l’uno escluda l’altro. Per approfondire i temi del romanzo e per conoscere meglio l’autore, ho avuto il piacere di intervistarlo e il ritratto che ne esce vi farà capire come Mattia persona e Signorini scrittore siano la stessa anima che pervadono questo intenso nuovo romanzo.</p>
<p><strong>Ciao Mattia, benvenuto su “Puralanadivetro”. “Lontano da ogni cosa” è un titolo che rappresenta un punto focale del tuo romanzo e della vita di un giovane uomo, ovvero la posizione in cui ci si trova, ad un certo punto, rispetto ai propri sogni e alle proprie speranze. Appunto, lontano da ogni cosa. Attraverso i tuoi personaggi, tuttavia, fai capire che questa distanza è necessaria, perché li spinge a intraprendere un  percorso, un cammino…Nel tuo romanzo da dove inizia questo percorso, da che momento della vita? </strong></p>
<p>I miei protagonisti iniziano a rendersi conto di molte cose  dopo l’ultimo anno di università. Si rendono conto che il mondo come se lo immaginavano non era quello che si trovavano davanti. Che pensavano di avere centomila strade e in realtà il ventaglio tra cui scegliere è molto più piccolo.</p>
<p><strong>I sogni di Stefano, Alberto e Chiara sono limpidi e puri, poi incontrano e si scontrano con una realtà che può avere due facciate: la realizzazione dei sogni, come nel caso di Alberto, il pittore, che rischia di perdere se stesso per strada. Secondo te è facile, tra i vent’anni e i trenta,  perdersi per un sogno? O, al contrario, verso i trenta, i sogni perdono la loro patina, la loro magia?</strong></p>
<p>Vedo molte persone che rincorrono i loro sogni come fossero l’unico motivo di vita, salvo poi lasciarli perdere di colpo, come se qualche interruttore, dentro, si fosse spento all’improvviso. Le stesse persone che guardando indietro di qualche anno si convincono che i sogni erano solo realtà illusorie da ragazzini. Mi capita di sentirli dire “La vita non è tra le nuvole”; “Arriva il momento di crescere”. E nelle loro parole si sente, inevitabilmente, un fondo di energia che si è perduto.</p>
<p><strong>Dai tuoi romanzi traspare una sensibile e sentita concezione dell’amicizia, un legame che, a prescindere dal percorso personale di ognuno dei tuoi personaggi e dal passare del tempo, ha i lineamenti di un amore eterno. L’amicizia infusa nelle pagine che scrivi è la stessa che vivi personalmente? E’ la trasposizione diretta del tuo modo di vivere questo sentimento, oppure è filtrato da scelte narrative?</strong></p>
<p>L’amore è una fusione, è totalizzante. A chi amiamo non consentiamo di commettere troppi errori, pena la perdita di quella fusione. Gli amici invece sono un incastro. Puoi lasciarli andare per strade diverse dalla tua e incontrarli di nuovo dopo molto tempo come fosse stato il giorno prima. Mi piace questa idea, che nell’amicizia nulla è mai perduto. Tra l’altro, diversi giornali stanno paragonando “Lontano da ogni cosa” a molti libri che parlano di triangoli amorosi. In realtà molti di quei libri non li ho neppure mai letti. Volevo solo raccontare una storia d’amicizia e amore tenuta insieme da quel filo leggero e fragile che sono le speranze di realizzare i propri sogni impossibili. E l’unico libro che avevo in mente quando ho scritto questo, soprattutto nell’epilogo della mia storia, e di cui nessuno si è ancora accorto, è “L’amico ritrovato” di Uhlman.</p>
<p><strong>Un altro tema importante è quello che citavo prima, la realizzazione dei propri sogni, e dei passaggi, a volte dolorosi, a volte eccitanti, che i tuoi personaggi intraprendono per arrivare alla meta. Il sogno di diventare scrittore ti ha portato a vivere percorsi simili a quelli descritti nel romanzo?  E’ possibile, secondo te, raggiungere il successo, o la realizzazione di sé, senza perdere, in qualche modo, gli affetti, la trasparenza, l’innocenza? </strong></p>
<p>C’è del vero sia nell’esperienza geniale di Alberto Lari che nel percorso forse un po’ meno artistico, ma decisamente più riflessivo di Stefano Bersani. Mi sono trovato a lottare contro realtà che non mi appartenevano. E ho deciso, da tempo, di fare solo quello che mi sento e in cui credo. Forse è l’unico modo di salvarsi almeno un po’.</p>
<p><strong>“Lontano da ogni cosa”, così come il tuo precedente romanzo, hanno la naturalezza dei giorni vissuti. Sono come un diario che ognuno di noi scrive, ad un certo punto della vita. Addirittura, sembrano consequenziali, come se il primo libro fosse “Lontano da ogni cosa” adolescente, per diventare “Lontano da ogni cosa” uomo… </strong></p>
<p>Quando ho scritto “Severo American Bar” avevo 21 anni, anche se l’ho pubblicato tre anni dopo. Ero molto diverso da come sono ora, e credevo che il mondo potesse essere salvato in qualche modo dall’idea delle fate. Adesso mi rendo conto che di fate ce ne sono veramente poche, e quelle rimaste vengono infilzate alla prima occasione. Ma ho pensato più volte a come fosse curioso che l’ultima frase di “Severo American Bar” non fosse altro che un piccolo ponte verso “Lontano da ogni cosa”. Erano rimaste delle cose da dire, molte di più di quelle che avevo già scritto.</p>
<p><strong>Una particolarità: hai battezzato ogni capitolo con un titolo, e in ogni titolo c’è un mondo a sé stante, una rivelazione, come il titolo delle poesie. Sono chiavi di lettura importanti per entrare in profondità nel tuo romanzo?</strong></p>
<p>In realtà è stato un gioco. In genere nei romanzi i titoli dei capitoli sono un riassunto di quello che si leggerà dopo. Invece nei miei titoli non si capisce un bel niente, alla prima lettura. Ma una volta finito il capitolo assumono un significato ben definito.</p>
<p><strong>Dei tre personaggi principali del tuo romanzo, hai scelto Stefano come voce narrante, e la storia la vediamo attraverso i suoi occhi. Quali sono le caratteristiche che ti hanno portato a sceglierlo come protagonista del romanzo, come personaggio che, rispetto agli altri, resta se stesso, con la sua trasparenza e la sua identità intatta? </strong></p>
<p>Alberto Lari non avrebbe mai potuto raccontare questa storia. È troppo preso nelle sue derive energetiche e nei suoi giorni incostanti. Lo stesso Chiara Valentini, che non si fa troppe domande sul mondo ma cerca di berselo come un bicchiere d’acqua. Alla fine però tutti i protagonisti restano se stessi, in qualche modo. Cambia il loro approccio alle cose, crescono, sono sempre più disillusi di fronte alla realtà che li circonda, ma il loro modo di essere non viene mai meno, nel bene o nel male.</p>
<p><strong>Il tuo libro ha un lato nostalgico. Nonostante la giovane età dei personaggi, è forte la consapevolezza che basta poco per trasformare il presente in passato. Si diventa adulti senza accorgersene. Per te è così? </strong></p>
<p>Succede quando ti guardi indietro. Ti senti sempre uguale, ma le tue scarpe cominciano a essere consumate dalla strada già fatta. Possiamo pensarla come vogliamo, ma alla fine resta sempre una questione di scarpe.</p>
<p><strong>So che abbiamo una cosa in comune: tenere le lettere di rifiuto degli editori in un cassetto. Naturalmente per te oggi è un ricordo lontano, perché sei diventato uno scrittore vero e proprio. Però quei momenti, nonostante la delusione di non venir pubblicato, sono ancora preziosi, perché scrivevo con una passione irrefrenabile. E tu come gli hai vissuti? E come hai vissuto il momento in cui hai pubblicato il tuo primo romanzo?</strong></p>
<p>Ho aspettato tre anni prima di pubblicare “Severo American Bar”. Quando è successo molti entusiasmi avevano già lasciato posto ad altro, e l’unico pensiero quando l’ho visto in libreria è stato finalmente, era ora. Ma le lettere le conservo tutte. Soprattutto quella di un’addetta editoriale di una piccola casa editrice, isterica e acida, che leggendo il mio vero primo romanzo scritto a diciannove anni e mai pubblicato, mi scrisse: spero per lei che si trovi un buon lavoro, perché con la letteratura non combinerà mai niente.</p>
<p><strong>Nel tuo sito, www.mattiasignorini.com, hai scritto che, nonostante le soddisfazioni che ti ha portato il tuo primo romanzo, “Severo American Bar”, ti sei ritrovato “in uno di quei grovigli di strade senza uscita”. Così, nonostante tu avessi perso “i contatti con il mondo dell’editoria”, hai cominciato a scrivere per te. Che tipo di rapporto hai avuto con lo scrivere dopo la pubblicazione del tuo primo libro? Ti sentivi sotto pressione per dare continuità ad un sogno realizzato oppure hai trovato un nuovo equilibrio, una nuova maturità e identità come scrittore?</strong></p>
<p>Il libro era stato pubblicato nel novembre del 2004, ed era ormai troppo tempo che non scrivevo più niente. Ero sempre nell’attesa di sapere cosa sarebbe successo con quello. Poi dopo le prime settimane di stallo ha cominciato a muoversi bene in libreria. Le persone che mi stavano editorialmente vicino volevano che ne scrivessi una specie di seguito, o qualcosa di molto simile. Dicevano che se andava quello, il mio pubblico mi avrebbe seguito di nuovo. Sono stato molto combattuto, poi ho deciso di seguire la mia strada. Tutte le persone che mi appoggiavano sono un po’ alla volta sparite, in quella forma di disinteresse che tende ad affondarti. Avevo in mente un solo personaggio, Alberto Lari. Mi chiedevo cosa sarebbe successo se nell’Italia di oggi fosse sceso sulla terra una specie di genio pittorico, come non se ne vedevano da tempo. Frequentavo molti artisti, pittori e scultori, all’epoca. Li vedevo lavorare, osservavo tutti quei silenzi e lo sconforto che li prendeva, di colpo, quando le cose non andavano mai bene e la gente non si accorgeva di loro. Parecchi mesi dopo ho cominciato a scrivere “Lontano da ogni cosa”, più per me che per altro. Non sapevo se sarei mai riuscito a pubblicarlo.</p>
<p><strong>Quanto sei cambiato da “Severo American Bar” sia come scrittore che come persona? Metaforicamente parlando, gli alberi del tuo quadro personale li vedi finiti o incompleti?</strong></p>
<p>Spero che non siano mai finiti. Voglio svegliarmi a novant’anni ripensando al giorno prima e dirmi c’è ancora qualcosina da modificare.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda: ora che stai crescendo e diventando uno scrittore e un uomo adulto, da cosa non vorresti mai allontanarti?</strong></p>
<p>Dal mio modo di vedere il mondo come un bambino di otto anni e allo stesso tempo come un vecchio. Mi chiedo il perché di ogni cosa. Della disposizione geometrica del porfido nei centri storici, del modo di piegare le labbra quando la gente si arrabbia. Cose così. Se lo perdessi, non avrebbe più senso scrivere una sola parola.</p>
<p>Mattia Signorini è nato nel 1980 e vive in Veneto. Nell&#8217;autunno del 2001 ha vinto il Premio<br />Tondelli con i racconti raccolti sotto il titolo di Portami lontano, pubblicati nel volume Dove comincia la strada (Fernandel, 2002). Ha pubblicato anche racconti in Voci dalla rete (Longanesi, 2002), nel numero 7-8 della rivista Palazzo Sanvitale (Il Cavaliere Azzurro, 2002), diretta<br />da Guido Conti, e in Panta &#8220;Tondelli Tour&#8221;. Il suo romanzo d’esordio, Severo American Bar (peQuod, 2004), finalista al premio Kihlgren e al premio Tondelli, è stato un piccolo caso nell’editoria indipendente. Ristampato più volte, ha raggiunto grazie al passaparola un numero sempre maggiore di lettori.</p>
<p>Informazioni sul libro:</p>
<p><img class=" alignleft" style="margin: 2px;" title="Lontano da ogni cosa – Mattia Signorini – Salani" src="/wp-content/uploads/_old/20071024/signorini-lontano.jpg" alt="Lontano da ogni cosa – Mattia Signorini – Salani" width="120" height="173" /></p>
<p>Titolo:<strong> Lontano da ogni cosa</strong><br />Autore: Mattia Signorini<br />Editore: Salani <br />Pagine: 271<br />Prezzo: 140 euro</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Link</span></strong></p>
<p><a title="www.mattiasignorini.com" href="http://www.mattiasignorini.com" target="_blank">http://www.mattiasignorini.com</a><br /><a title="www.myspace.com/mattiasignorini" href="http://www.myspace.com/mattiasignorini" target="_blank">http://www.myspace.com/mattiasignorini</a></p>
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		<title>Il sorriso contagioso di Rosaria</title>
		<link>http://www.puralanadivetro.it/2007/09/24/il-sorriso-contagioso-di-rosaria/</link>
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		<pubDate>Mon, 24 Sep 2007 21:49:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per tutti quelli che non vivono all’ombra dell’albero della grande distribuzione e delle case editrici multimilionarie dei grandi nomi, il nome di Rosaria Tenore, assieme al marito Roberto, è sinonimo di Arcilettore, un’associazione che negli anni è divenuta la portavoce di quell’editoria di piccoli autori ed editori di qualità che altrimenti sarebbero schiacciati dai grandi. Già autrice di diversi racconti, arriva in libreria con una storia in parte autobiografica, “Zizì Caterina”. Il libro, pubblicato dalla ExCogita, è un vero e proprio dono che scava nel suo passato e riscopre un’Italia che letterariamente si sta perdendo, rievocando Verga e la Morante. 

Zizì Caterina - Rosaria Tenore - ExCogita]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 130px"><img title="Zizì Caterina - Rosaria Tenore - ExCogita" src="/wp-content/uploads/_old/20070924/rosariatenore_p.jpg" alt="Zizì Caterina - Rosaria Tenore - ExCogita" width="120" height="168" /><p class="wp-caption-text">Zizì Caterina - Rosaria Tenore - ExCogita</p></div>
<p>Per tutti quelli che non vivono all’ombra dell’albero della grande distribuzione e delle case editrici multimilionarie dei grandi nomi, il nome di Rosaria Tenore, assieme al marito Roberto, è sinonimo di Arcilettore, un’associazione che negli anni è divenuta la portavoce di quell’editoria di piccoli autori ed editori di qualità che altrimenti sarebbero schiacciati dai grandi. Già autrice di diversi racconti, arriva in libreria con una storia in parte autobiografica, “Zizì Caterina”. Il libro, pubblicato dalla ExCogita, è un vero e proprio dono che scava nel suo passato e riscopre un’Italia che letterariamente si sta perdendo, rievocando Verga e la Morante.<br />
<strong><br />
Zizì Caterina &#8211; Rosaria Tenore &#8211; ExCogita</strong></p>
<p>Conoscere Rosaria è come vedere uno splendido film prima di aver letto il bellissimo libro dal quale è stato tratto. Ho avuto la fortuna di incrociare la mia storia con la sua e quella di suo marito, Roberto, all’inizio dello scorso anno, quando gli inviai una copia del mio primo romanzo, “Impronte di Pioggia”. Avevo letto sul loro sito, www.arcilettore.it, una serie di recensioni e di schede che loro avevano curato, e sono rimasto colpito dal fatto che non trattassero i soliti bestsellers delle grosse case editrici, ma, al contrario, si occupavano di sostenere piccole case editrici di qualità. Perché dovete sapere che questa donna, con suo marito, è la colonna portantedi Arcilettore, associazione che è diventata, in pochi anni, il coro di decine di case editrici, spesso invisibili nonostante le interessanti proposte editoriali. Dopo aver recensito il mio libro, Rosaria, Roberto ed io ci siamo incontrati in varie occasioni, che loro stessi hanno contribuito a creare come  il Festival del Racconto di Seregno, la Rassegna della Microeditoria di Chiari e  il Premio “Donne in pagina”. Vi potrei elencare altre numerose iniziative che hanno ricevuto il loro battesimo, ma mi voglio invece soffermare su una nuova e sorprendete avventura di Rosaria: il suo primo romanzo. Già autrice di diversi racconti, fra i quali “Mistero glorioso”, che è stato tra i vincitori della seconda edizione del concorso Giallomilanese (ExCogita), Rosaria Tenore arriva in libreria con una storia in parte autobiografica, “Zizì Caterina”. Il libro, pubblicato dalla Excogita, casa editrice attenta alle voci dell’Italia e raffinata nelle scelte dei suoi autori, tutti meritevoli di essere scoperti, è un vero e proprio dono. In un’epoca in cui gli scrittori amano buttarsi su gialli esoterici o su vicende generazionali, Rosaria invece scava nel suo passato e riscopre un’Italia che letterariamente si sta perdendo, rievocando con personalità e originalità i mondi di Verga e le donne forti della Morante. La sua scrittura è intessuta di un linguaggio perso nei meandri del tempo e di una poetica che si compie con naturalezza, proprio come Rosaria. La sua focosità, il suo temperamento e la sua bontà hanno origine dalle donne del suo romanzo, donne di una Puglia magmatica come i sentimenti e come le emozioni di queste sorprendenti pagine. Voi che avete l’occasione di conoscere Rosaria Tenore attraverso il romanzo, ascoltate le sue parole e vi parrà di conoscerla da tempo. Se invece avete l’occasione di conoscerla dal vivo, allora la vostra lettura si arricchirà di una componente umana che non dimenticherete mai. Intanto vi invito ad incontrare Rosaria Tenore attraverso questa intervista che le ho fatto pochi giorni fa e che, come sempre, mi ha ricordato il suo sorriso, contagioso.</p>
<p><strong>Ciao Rosaria, è un piacere immenso conversare con te e ancora di più è poter parlare del tuo romanzo: “Zizì Caterina”. Iniziamo proprio dal titolo. Ci puoi raccontare chi è la protagonista del libro e qual è la sua storia?</strong></p>
<p>Cominciamo dal titolo. In dialetto pugliese Zizì significa zio. E’ il nome con cui chiamavano Caterina i quattro figli maschi di sua sorella minore, ai quali lei faceva da madre e da padre tra le mille difficoltà e i bisogni della guerra. E poi perché lei era forte come un uomo e non aveva paura di niente. Caterina era mia nonna, e la storia raccontata nel libro è la sua storia. La storia di una donna che, a quindici anni, è madre di una bambina e ha il marito Vincenzo, condannato diciannovenne a diciotto anni di carcere per omicidio, rinchiuso in un manicomio criminale dove morirà dopo pochissimo tempo. Caterina deve da un lato provvedere ai bisogni materiali per dare un futuro dignitoso a sé e alla figlia, e nello stesso tempo deve combattere, difendersi dalla malvagità di persone che la ritengono responsabile della tragedia famigliare.</p>
<p><strong>Il tuo è un romanzo poliedrico. Da una parte abbiamo un’eroina degna di un feuiletton, una sorta di Angelica del Sud Italia, ribelle, appassionata, decisa. Dall’altra abbiamo un libro storiograficamente incisivo, curato, importante. Quando l’hai scritto qual’era la tua idea di fondo? Avevi già una meta precisa oppure è stato un percorso che si concretizzava giorno dopo giorno?</strong></p>
<p>Intanto volevo raccontare una storia di coraggio. Attraverso la pagina scritta, volevo raccontare di  personaggi che ho conosciuto e altri di cui ho sempre sentito parlare nei racconti dei miei famigliari. E come tutte le storie, anche questa attraversa la Storia, si sviluppa tra le due guerre mondiali, il fascismo e la liberazione, le lotte dei braccianti contro i  padroni delle terre, in un  paese che è un luogo preciso, ossia Cerignola, che è anche la città dove sono nata.</p>
<p><strong>La Puglia che descrivi è una terra viva, ardente, dove rabbia e amore scuotono la vita dei protagonisti di “Zizì Caterina”. Che strada hai percorso per raccontarla ai lettori, quella della memoria, delle testimonianze, o quella delle tue emozioni, dei tuoi sentimenti?</strong></p>
<p>Spesso ho lavorato con delle persone anziane raccogliendone le testimonianze per affidarle alla scrittura. Non è il caso di questo libro. Qui ho ripercorso i miei ricordi, le mie sensazioni, sospinta dal mio amore per una donna che mi ha insegnato ad affrontare la vita con tutto quello che di buono o di cattivo essa può offrire.</p>
<p><strong>Quanto ti sei dovuta documentare e quanto, invece, appartiene già al tuo bagaglio umano?</strong></p>
<p>Ho dovuto fare delle ricerche accurate sul periodo storico che va dagli anni venti agli anni quaranta, soprattutto per documentarmi riguardo al modo di vivere, di vestire, di mangiare, alla moneta corrente, alle unità di misura ecc. Ho visitato archivi parrocchiali per mettere a fuoco alcune date di matrimoni e battesimi. Quelli comunali no, perché gli impiegati facevano troppe domande per i miei gusti, abituati come sono a sospettare chissà cosa di chiunque.<br />
Per quanto riguarda il mio bagaglio umano, vorrei dire che io appartengo alla generazione cresciuta nelle strade a orecchiette e racconti, in gran parte orali.</p>
<p><strong>Leggendo il tuo libro ci sono molti aspetti che lasciano piacevolmente sorpresi. Il primo riguarda lo stile, che recupera il calore e la solarità di una letteratura di altri tempi. Coinvolgente, mai frettolosa, capace di insinuarsi nei dettagli dello spazio e del tempo. E’ una scelta precisa, per ancorare il lettore all’Italia della prima metà del secolo scorso, oppure nasce da una tua esigenza espressiva?</strong></p>
<p>Diciamo che si può raccontare qualunque cosa, l’importante è come la si racconta. Più che di stile, ecco, io parlerei di chiave espressiva. In fondo l’io narrante è Ninetta, la figlia di Caterina, una persona anziana,  con i suoi ricordi,  il suo lessico, la sua solitudine e i suoi tempi.</p>
<p><strong>Quello che mi ha inoltre colpito è la tua capacità di riuscire a mescolare più registri. I dialoghi rispecchiano la lingua parlata di un tempo senza mai scadere nello stereotipo, così come le descrizioni, accurate ma mai nozionistiche. E’ stato più difficile scrivere i dialoghi oppure narrare il contesto? </strong></p>
<p>Scrivere i dialoghi è stata la cosa più facile. E sai perché? Perché, ancora oggi, se vai giù a Cerignola, in certi quartieri,  trovi  tante persone che parlano la stessa lingua dei miei personaggi. Vivendo qui al nord, quando mi accorgo di stare perdendo certi ritmi e certe musicalità, parto e vado lì a riprendermeli.</p>
<p><strong>Come scrittrice e lettrice quali sono i libri e gli autori che ti hanno più segnato? C’è qualche scrittore in particolare che senti vicina al tuo modo di scrivere?</strong></p>
<p>Guarda, ti dico subito che, quando ho deciso di scrivere questo libro, avevo finito di leggere Le strade di polvere di Rosetta Loy. Detto questo, apprezzo i grandi autori meridionali da De Roberto, Verga a Vittorini, Alvaro, Brancati. Poi sudamericani come Marquez, Amado, Miguel Littin  nei quali ritrovo la stessa passione,  la stessa potenza di scrittura degli altri. E poi Elsa Morante, ancora oggi ineguagliabile, come del resto Luciano Bianciardi.</p>
<p><strong>Chi ti conosce trova in questo romanzo la tua energia, la tua forza d’animo, la pienezza del cuore e delle emozioni delle donne italiane. Non solo. C’è anche l’eco di donne come la Magnani e la Loren, e di scrittrici come Elsa Morante e Grazia Deledda. Cosa è rimasto dell’Italia che descrivi, nei giorni nostri? E a te cosa ha lasciato?</strong></p>
<p>Non mi sentirai mai dire che si stava meglio prima. Comunque dell’Italia di un tempo è rimasto ben poco. Troppo rapidi i mutamenti che hanno portato sì a un certo benessere diffuso e a importanti conquiste sociali, ma che, allo stesso tempo, hanno generato un vuoto culturale e morale che spaventa. A me l’Italia di un tempo ha lasciato la voglia della scoperta e del sapere, la capacità di ascolto e l’attenzione ai bisogni dell’altro, il senso del dovere e la buona educazione.</p>
<p><strong>Quanto tempo ci è voluto per stendere il romanzo? In che momenti della giornata preferisci scrivere?</strong></p>
<p>Per scrivere questo romanzo ho impiegato circa un anno, tra le ricerche e la stesura vera e propria. Per la pubblicazione ci sono voluti quindici anni. Molti rifiuti da parte delle case editrici e scarsa voglia di riproporlo. Ogni tanto riprendevo il manoscritto e vi apportavo modifiche. Poi, l’anno scorso, con un racconto, ho vinto un concorso letterario lanciato da ExCogita , ed eccoci qua. Scrivo nei ritagli di tempo, preferibilmente al pomeriggio.<br />
<strong><br />
Stai scrivendo un nuovo libro?</strong></p>
<p>Durante le vacanze estive, ho terminato la stesura di due storie. Una  sull’onestà, ambientata nel sud.  Il protagonista questa volta è un uomo, ma ci sono molte pagine in cui ritorna Caterina, una Caterina che riesce a realizzare il sogno di suo padre e cioè di andare ad abitare sul Corso del paese, ma a prezzo di sacrifici e di rapporti con gli usurai.<br />
L’altra storia invece si svolge nel nostro tempo, la protagonista è una tranquilla signora di ottant’anni che, costretta da pesanti circostanze, si trasforma in una specie di giustiziera.</p>
<p><strong>Tu che hai una passione straordinaria per i libri e per la lettura, come si può, secondo te, trasmettere questo amore in un momento storico in cui la vita è in preda alla velocità del quotidiano e leggere viene reputato da molti una perdita di tempo?</strong></p>
<p>Immagina che un giorno, strofinando una vecchia lampada, io liberassi il Genio che vi è imprigionato e che questi mi chiedesse di esprimere un desiderio. Ecco io gli chiederei di regalare agli uomini il Tempo. Gli uomini allora, liberati dalla velocità, potrebbero leggere, ascoltare musica, andare a teatro ecc. Lo so, è solamente un sogno, ma è l’unica risposta che ho.</p>
<p><strong>Si parla sempre di nuove generazioni colpevolizzandole, indicando in loro la causa della disinformazione e della sottocultura, eppure mi scontro ogni giorno con adulti che non comprano nemmeno un libro all’anno. I ragazzi inoltre sono tornati a scrivere attraverso i blog e sono molti quelli dedicati ai libri e alla narrativa. Secondo te è poi così vero che, in questo caso, le generazioni precedenti leggono di più di quelle di oggi?</strong></p>
<p>Non credo che le generazioni precedenti leggessero di più. Una volta era una questione di censo. Andavano a scuola certi giovani e non altri, leggevano certi giovani e non altri. Ma quei giovani che, per censo, andavano a scuola certo leggevano molto. Oggi è caduta questa barriera. Tutti possono andare a scuola e tutti possono leggere. Anche oggi ci sono giovani che leggono, ma rispetto alle generazioni precedenti, in proporzione leggono meno.<br />
<strong><br />
Tu e tuo marito Roberto siete il cuore pulsante di Arcilettore, associazione letteraria che supporta la piccola editoria di qualità e promuove eventi letterari importanti, che sostengono identità culturali che necessitano di essere sostenute per via di un mercato librario in continuo tracollo. Quali sono i vostri prossimi progetti? Mi parli del manifesto della “Bibliodiversità”?</strong></p>
<p>Di fronte al tentativo di omologazione promosso dalle grandi concentrazioni editoriali, è necessario difendere la piccola editoria perché essa garantisce una pluralità di voci di scrittori e di poeti che consentono ad una letteratura di essere realmente viva e al lettore di poter realmente esercitare il proprio diritto di scegliere ciò che vuole leggere.<br />
Stiamo lavorando a un festival della letteratura migrante per Brescia e provincia. Inoltre stiamo preparando il lancio di un marchio di qualità per la piccola editoria in collaborazione con la rassegna della Microeditoria di Chiari in novembre. Infine prepariamo incontri con vari autori presso scuole e biblioteche.</p>
<p><strong>Un’ultima domanda che poniamo a tutti: sei felice?</strong></p>
<p>Per gli antichi latini felicità vuol dire buona fortuna. Sì, mi ritengo fortunata.</p>
<p>Informazioni sul libro:</p>
<div class="wp-caption alignleft" style="width: 110px"><img title="Zizì Caterina - Rosaria Tenore - ExCogita" src="/wp-content/uploads/_old/20070924/zizicaterina_p.jpg" alt="Zizì Caterina - Rosaria Tenore - ExCogita" width="100" height="153" /><p class="wp-caption-text">Zizì Caterina - Rosaria Tenore - ExCogita</p></div>
<p>Titolo: <strong>Zizì Caterina</strong><br />
Autore: Rosaria Tenore<br />
Editore: Excogita<br />
Pagine: 204<br />
Prezzo: 13,50 €</p>
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		<title>Il meridiano della nuova letteratura</title>
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		<pubDate>Sun, 27 May 2007 22:55:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Nasce una nuova proposta editoriale, Greenwich, finalmente una collana che vuole “offrire al pubblico italiano autori americani e inglesi che si distinguono per innovazione e creatività nella narrazione”. La casa editrice in questione è la romana Nutrimenti e per l’occasione ha pubblicato “Glifo” di Percival Everett, la storia del suo piccolo Ralph dal grande quoziente intellettivo, preda delle persone che vogliono abusare del suo potenziale e predatore di questi inconsapevoli che lo imprigionano continuamente. 

Glifo – Percival Everett – Nutrimenti Greenwich]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 130px"><img title="Glifo – Percival Everett – Nutrimenti Greenwich" src="/wp-content/uploads/_old/20070527/glifoeverett.jpg" alt="Glifo – Percival Everett – Nutrimenti Greenwich" width="120" height="148" /><p class="wp-caption-text">Glifo – Percival Everett – Nutrimenti Greenwich</p></div>
<p>Nasce una nuova proposta editoriale, Greenwich, finalmente una collana che vuole “offrire al pubblico italiano autori americani e inglesi che si distinguono per innovazione e creatività nella narrazione”. La casa editrice in questione è la romana Nutrimenti e per l’occasione ha pubblicato “Glifo” di Percival Everett, la storia del suo piccolo Ralph dal grande quoziente intellettivo, preda delle persone che vogliono abusare del suo potenziale e predatore di questi inconsapevoli che lo imprigionano continuamente. </p>
<p><em><strong>Glifo – Percival Everett – Nutrimenti Greenwich</strong></em></p>
<p>Il nome di questa casa editrice ha, in sé, tutto ciò che noi, affamati di letteratura, chiediamo. Il desiderio di essere nutriti, testa e cuore, da libri che non solo ci sazino per poche ore, ma che diano forza e vigore alla nostra anima letteraria. Perciò accogliamo con grande entusiasmo la nuova proposta editoriale di Nutrimenti: la collana di romanzi stranieri Greenwich. Curata da Simone Bacillari. Già fondatore e direttore editoriale della Alet e da Leonardo G. Luccone, editor e traduttore,  Greenwich si propone di &#8220;offrire al pubblico italiano autori americani e inglesi che si distinguono per innovazione e creatività nella narrazione, per uno sguardo intriso di rabbia e ironia, per uno stile acceso di invenzioni lessicali. Con una attenzione particolare alla letteratura delle metropoli, in sintonia con un pubblico di riferimento giovane e curioso della contemporaneità.&#8221; Tra le parole intuiamo positivamente la volontà di arrivare sul mercato librario italiano con una marcia in più, quello di evidenziare l&#8217;importanza di stili che rompano con la tradizione e che colgano le esponenziali dinamiche della società moderna. In particolare vogliamo dare il benvenuto al primo romanzo che dà inizio a questo viaggio: &#8220;Glifo&#8221; di Percival Everett. <br />L&#8217;autore, nato in Georgia, ha pubblicato quattordici romanzi, antologie di racconti ed è stato il vincitore di prestigiosi premi letterari. La parola excellence sembra essere ormai diventata la parola chiave delle sue opere, perché Everett è, inevitabilmente, uno scrittore che eccelle. E il suo stile ne è la prova più fulgente. Glifo è innovativo a tal punto da essere già annoverato fra i libri di culto della nostra generazione. Vediamo insieme la storia, che fonde già la promessa di una lettura piacevole all&#8217;intrigante prospettiva di una radicale alternativa alla piattezza narrativa di molti romanzi odierni. Protagonista del romanzo è Ralph, &#8220;un bimbo prodigio con un Q.I. pari a 475. A dieci mesi di età non parla per scelta e trascorre il tempo nella culla a leggere qualsiasi cosa gli passi la mamma, diventata ben presto il suo pusher letterario: &#8220;la Bibbia, il Corano, tutto Swift, tutto Sterne, Joyce, Balzac, Auden, Theodore Roethke, la teoria dei giochi e quella dell&#8217;evoluzione, la genetica e la dinamica dei fluidi&#8221;. Scrive anche poesie ultrasofisticate sull&#8217;anatomia umana e bigliettini pieni di doppi sensi, ma non per questo si considera un genio, soprattutto perché non è ancora in grado di guidare. Naturalmente Ralph adora la sua mamma, mentre ha un pessimo rapporto con il padre, &#8220;un poststrutturalista fallito&#8221;, permaloso e piuttosto in carne. Quando la notizia delle doti portentose del bambino comincia a diffondersi, sono in molti a volerne trarre vantaggio, tra cui la dottoressa Davis, con il suo scimpanzé, e l&#8217;agente segreto Nanna. Di rapimento in rapimento, da una cella di massima sicurezza alla stanza di un prete pedofilo, il piccolo Ralph, in realtà, non fa altro che prendersi gioco dei suoi carcerieri, senza smettere nel frattempo di ragionare su teorie filosofiche e linguistiche. Fino a una conclusione semplice e sorprendente, che forse solo un bambino geniale può scoprire in sé: il primato dell&#8217;amore sull&#8217;intelligenza&#8221;. La traduzione di Marco Rossari ci permette di avvicinarci al mondo di Everett con la giusta apertura mentale, e ad ogni pagina si respira il nuovo, l&#8217;originale, la sorpresa. Per seguire le imprese di Glifo e addentrarvi in questo mondo dirompente potete andare sul sito http://www.glyph.ilcannocchiale.it/ e conoscerete il bambino e il padre letterario. Una famiglia che non avrà più bisogno di bussare alla porta della vostra vita, ma che si stabilirà direttamente nella stanza delle vostre letture. </p>
<p>Informazioni sul libro:<br />Titolo: <strong>Glifo</strong><br />Autore: Percival Everett<br />Editrice: Nutrimenti<br />Collana: Greenwich <br />Anno pubblicazione: 2007<br />Prezzo: € 15,00<br />Genere: letteratura internazionale <br />Pagine: 224</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>LINK</strong></span></p>
<p><a title="www.glyph.ilcannocchiale.it/" href="http://www.glyph.ilcannocchiale.it/" target="_blank">http://www.glyph.ilcannocchiale.it/</a></p>
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		<title>The illusionist</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2007 21:19:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Eduard Abramovitz, conosciuto con il nome d’arte di Eisenheim, è un illusionista che ha catturato l’attenzione dell’Europa intera grazie alle sue rivoluzionarie trovate nel campo della magia. I suoi spettacoli infatti rompono la consuetudine degli schemi del mondo dell’illusionismo e acquistano sempre più successo ad ogni rappresentazione teatrale. Successo che tuttavia spinge altri illusionisti a sfidare il grande Eisenheim e che lui sconfigge con nuovi e sorprendenti trucchi. Fino a quando, nella sua vita, non irrompono il capo della polizia Uhl e la bella Sophie. Questo è il racconto breve di Steven Millhauser appena uscito per Fanucci dal titolo “The Illusionist” dal quale è stato tratto l’omonimo film con Edward Norton. 

The Illusionist - Steven Millhauser - Fanucci]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 150px"><img title="The Illusionist - Steven Millhauser - Fanucci" src="/wp-content/uploads/_old/20070412/theillusionistmillhauser_p.jpg" alt="The Illusionist - Steven Millhauser - Fanucci" width="140" height="212" /><p class="wp-caption-text">The Illusionist - Steven Millhauser - Fanucci</p></div>Eduard Abramovitz, conosciuto con il nome d’arte di Eisenheim, è un illusionista che ha catturato l’attenzione dell’Europa intera grazie alle sue rivoluzionarie trovate nel campo della magia. I suoi spettacoli infatti rompono la consuetudine degli schemi del mondo dell’illusionismo e acquistano sempre più successo ad ogni rappresentazione teatrale. Successo che tuttavia spinge altri illusionisti a sfidare il grande Eisenheim e che lui sconfigge con nuovi e sorprendenti trucchi. Fino a quando, nella sua vita, non irrompono il capo della polizia Uhl e la bella Sophie. Questo è il racconto breve di Steven Millhauser appena uscito per Fanucci dal titolo “The Illusionist” dal quale è stato tratto l’omonimo film con Edward Norton. <br /><em><strong><br />The Illusionist &#8211; Steven Millhauser &#8211; Fanucci</strong></em></p>
<p>I temi della magia e dell&#8217;illusionismo sono tornati prepotentemente di moda, sia sul fronte letterario che su quello cinematografico. Basta solo pensare che sono usciti, a pochi mesi di distanza, due film che si muovono parallelamente sugli stessi binari narrativi e storici: &#8220;The Prestige&#8221;, con Hugh Jackman e Christian Bale nel ruolo di due maghi rivali innamorati di Scarlett Johanson e &#8220;The illusionist&#8221;, che vede il prestidigitatore Edward Norton sfidare il poliziotto Paul Giamatti e l&#8217;avversario Rufus Sewell per l&#8217;amore di Jessica Biel. Quest&#8217;ultimo film, proiettato  in queste settimane sugli schermi italiani, è tratto da un romanzo breve dello scrittore americano Steven Millhauser, una firma autorevole e magica quanto il libro stesso. Millhauser, classe 1943, è uno scrittore che ammalia per la sua capacità di raccontare una storia trasformando il lettore in un bambino curioso. La sua voce, limpida e a tratti eccellentemente scarna, senza orpelli, introduce lo spettatore in mondi lontani e in atmosfere rarefatte, come la Vienna ottocentesca de L&#8217;illusionista. Una storia che l&#8217;autore ci narra come se fosse incisa su un nastro e riascoltata per la prima volta dopo decenni: suadente e incantata. Il libro infatti ci parla di Eduard Abramovitz, conosciuto con il nome d&#8217;arte di Eisenheim, un illusionista che ha catturato l&#8217;attenzione dell&#8217;Europa intera grazie alle sue rivoluzionarie trovate nel campo della magia. I suoi spettacoli infatti rompono la consuetudine degli schemi del mondo dell&#8217;illusionismo e acquistano sempre più successo ad ogni rappresentazione teatrale. Successo che tuttavia spinge altri illusionisti a sfidare il grande Eisenheim e che lui sconfigge con nuovi e sorprendenti trucchi. Fino a quando, nella sua vita, non irrompono il capo della polizia Uhl e la bella Sophie. E chi andrà al cinema a vedere la trasposizione cinematografica ritroverà intatta l&#8217;originale purezza della scrittura di Millhauser, che la casa editrice Fanucci ci sta facendo conoscere attraverso le sue opere, quali Edwin Mullhouse e Martin Dressler, per il quale lo scrittore ha ricevuto il prestigioso premio Pulitzer nel 1997. Insieme a The Illusionist la Fanucci ci regala anche il racconto, un precursore del cinema, delineando così quella che è la cifra stilista di Millhauser: la straordinaria capacità di rendere immaginifica e magica la biografia storica di uomini geniali, bizzarri, intriganti e, forse, mai esistiti…</p>
<p>Informazioni sul libro:<br />Titolo: <strong>The Illusionist</strong><br />Autore: Steven Millhauser<br />Casa editrice: Fanucci<br />Genere: Narrativa<br />Anno pubblicazione: 2007<br />Prezzo: 11,00<br />Pag: 128</p>
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		<title>Il baratto, graffiante bello e scaricabile gratuitamente grazie al copyleft</title>
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		<pubDate>Thu, 12 Apr 2007 21:15:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Una storia che si svolge nella Napoli del diciassettesimo secolo e che vede protagonista Angelo Raffaele Vichi, un ragazzo che si innamora perdutamente di una splendida donna che lo trascinerà in un gorgo di sentimenti laceranti e di dolorosi espedienti macchiati dal sangue e dall’odio. Questo è “Il baratto”, il romanzo di Eros Damasco, denso, sensuale, ricco di immagini profonde, di desiderio, sesso e morte. Questo piccolo gioiello esce per la romana Gaffi Editore che non solo diffonde autori nuovi ed talentuosi ma permette di scaricare il libro in maniera gratuita. Scoprite come. 

Il baratto - Eros Damasco - Alberto Gaffi editore]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 160px"><img title="Il baratto - Eros Damasco - Alberto Gaffi editore" src="/wp-content/uploads/_old/20070412/ilbarattodamasco.jpg" alt="Il baratto - Eros Damasco - Alberto Gaffi editore" width="150" height="208" /><p class="wp-caption-text">Il baratto - Eros Damasco - Alberto Gaffi editore</p></div>
<p>Una storia che si svolge nella Napoli del diciassettesimo secolo e che vede protagonista Angelo Raffaele Vichi, un ragazzo che si innamora perdutamente di una splendida donna che lo trascinerà in un gorgo di sentimenti laceranti e di dolorosi espedienti macchiati dal sangue e dall’odio. Questo è “Il baratto”, il romanzo di Eros Damasco, denso, sensuale, ricco di immagini profonde, di desiderio, sesso e morte. Questo piccolo gioiello esce per la romana Gaffi Editore che non solo diffonde autori nuovi ed talentuosi ma permette di scaricare il libro in maniera gratuita. Scoprite come.</p>
<p><em><strong>Il baratto &#8211; Eros Damasco &#8211; Alberto Gaffi editore</strong></em></p>
<p>Nel panorama letterario italiano l&#8217;editore Alberto Gaffi si staglia come un orizzonte. La sua scelta editoriale, infatti, è tanto moderna e coraggiosa, quanto preziosamente tradizionale. Perché i romanzi pubblicati da questa giovane casa editrice hanno due caratteristiche preponderanti. La prima è che l&#8217;attenzione è riservata a scrittori esordienti italiani, dotati di stili graffianti e incisivi, come quello della bravissima Valeria Brignani e della sua opera metropolitana  Casseur. La seconda è che questi libri possono essere scaricati gratuitamente dal sito grazie al copyleft. Il neologismo, che nasce come proposta collaterale al copyright, si basa su un modello alternativo di gestione dei diritti d&#8217;autore basato su un sistema di licenze attraverso le quali l&#8217;autore indica ai fruitori dell&#8217;opera, quindi i lettori, che essa può essere utilizzata, diffusa e spesso anche modificata liberamente, pur nel rispetto di alcune condizioni essenziali. Una sfida importante che fa parlare e discutere, soprattutto perché parla di libertà di espressione svincolata dallo sfruttamento economico. Come dice Giulio Mozzi in un&#8217;intervista, &#8220;il principio del copyright è: chiunque usi una certa cosa, deve pagare. Il principio del copyleft è: chiunque usi una certa cosa per farci dei soldi, deve pagare; chi la usa non per farci dei soldi, non deve pagare.&#8221; Una svolta fondamentale perché si arrivi a far conoscere ad un pubblico interattivo scrittori meritevoli di attenzione, per la loro creatività e per il loro talento. Ho citato la Brignani, ma vi consiglio di visitare il sito (www.gaffi.it) e leggere le pagine altrettanto avvincenti dei romanzi di Carola Susani, Andrea Carraro e di Eros Damasco. E Puralanadivetro ha scelto il romanzo di quest&#8217;ultimo per esemplificare la produzione della Gaffi editore: &#8220;Il baratto&#8221;. Un testo che si avvale di una cifra stilistica poetica e lirica, densa di immagini profonde e sensuali, parole che trasudano il desiderio, il sesso e l&#8217;ombra della morte. Una storia che si svolge nella Napoli del diciassettesimo secolo e che vede protagonista Angelo Raffaele Vichi, un ragazzo che si innamora perdutamente di una splendida donna che lo trascinerà in un gorgo di sentimenti laceranti e di dolorosi espedienti macchiati dal sangue e dall&#8217;odio. Una novella che parla di un amore consumato dalla letteratura italiana, ma che qui rivive in maniera autentica, drammatica, rievocando i mondi di Tomasi di Lampedusa e di Sciascia, in una Napoli che a tratti sembra la Londra di Stevenson e di Doyle. Un&#8217;opera che lascia il segno per la nitidezza delle immagini e per la incidenza di frasi che sembrano versi di un sonetto shakespeariano. Un libro che si presterebbe benissimo al teatro, grazie alla partitura che Damasco ha brillantemente orchestrato. Un&#8217;esperienza letteraria che trova spazio sia sulla carta stampata, invitandovi d acquistare il romanzo, sia sullo schermo di un computer. Da leggere in viaggio, a casa, in silenzio. Soprattutto, da leggere.</p>
<p>Informazioni sul libro:</p>
<p>Titolo: <strong>Il baratto</strong><br />
Autore: Eros Damasco<br />
Casa editrice: Alberto Gaffi editore<br />
Prezzo: € 8.00<br />
Pag: 88<br />
Copyleft</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">LINK</span></strong></p>
<p><a title="Gaffi editore" href="http://http://www.gaffi.it/" target="_blank">Gaffi Editore</a></p>
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		<title>Una virtù vacillante</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2007 20:54:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Setsuko Kurakoshi, una donna di vent’otto anni che, intrappolata in un matrimonio che la vuole felice per convenzione, si lascia avvolgere dal mistero della passione, dell’attrazione, dell’eros. Innamoratasi di un giovane uomo, Setsuko incomincerà un percorso interiore volto a rinunciare ai valori che l’hanno cresciuta, arrivando a conoscere l’odio per tutto ciò che in Giappone, per una donna, è sinonimo di stabilità e dote, di idoneità e abitudine. Parliamo di un nuovo racconto denuncia del maestro giapponese, Yukio Mishima con “Una virtù vacillante” uscito per la prima volta in Italia per l’editrice SE. 

Una virtù vacillante – Yukio Mishima – Se ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 130px"><img title=" Una virtù vacillante – Yukio Mishima – Se " src="/wp-content/uploads/_old/20070326/virtuvacillante.jpg" alt=" Una virtù vacillante – Yukio Mishima – Se " width="120" height="207" /><p class="wp-caption-text"> Una virtù vacillante – Yukio Mishima – Se </p></div>Setsuko Kurakoshi, una donna di vent’otto anni che, intrappolata in un matrimonio che la vuole felice per convenzione, si lascia avvolgere dal mistero della passione, dell’attrazione, dell’eros. Innamoratasi di un giovane uomo, Setsuko incomincerà un percorso interiore volto a rinunciare ai valori che l’hanno cresciuta, arrivando a conoscere l’odio per tutto ciò che in Giappone, per una donna, è sinonimo di stabilità e dote, di idoneità e abitudine. Parliamo di un nuovo racconto denuncia del maestro giapponese, Yukio Mishima con “Una virtù vacillante” uscito per la prima volta in Italia per l’editrice SE. </p>
<p><em><strong>Una virtù vacillante – Yukio Mishima – Se </strong></em></p>
<p>I romanzi di Mishima gemono, hanno pulsioni interne. Tocchi le loro pagine, sfiori le loro frasi e hai la sensazione di accarezzare la pelle di un corpo sinuoso, le onde della carne che respirano. &#8220;Una virtù vacillante&#8221;, che uscì a puntate su un quotidiano giapponese, nel 1957, è un romanzo inedito del grande scrittore giapponese, pubblicato, per la prima volta in Italia, dalla casa editrice SE, regalando l&#8217;opportunità, a chi ama il mondo letterario del maestro e a chi non lo conosce ancora,  di attingere alla fonte delle emozioni umane, delle passioni segregate nelle vite di personaggi indimenticabili. Come la protagonista di questo racconto, Setsuko Kurakoshi, una donna di vent&#8217;otto anni che, intrappolata in un matrimonio che la vuole felice per convenzione, si lascia avvolgere dal mistero della passione, dell&#8217;attrazione, dell&#8217;eros. Innamoratasi di un giovane uomo, Setsuko incomincerà un percorso interiore volto a rinunciare ai valori che l&#8217;hanno cresciuta, arrivando a conoscere l&#8217;odio per tutto ciò che in Giappone, per una donna, è sinonimo di stabilità e dote, di idoneità e abitudine. Come l&#8217;essere moglie. E madre. Perché l&#8217;attesa di un figlio può trasformarsi in una dolorosa accettazione di un destino avverso, dove la nascita rievoca, in realtà, la lenta agonia di un amore appassionato trasformato in una relazione di doveri e di ruoli, senza affetto, senza appartenenza. Un&#8217;avventura che la condurrà a combattere contro se stessa e contro le etichette, per perdersi nell&#8217;istinto e navigare nelle acque insicure del sesso extraconiugale e dell&#8217;indomabile desiderio di sentirsi amata oltre ogni pregiudizio. In questo Mishima è davvero uno degli scrittori più attenti ad evocare emozioni, stati d&#8217;animo, attraverso piccoli scorci di umanità che lui vede nei grandi insormontabili muri della rigida società giapponese. Un poeta, un aedo lungimirante, che ha saputo dire ciò che ancora, ai tempi nostri, non si riesce a comunicare, ovvero la connivenza fra odio e amore, che si trasfondono l&#8217;uno nell&#8217;altro come un fiume in tempesta. In un&#8217;epoca in cui escono migliaia di libri che parlano d&#8217;amore e di passione annullandosi reciprocamente per mancanza di stile, originalità e profondità, l&#8217;uscita di questo romanzo equivale ad un atto di gratitudine. Un grazie verso un tipo di letteratura che riesce a deviare dal tempo in cui viene prodotta, per arrivare a  completarci, a ricordarci che l&#8217;amore risiede nei gesti più microscopici, nei battiti di ciglia, nelle stoffe che si muovono, nei riflessi dell&#8217;anima. Perciò, se avete amato &#8220;Confessioni di una maschera&#8221;, &#8220;Dopo il banchetto&#8221; &#8220;L&#8217;età verde&#8221; e gli altri romanzi di Yukio Mishima, non lasciatevi sfuggire una nuova memorabile ode dedicata alla libertà dei sensi e alla liberazione dal senso, verso la conquista della naturale inclinazione verso l&#8217;appagamento del cuore. </p>
<p>Informazioni sul Libro:<br />Titolo: <strong>Una virtù vacillante</strong><br />Autore: Yukio Mishima <br />Casa editrice: Se <br />Prezzo: 18,00</p>
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		<title>Donne meravigliosamente ostinate</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2007 20:45:25 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Lo stupore che si prova mentre si sta leggendo la raccolta di racconti di Aimee Bender, “Creature ostinate”, edita da Minimum fax, è comparabile a quello della piccola Alice quando, attraversando lo specchio, si accorge di come il riflesso della sua realtà quotidiana si fonda, diventando una nebbia argentea, impalpabile. Ma della bellezza che vediamo nelle pagine dobbiamo rendere grazie ad una figura che spesso vive all’ombra del successo dell’autore, il traduttore. Abbiamo voluto parlare del libro e di chi ha reso possibile la lettura nella nostra lingua. Il nostro Christian Mascheroni, ci ha regalato questa intervista, forse prima di un filone che apriremo. 

Creature ostinate - Aimee Bender – Traduzione Martina Testa - Minimum fax]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img title="Creature ostinate - Aimee Bender – Traduzione Martina Testa - Minimum fax" src="/wp-content/uploads/_old/20070326/martina_testa.jpg" alt="Creature ostinate - Aimee Bender – Traduzione Martina Testa - Minimum fax" width="200" height="241" /><p class="wp-caption-text">Creature ostinate - Aimee Bender – Traduzione Martina Testa - Minimum fax</p></div>Lo stupore che si prova mentre si sta leggendo la raccolta di racconti di Aimee Bender, “Creature ostinate”, edita da Minimum fax, è comparabile a quello della piccola Alice quando, attraversando lo specchio, si accorge di come il riflesso della sua realtà quotidiana si fonda, diventando una nebbia argentea, impalpabile. Ma della bellezza che vediamo nelle pagine dobbiamo rendere grazie ad una figura che spesso vive all’ombra del successo dell’autore, il traduttore. Abbiamo voluto parlare del libro e di chi ha reso possibile la lettura nella nostra lingua. Il nostro Christian Mascheroni, ci ha regalato questa intervista, forse prima di un filone che apriremo. </p>
<p><em><strong>Creature ostinate &#8211; Aimee Bender – Traduzione Martina Testa &#8211; Minimum fax</strong></em></p>
<p>&#8220;<em>Oh Kitty, come sarebbe bello se noi due potessimo attraversare e andare nella casa dello specchio. Sono certa che in essa vi sono tante belle cose…Senti, Kitty, ammettiamo che vi sia in qualche modo la possibilità di attraversare. Ammettiamo che lo specchio sia diventato sottile come un velo in modo da poterlo attraversare. Ecco, adesso si sta trasformando  in una specie di nebbiolina, lo vedo. Ora è facile attraversare…</em>&#8220;</p>
<p>(da: Alice attraverso lo specchio di Lewis Carroll) </p>
<p>Lo stupore che si prova mentre si sta leggendo la raccolta di racconti di Aimee Bender, &#8220;Creature ostinate&#8221;, edita da Minimum fax, è comparabile a quello della piccola Alice quando, attraversando lo specchio, si accorge di come il riflesso della sua realtà quotidiana si fonda, diventando una nebbia argentea, impalpabile. Al di là, ad attendere il lettore, c&#8217;è un paese delle meraviglie letterarie. Perché Aimee Bender, classe 1969, californiana, è una scrittrice che riesce a liquefare il marmo strutturale delle prosa moderna sciogliendo e colando canoni e rigori stilistici nei suoi stampini magici, dai quali nascono personaggi indimenticabili. Infatti la Bender, come Calvino e Marquez, ha il potere di scavare nella vita comune di tutti i giorni e regalarci fiabe dove si muovono esseri onirici e creature mutevoli, raccontando la loro storia come se narrasse la più genuina e tattile esperienza di un uomo o di una donna qualunque. Come l&#8217;uomo che va al negozio degli animali e compra un omino per non sentirsi solo. Come la ragazza che vuole comprare le parole create dalla donna che vende i manghi. O come il bambino con la testa a ferro da stiro e quello con le dita a forma di chiavi. Ognuno di questi personaggi ha in serbo per noi la condivisione di un aspetto tangibile, reale, cristallino, ed è impossibile non commuoversi o ridere nel leggere in queste pagine di poetica visione tracce delle nostre esperienze. Ma è altrettanto vero che nessun mondo parallelo può essere percepito o avvicinato se non grazie a chi ci può trasmettere, inalterata, questa purissima magia letteraria. Per questo ho avuto il piacere di poter comprendere meglio l&#8217;universo della Bender insieme alla sua traduttrice, Martina Testa, la quale ha già tradotto il suo primo romanzo, &#8220;Un segno invisibile e mio&#8221;, sempre per la Minimum fax. Grazie al suo lavoro, frutto di passione, devozione e trasparenza, la Testa ha saputo restituirci ogni singola molecola della scrittura della Bender, ed è con lei che ora, attraverso questa intervista in esclusiva per Puralanadivetro, possiamo definitivamente attraversare lo specchio di Creature Ostinate. </p>
<p><strong>Ciao Martina, benvenuta su Puralanadivetro. Quando ho finito di leggere la raccolta di racconti di Aimee Bender mi sono immaginato che, per entrare nel suo mondo, nel suo immaginario, bisognasse entrare nella sua testa. Un po&#8217; come nel film Essere John Malkovich. Tu cosa hai provato la prima volta che hai letto i suoi racconti? </strong></p>
<p>La prima volta che ho letto questi racconti, così come la prima volta che ho letto la Bender tout court (in quel caso era un romanzo, Un segno invisibile e mio) mi ha colpito soprattutto la capacità di usare certi simboli rendendoli molto concreti, facendoli vivere di vita propria, in maniera che non risultino una trasposizione meccanica di certi concetti ma diano vita a storie vibranti, che da una parte stupiscono per l&#8217;originalità dell&#8217;immaginario ma dall&#8217;altra parte provocano emozioni, non lasciano freddi, non sembrano pure elucubrazioni surreali. In poche parole, la prima volta che l&#8217;ho letta ho provato la sorpresa e l&#8217;ammirazione che si prova di fronte a &#8220;qualcosa di completamente diverso&#8221;.</p>
<p><strong>Quando hai incominciato a tradurre Creature ostinate, quali sono le domande che ti sei posta? Cosa hai fatto per entrare nella testa della Bender così da poter restituire, in italiano, la sua prosa originalissima?</strong></p>
<p>A dire il vero non mi sono posta nessuna domanda e non ho adottato nessuna tecnica particolare per &#8220;entrare nella sua testa&#8221;. Vedo il mio lavoro in maniera molto più prosaica di così. Non credo che nel mio modo di tradurre ci sia un approccio tipo Metodo Stanislavskij. Io mi metto a tradurre Aimee Bender con lo stesso approccio con cui mi metto a tradurre un saggio di David Foster Wallace sul tennis o la sceneggiatura di una puntata di Febbre d&#8217;amore [ho fatto anche questo nella mia breve "carriera"!]. Per me si tratta semplicemente di prendere le parole scritte sul foglio e riproporle in italiano nella maniera più fedele a quella che era l&#8217;intenzione di chi le ha scritte. Per fare questo bisogna prendere ogni parola, ogni frase, e capirla molto bene. Cioè non capire soltanto il significato di ogni parola ma anche il registro lessicale, il ritmo della frase, il valore fonetico delle parole, eventuali rimandi ad altri ambiti culturali&#8230;Tutte queste sono cose che stanno scritte sulla pagina, o meglio dentro la pagina, è solo questione di saperla analizzare bene. Una volta capito con tutta questa ampiezza &#8220;cosa vuol dire&#8221; il testo, ci vuole quel po&#8217; di dimestichezza con la propria lingua necessaria a convertire il tutto in parole italiane. Ma questo è un processo oggettivo che compio nella stessa maniera per qualunque tipo di testo. Non è che se traduco un autore maschio di 50 anni che parla del Vietnam sento di dover &#8220;entrare nella testa&#8221; di un ex militare, o di dover trovare &#8220;dentro di me&#8221; una voce da ex militare. Sta tutto in quei segni sulla pagina, che vanno interpretati correttamente. Questo è il modo in cui la vivo io, ovviamente, poi magari per altri traduttori è tutta un&#8217;altra storia!</p>
<p><strong>Immagino che tu e la Bender vi siate più volte confrontate. Che tipo di rapporto è nato? </strong></p>
<p>Io e Aimee Bender ci siamo confrontate nel senso che ci siamo scambiate email quando ho avuto dubbi di traduzione; e abbiamo un rapporto personale perché quando è venuta in Italia nel&#8230; 2002 credo, ci siamo conosciute e abbiamo passato un sacco di momenti divertenti insieme. </p>
<p><strong>Si parla qui di realismo magico. L&#8217;impronta di Calvino, Marquez e dei grandi aedi della fiaba classica sono evidenti, tanto da poter definire la Bender la figlia ideale di un Andersen moderno. Le hai mai chiesto come nascono le sue visioni letterarie? E&#8217; frutto di ispirazioni geniali o di un lavoro di elaborazione?</strong></p>
<p>Con la massima franchezza: quando ci ho parlato di persona (ed è stato comunque 4 anni fa!) credo di non averle mai fatto domande sul suo modo di scrivere, abbiamo sempre e solo parlato di cose più prosaiche e banali. Quindi l&#8217;unica che ti può rispondere sulle sue fonti di ispirazione è la Bender stessa, io non ho idea di come le vengano in mente certe invenzioni geniali. Mi ricordo solo il ristorante indiano dove abbiamo spazzolato quintali di roba piccantissima in una manciata di secondi, la notte che ho scroccato un posto letto nella sua stanza d&#8217;albergo 5 stelle perché la mattina dopo dovevo accompagnarla in aeroporto all&#8217;alba&#8230; cose così. Però che Calvino sia uno dei suoi scrittori preferiti, questo te lo posso confermare. Come anche Donald Barthelme, un altro geniale scrittore di racconti postmoderni.</p>
<p><strong>In un panorama letterario dove l&#8217;oggettivazione cruda e nuda della vita, i dettagli della violenza e della morte, la scarnificazione dei sentimenti prevalgono, trovo che la Bender sia capace di una straordinaria capacità di introspezione e sublimazione (nel senso chimico della parola). E questo grazie al suo modo di descrivere. Come definiresti il suo linguaggio? Hai avuto qualche timore che in italiano si potesse inevitabilmente perdere qualcosa della sua lingua? </strong></p>
<p>Il linguaggio della Bender è generalmente abbastanza piano e semplice, fatto spesso di frasi brevi e ritmate, e quindi abbastanza facile da rendere rispetto ad autori che hanno un periodare più tortuoso o usano immagini barocche, neologismi, ecc. Inoltre, è una lingua molto poco connotata geograficamente e temporalmente, cioè ci sono pochi riferimenti (rispetto ad altri scrittori americani contemporanei) alla cultura mediatica o materiale del nostro tempo o a luoghi e ambienti specifici dell&#8217;America: spesso i racconti della Bender potrebbero essere ambientati in qualunque luogo e vivono in un tempo sospeso che è quello delle favole: altro gran vantaggio per il traduttore, che non è costretto a fare ricerche su google e sui dizionari di slang a ogni piè sospinto. Il suo, insomma, è un tipo di scrittura che si presta bene ad essere traslato in altri contesti linguistici e culturali. La difficoltà, se di difficoltà si può parlare, sta nel fatto che il suo stile limpido e cristallino si basa su una scelta molto accurata delle parole (come dire, ne usa poche ma quelle che usa non le sceglie mai a caso); quindi se sono molto semplici e ingenue devi cercare espressioni semplici, stringate e dirette anche in italiano, e non è semplice perché l&#8217;italiano è per sua natura più prolisso dell&#8217;inglese; e poi ha una scrittura molto sensuale, ricca di colori, odori, sapori e attenta ai dettagli e alle sfumature: quindi nel tradurre anche io sono dovuta stare molto attenta a scegliere l&#8217;aggettivo giusto, il verbo giusto a riprodurre questo tipo di ricchezza e di sottigliezza. </p>
<p><strong>Ho amato ogni suo racconto. In particolare mi hanno colpito alcuni di essi che mi piacerebbe tu commentassi sia da un tuo punto di vista personale che da un punto di vista professionale, come traduttrice: <br />&#8220;Capolinea&#8221;<br />&#8220;Debbieland&#8221;<br />Il mio preferito: &#8220;Frutta e parole&#8221;<br />&#8220;Testa di ferro&#8221;<br />&#8220;Carestia&#8221;. </strong></p>
<p>Il mio preferito invece è &#8220;Le fatiche di Giobbe&#8221;, la sequenza finale ogni volta che la leggo mi fa venire da piangere per quanto è bella e commovente. &#8220;Pensò al basilico che si schiudeva e al dipinto di un pomodoro con i colori rosso e nero, e alla parola pomodoro, consonante vocale, consonante vocale, consonante vocale, e al sapore perfetto del pomodoro col basilico, e alla curva regolare della schiena di un uomo, con le sporgenze delle vertebre in bella vista&#8221;. Non puoi capire quanto sono stata felice che in italiano tomato si dica pomodoro, altrimenti quell&#8217;effetto bellissimo si sarebbe perso!!!<br />Quanto agli altri racconti:<br />&#8220;Capolinea&#8221;: è un racconto cattivissimo, la parte in cui l&#8217;uomo tormenta l&#8217;omino mi fa venire i crampi allo stomaco peggio di una scena di violenza splatter. E poi però è bellissimo il rovesciamento per cui il torturatore alla fine si scopre solo e smarrito rispetto agli omini che pur nella loro spaventata piccolezza si fanno caldo e coraggio fra loro. Da un punto di vista traduttivo, uno dei problemi è stato che il racconto inglese è tutto basato sulla contrapposizione fra big man e little man ma in italiano non potevo dire &#8220;omone&#8221; e &#8220;omino&#8221;, cioè, &#8220;omino&#8221; sì, ma &#8220;omone&#8221; dà subito l&#8217;idea di un omaccione grande e grosso mentre questo era big solo rispetto al little, in realtà era un uomo di dimensioni normali, quindi &#8220;omone&#8221; non ci poteva stare e ho dovuto usare il più banale &#8220;uomo&#8221;: peccato.</p>
<p>&#8220;Debbieland&#8221; è una variazione sullo stesso tema, quella del vessatore che a un certo punto si ritrova solo e impotente, a mani vuote, mentre il vessato alla fine ha il conforto degli affetti. Ma il bello è che non è una storia con la morale, non è una storia di buoni o cattivi, o meglio: è una storia in cui finiamo per provare una straordinaria pietà per il cattivo, e neanche un briciolo di gioia per la sua &#8220;punizione&#8221;. Questa dinamica è estremamente rara nella narrativa convenzionale, e invece è bello e importante che ci siano storie così. Linguisticamente, la particolarità è che la storia è tutta narrata in prima plurale: in inglese la differenza rispetto alla prima singolare si sente meno, perché sta solo nel pronome, la forma verbale è identica; in italiano invece si è costretti a questo &#8220;-amo&#8221;, &#8220;-amo&#8221;, &#8220;-amo&#8221; che può risultare un po&#8217; fastidioso nella sua ripetitività… ma d&#8217;altronde quando uno ci si abitua può anche fare un effetto straniante e ipnotico e coinvolgente.</p>
<p>&#8220;Frutta e parole&#8221;: questo racconto è tutto basato sulla fascinazione per le parole in quanto tali, che vengono oggettivizzate e trasfigurate in vere e proprie opere d&#8217;arte, gioielli preziosi &#8211; ma lo sono davvero, ci chiede la parte finale della storia, o sono solo entità impalpabili e sfuggenti? Io l&#8217;ho letto come una riflessione in apparenza molto poetica e naif ma anche profonda, sul significato e la potenza del linguaggio. Nella traduzione purtroppo a volte va drammaticamente persa la valenza fonica di certe parole: non c&#8217;è niente da fare, barnacle è molto più fico di cozza, e le due s finali di grass si prestano meglio a essere rappresentate da flessuosi fili verdi piuttosto che gli occhielli di erba, e milk suona molto più liquida di latte. Pazienza!</p>
<p>&#8220;Testa di ferro&#8221;: non voglio rovinare la sorpresa a chi il racconto ancora non l&#8217;ha letto, ma al centro c&#8217;è un colpo di scena tremendo che spezza il cuore e, di nuovo, mi ha fatto piangere. È il racconto più timburtoniano della Bender, tant&#8217;è vero che come immaginario sembra quasi poco originale, chi ha letto dieci anni fa Morte malinconica del bambino ostrica penserà che la Bender non si è inventata niente&#8230; però è un racconto talmente spietato e talmente commovente (talmente umano) che è impossibile non amarlo. Il mio cruccio linguistico principale, qui, è che traducendo ironhead con testa di ferro non passava immediatamente l&#8217;immagine della testa a forma di ferro (da stiro): ma non è che potevo mettermi a dire ogni volta &#8220;il bambino con la testa a forma di ferro da stiro&#8221;, e quindi pazienza; così come per i genitori non potevo dire ogni volta &#8220;la coppia con la testa a forma di zucca&#8221;, era troppo prolisso, e quindi perlopiù ho usato &#8220;con la testa di zucca&#8221;, anche se è impreciso perché la zucca (come il ferro) non è il materiale ma proprio la forma di quella testolina. </p>
<p>Quanto a &#8220;Carestia&#8221;, ovviamente dopo averlo letto non riesco più a sbucciare una patata o metterla a lessare senza sentirmi una turpe cannibale. E qui, come traduttrice, ho dovuto operare una piccola forzatura: le protagoniste del racconto sono diventate necessariamente delle femminucce, perché patata in italiano è un sostantivo femminile, mentre in inglese il loro sesso è imprecisato, sono neutri, quindi Uno, Due, Tre e Quattro si potrebbero vedere anche come dei vivaci fratellini. La grammatica in questo caso ha imposto la sua interpretazione arbitraria. Non è colpa mia!</p>
<p><strong>Ogni racconto breve di questa raccolta potrebbe tranquillamente diventare un romanzo. Eppure è la brevità che rende speciali gli incontri fra il lettore e il testo della Bender. Tradurre una short story ha un impatto diverso che tradurre un intero romanzo? </strong></p>
<p>Da un punto di vista esclusivamente pratico, tradurre una short story per me è mille volte meglio che tradurre un romanzo, perché è un lavoro molto più intenso, breve e compatto. Quando ho a che fare con un romanzo mi viene più facile perdere il filo o annoiarmi, o semplicemente deprimermi perché dopo tanti giorni di lavoro ancora non sono neanche a metà! Anche come lettrice amo molto i racconti, proprio per le stesse caratteristiche di compressione e intensità. A Charles D&#8217;Ambrosio, uno scrittore su cui ho lavorato, ho sentito dire una cosa molto vera, e cioè che il romanzo per sua natura tende sempre a essere imperfetto (e in questo spesso sta la sua bellezza), mentre il racconto, per la sua brevità, la sua compiutezza, tende più alla perfezione. Ecco, io sono una perfezionista e forse è per questo che mi piacciono i racconti. </p>
<p><strong>Leggo spesso i tuoi editoriali sul sito di Minimum Fax e hai una voce narrativa viva e fresca. Hai mai pensato di diventare una scrittrice? </strong></p>
<p>No, mai. Mi sembra di non avere niente di particolare da raccontare. Lascio il mestiere a chi lo sa fare. </p>
<p><strong>In conclusione, tra le creature ostinate della Bender, quale senti essere quella più vicina a te, quella che più ti rappresenta? </strong></p>
<p>Quella a cui mi sono sentita più vicina, quella che mi è sembrato di capire meglio, istintivamente, è la protagonista del racconto &#8220;Via&#8221;, la ragazza che è invidiosa, presuntuosetta, sola e si ripropone di pomiciare con tre ragazzi diversi alla stessa festa, quasi ci riesce ma alla fine fa un gran casino e si ritrova seduta sul letto, un po&#8217; intontita, a guardare con curiosità il quadro sulla parete di fronte. Secondo me è il personaggio più riuscito del libro, quello più realistico. Le ho voluto molto bene. Dato che di fatto noi donne siamo tutte un po&#8217; stronze, mi piacciono le donne che almeno non hanno paura di passare per tali!</p>
<p>Informazioni sul libro: 
<p><img class=" alignleft" title="Creature ostinate - Aimee Bender – Traduzione Martina Testa - Minimum fax" src="/wp-content/uploads/_old/20070326/creature_ostinate.jpg" alt="Creature ostinate - Aimee Bender – Traduzione Martina Testa - Minimum fax" width="120" height="163" /></p>
<p>Titolo: <strong>Creature ostinate</strong><br />Autore: Aimee Bender<br />Editore: Minimum fax<br />Pagine: 158<br />Prezzo: 12,50 euro</p>
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		<title>L’amore con l’alfabeto maiuscolo</title>
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		<pubDate>Wed, 14 Feb 2007 01:15:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Christian Mascheroni</dc:creator>
				<category><![CDATA[Copertina]]></category>
		<category><![CDATA[Interviste]]></category>
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		<description><![CDATA[Leggere “I sessanta nomi dell’amore”, insieme di racconti di Tahar Lamri ristampati per la ormai napoletana Traccediverse, è come ascoltare una voce interiore. Ogni racconto implica un aspetto diverso dell’amore, attraverso microstorie che parlano della cultura e della società araba. A legare i racconti c’è la relazione fra due personaggi, Tayeb, arabo ed Elena italiana, che conosciamo con le loro email. Ed è Tayeb che ci svela la più musicale e poetica delle rivelazioni di questo libro, l’esplorazione morfologica del sentimento dell’amore nei sessanta modi diversi in cui può essere detto in arabo. Ma per comprendere meglio il talento e la magia della scrittura dell’autore ve lo presentiamo attraverso un’intervista in esclusiva per Puralanadivetro. 

I sessanta nomi dell’amore - Tahar Lamri - Traccediverse ]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 170px"><img title="Tahar Lamri " src="/wp-content/uploads/_old/20070216/lamri.jpg" alt="Tahar Lamri " width="160" height="230" /><p class="wp-caption-text">Tahar Lamri </p></div>
<p>Leggere “I sessanta nomi dell’amore”, insieme di racconti di Tahar Lamri ristampati per la ormai napoletana Traccediverse, è come ascoltare una voce interiore. Ogni racconto implica un aspetto diverso dell’amore, attraverso microstorie che parlano della cultura e della società araba. A legare i racconti c’è la relazione fra due personaggi, Tayeb, arabo ed Elena italiana, che conosciamo con le loro email. Ed è Tayeb che ci svela la più musicale e poetica delle rivelazioni di questo libro, l’esplorazione morfologica del sentimento dell’amore nei sessanta modi diversi in cui può essere detto in arabo. Ma per comprendere meglio il talento e la magia della scrittura dell’autore ve lo presentiamo attraverso un’intervista in esclusiva per Puralanadivetro.</p>
<p><strong>I sessanta nomi dell’amore &#8211; Tahar Lamri &#8211; Traccediverse</strong></p>
<p>&#8220;Ti amo&#8221;. Bastano solo poche lettere per emozionare, decenni dopo decenni, milioni di lettori nel mondo. Che siano libri d&#8217;avventura, storie d&#8217;epoche passate, saggi sul tema affettivo o una semplice poesia, la parola amore è la chiave di lettura di un cosmo letterario che. ancora adesso, è alla ricerca dell&#8217;interpretazione univoca di questo sentimento universale. Chi oggi vuole scrivere &#8220;sull&#8217;amore&#8221; non può che temere di raccontare ciò che miriadi di scrittori hanno già detto. Finché non capita di leggere un libro prezioso, che apre nuove porte sull&#8217;argomento più antico della storia. &#8220;I sessanta nomi dell&#8217;amore&#8221;, edito prima da Fara editore e ora da Traccediverse, è  una raccolta di racconti che possiede l&#8217;insita forza di un vento capace di divellere i precedenti canoni della letteratura romantica, scritta con devozione e trasporto dall&#8217;algerino Tahar Lamri. Lamri, che vive a Ravenna dal 1987, è forse una delle rare personalità del mondo delle cultura da poter essere insignito del titolo di letterato e intellettuale. L&#8217;ho conosciuto alla Fiera della Microeditoria di Chiari lo scorso Novembre e da subito sono rimasto incantato dalla sua sincera e genuina passione verso la natura delle parole, verso le radici storiche e socioculturali che nel tempo trasformano un vocabolo e il suo significato. In quell&#8217;occasione ci lasciò tutti a bocca aperta per il suo amore nei confronti dei dialetti italiani, che considera un&#8217;inestimabile fonte da dove attingere per capire chi siamo. Dietro le sue parole Lamri ci offre una visione privilegiata, fatta di universi paralleli. Ci sono leggende, miti, popoli e terre; ci sono millenni di conquiste e di lotte. Dietro la lingua c&#8217;è soprattutto l&#8217;uomo. Leggere &#8220;I sessanta nomi dell&#8217;amore&#8221; è come ascoltare una voce interiore. Profonda. Ogni racconto implica un aspetto diverso dell&#8217;amore, attraverso microstorie che parlano della cultura e della società araba, le quali scorrono nel sangue dei protagonisti, individualità sfaccettate, mai stereotipate. A legare i racconti c&#8217;è la relazione fra due personaggi, Tayeb, un uomo di nazionalità araba ed Elena, una donna italiana, che conosciamo attraverso le loro email. Ed è Tayeb che ci svela la più musicale e poetica delle rivelazioni di questo libro, l&#8217;esplorazione morfologica del sentimento dell&#8217;amore nei sessanta modi diversi in cui può essere detto in arabo. Ma per comprendere meglio il talento e la magia della scrittura dell&#8217;autore ve lo presentiamo attraverso un&#8217;intervista in esclusiva per Puralanadivetro.</p>
<p><strong>Benvenuto Tahar fra le pagine di Puralanadivetro. Passo subito alle domande che sono ansioso di fare: capita raramente incontrare scrittori il cui amore per la parola vada al di là della scrittura stessa. Tu ti soffermi attorno ad un semplice vocabolo e ne estrapoli un mondo pieno di significati, di immagini, di rivelazioni. Da dove deriva questo tuo spassionato amore per le parole in quanto singole identità?</strong></p>
<p>Questo amore per le parole in quanto singole identità deriva dall&#8217;amore (la parola qui non è esagerata) che nutro per la lingua italiana. Lingua nella quale ho scelto di scrivere. E questa scelta è innanzitutto una scelta di libertà. Non scrivo nella mia lingua materna, né nella lingua colonizzatrice, che sarebbe per me il francese, ma in una lingua straniera che è l&#8217;italiano. Lingua assolutamente sconosciuta alla mia infanzia. Lingua della libertà ma anche nella quale sono ospite. E in quanto ospite devo restituire o cercare di restituire questa lingua carica di emozioni e attenzioni.</p>
<p><strong>Segno distintivo di questa tua passione è il testo &#8220;Il pellegrinaggio della voce&#8221;, incluso nel tuo libro &#8220;I sessanta nomi dell&#8217;amore&#8221;. Un inno alla parola, alla lingua, ai dialetti. Parlando insieme a Chiari è venuto fuori che non solo sei affascinato dalla territorialità del linguaggio, ma dalle espressioni, dai modi di dire, che noi gettiamo come grano sull&#8217;asfalto e che tu invece raccogli e mieti. Tu invece coltivi la lingua italiana…</strong></p>
<p>In parte ho risposto a questa domanda qui sopra, vorrei aggiungere però che l&#8217;attenzione per la parola viva, per la parola degli anziani romagnoli che si salutano con l&#8217;antifrasi &#8220;Che ti venga un colpo&#8230;&#8221; come massimo dell&#8217;espressione dei sentimenti, di celare i sentimenti non può lasciare indifferente che scrive. La scrittura è censura, selezione, è una risposta al quesito secondo il quale: &#8220;le parole ci servono a esprimere o celare il pensiero?&#8221; Io le risposte li trovo per strada, come quella volta che ho sentito una signora anziana dire (in dialetto) oggi ho visto un nero, ma ero nero, ma così nero che aveva persino le pieghe del collo nere&#8221;. Era nel 1990 e coincideva con l&#8217;arrivo degli immigrati in Italia. La signora era una contadina abituata ai contadini che lavorando d&#8217;estate i campi, si abbronzavano, ma le pieghe del collo rimanevano bianche, invece qui era in presenza di qualcosa di totalmente nuovo e con questa frase ha riassunto la fine di un&#8217;era e l&#8217;inizio di un&#8217;altra. Come si può essere indifferenti a questa lingua viva quando si vuole scrivere?<br />
 <br />
<strong>Tu scrivi in lingua italiana perché essa è il connubio fra ragione e passione, ma anche la lingua della confidenza, del raccoglimento, perché si scrive a se stessi. Mi chiedo: è un pregio oppure un difetto che una lingua così ricca, così passionale, così cerebrale, sia anche la meno ascoltata, quella che rischia di rimanere in libri che non si leggono?</strong></p>
<p>La lingua italiana è una lingua che si parla in Italia e un po&#8217; in Svizzera perciò è un po&#8217; marginale rispetto al francese, l&#8217;inglese o lo spagnolo e qui parlo, ovviamente, da straniero che sceglie di scrivere in italiano. Ma questa mia affermazione è vera soltanto in parte, perché nei processi di globalizzazione che volenti o nolenti viviamo diventa sempre meno importante il &#8220;supporto&#8221; linguistico. Rimane però vero, se invece facciamo un discorso italiano stretto, che la lingua italiana dagli anni 80 in poi vive un crescendo impoverimento dovuto a questa specie di monologo collettivo imposto dalla televisione che mi sembra più forte o più pregnante in Italia che altrove.</p>
<p><strong>Facciamo un passo indietro per capire anche il percorso personale che ti ha portato in Italia. Tu sei arrivato nel 1986. Che vita conducevi prima di arrivare qui e con che attese sei partito? Eri già uno scrittore in patria?</strong></p>
<p>Prima di arrivare in Italia ero in Francia e prima della Francia l&#8217;Inghilterra e prima ancora la Libia. Ho lasciato l&#8217;Algeria all&#8217;età di 19 anni, nel 1979, poi non sono più tornato. Il primo paese dove sono approdato è stato la Libia dove ho fatto il traduttore. Mestiere che ho continuato a farlo anche in Italia.</p>
<p><strong>Che tipo di educazione hai ricevuto? Quali letture hanno segnato il tuo percorso da adolescente a uomo?</strong></p>
<p>Ho avuto un&#8217;educazione tradizionale: mi hanno messo all&#8217;età di tre anni in una scuola coranica, dove si impara il Corano a memoria, poi ho fatto la scuola pubblica normale. Ai miei tempi si studiava il francese e l&#8217;arabo, due lingue ch&#8217;io non parlavo a casa: due lingue straniere. A dodici anni ho scoperto &#8220;Le mille e una notte&#8221;. Mi svegliavo alle quattro del mattino, accendevo una candela e leggevo e rileggevo le storie piccanti (in arabo le mille e una notte è tutta una storia al limite del pornografico, censurate poi nelle varie traduzioni europee). Fu così che divenni miope&#8230;</p>
<p><strong>I tuoi impegni e le tue doti sono molteplici. Scrivi testi teatrali, collabori alla realizzazione di CD musicali, sei traduttore e saggista. So che ami molto anche il cinema…</strong></p>
<p>Sì adoro il cinema e mi piacerebbe scrivere un giorno un romanzo con tagli cinematografici. So che non è possibile perché nella scrittura bisogna descrivere e ambientare, ciò che fa naturalmente anche il cinema ma con mezzi diversi, però mi piacerebbe farlo&#8230;</p>
<p><strong>In tutte queste forme d&#8217;arte torna sempre il ruolo vitale della parola, che sia legata ad un gesto interpretativo oppure ad una nota musicale. Nel tuo libro &#8220;I sessanta nomi dell&#8217;amore&#8221; c&#8217;è una frase incisiva: mia madre è una donna che non sa né leggere né scrivere e quindi non è corrotta dai libri. Il tuo impegno è quello di non corrompere alcun lettore, ma al contrario, di fornirgli la trasparenza delle parole per innamorarsi della propria vita come della vita altrui. E&#8217; difficile oggigiorno scrivere senza corrompere o senza essere spinti a farlo?</strong></p>
<p>E&#8217; sempre difficile scrivere senza corrompere perché, per me s&#8217;intende, la scrittura è un atto di impudicizia totale, è quasi una violenza. E&#8217; certamente un mettersi a nudo in pubblico. Non sto parlando delle censure dei secoli passati, dove era vietato ad esempio alle giovani donne di leggere certi libri per timore che questi libri li corrompano, nel contesto dove faccio questa affermazione mi riferisco alla conoscenza dell&#8217;altro che passa prima di tutto dal sentimento.</p>
<p><strong>Nei paesi occidentali rispetto a quelli orientali sembra che il diritto alla parola sia più tutelato, non venga punito, o censurato, ma è poi così vero?</strong></p>
<p>Più che paesi occidentali, dove comunque nei principi fondatori la parola è tutelata ed è garantita, direi che dove vige la legge del mercato, la parola tende a restringersi. Diventa improduttiva e quindi non ha diritto di cittadinanza</p>
<p><strong>Lo scrittore migrante, rischia, come tutte le definizioni, di rinchiudere in modo sbrigativo un concetto importante, di accatastare un gruppo di scrittori e di bollarli come portavoce di culture straniere. Invece tu sei uno scrittore che riesce a fare innamorare gli italiani dell&#8217;Italia, della lingua italiano, come se riuscissi a carpirne la poesia al di là di stilemi e convenzioni. Esiste allora lo scrittore migrante o è solo un&#8217;etichetta editoriale?</strong></p>
<p>Non lo so se esista una categoria chiamata scrittori migranti. A me la definizione non dispiace affatto, perché negli scrittori migranti, viaggiatori, di confine ci metto Italo Calvino, Umberto Saba, Pier Paolo Pasolini, Claudio Magris, Luigi Meneghello, Gianni Celati, per parlare soltanto di scrittori provenienti dall&#8217;Italia. Quindi la compagnia è eccellente.</p>
<p><strong>I sessanta nomi dell&#8217;amore è un libro intenso, lega storie e voci diverse, ma sempre rappresentative della tua terra, attraverso un fil rouge, la corrispondenza via e-mail fra Tayeb ed Elena, preziosa storia d&#8217;amore. Com&#8217;è nato questo spunto? Quanto c&#8217;è di te in queste lettere piene di comprensione e amore?</strong></p>
<p>Ci sono io intero in quelle lettere. Una volta ho scritto &#8220;dire &#8220;Io&#8221; in una lingua straniera è l&#8217;atto più autobiografico che ci sia. Credo che questa sia una risposta completa.</p>
<p><strong>Un altro aspetto fondamentale del tuo libro è il modo in cui descrivi il mondo femminile. Nel racconto &#8220;L&#8217;hennè&#8221; una donna, dopo essere stata picchiata dal marito viene difesa con devastante amore dal padre. In &#8220;Foglio di via&#8221; dai voce ad una donna che spera di avere un soggiorno di permesso. E così in altri racconti le donne non sono né vittime né ribelli, non sono scandalo, non sono sesso, sono un mondo profondo di emozioni, di rispetto, di cultura. Perché questo messaggio non passa in tv o nei giornali? Perché in Italia continuano ad essere pubblicati libri su donne arabe vittime di abusi e violenza, quando, oltre questa dura realtà, vi sono donne come quelle del tuo libro, testimonianza di un universo femminile straordinariamente diverso dall&#8217;immaginario collettivo?</strong></p>
<p>C&#8217;è una bel libro &#8220;La storia velata&#8221; di Anna Vanzan, studiosa dell&#8217;Università di Venezia che spiega lo sguardo italiano attraverso i secoli sulle donne arabe e qui sguardo vuol dire stereotipi e pregiudizi. Lo consiglio a tutti, anche perché dalla lettura di questo libro si evince che questo sguardo è immutato, è fossilizzato.</p>
<p><strong>Ti confesso che solo negli ultimi anni sto costruendo un rapporto di stima con la letteratura italiana, perché c&#8217;è una ventata di scrittori emozionanti ed impegnati. Ma l&#8217;Italia che amo leggere vive nelle pagine di pochi scrittori del secolo scorso: Carlo Cassola, Cesare Pavese, Elsa Morante e i romanzi ferraresi di Giorgio Bassani. Quali scrittori italiani invece ti hanno sfiorato l&#8217;anima?</strong></p>
<p>Purtroppo hai ragione l&#8217;Italia letteraria da amare vive nelle pagine di pochi scrittori del secolo scorso. Ma per fortuna ogni tanto qualche giovane porta una ventata di freschezza che, sfortunatamente, non dura a lungo perché la dittatura del mercato non ama la qualità. Non voglio fare nomi, ma ci sono diversi scrittori e poeti giovani che quasi quasi chiedono scusa per il fatto di essere lì, pubblicati da coraggiose case editrici piccole spesso soffocate dai debiti. Mentre il resto d&#8217;Italia scrive gialli dove spesso il protagonista è l&#8217;ombelico del giallista stesso.</p>
<p><strong>Quali sono i tuoi prossimi impegni? Stai scrivendo nuovi racconti o un romanzo?</strong></p>
<p>Ho appena ultimato un racconto sul rapporto fra testo e tessuto fra testo e voce che sarà pubblicato nella rivista quadrimestrale &#8220;Nuova prosa&#8221;, poi sto scrivendo contemporaneamente due libri uno in lingua araba e l&#8217;altro in italiano, ma sono ai primi balbettii&#8230;</p>
<p><strong>Un&#8217;ultima domanda: tra i sessanta nomi dell&#8217;amore tu quale sceglieresti e perché?</strong></p>
<p>Scelgo senz&#8217;altro la parola &#8220;futun&#8221; perché è una bellissima parola che significa rapimento dello sguardo e del cuore, essere stregati, perché rimanda al versetto del Corano che dice &#8220;non sono gli occhi a diventare ciechi ma i cuori nei petti&#8221;, e la scelgo anche perché è una parola che stata &#8220;rapita&#8221; dagli integralisti islamici che ne hanno deviato il senso e l&#8217;hanno applicata alle donne libere, tacciandole come &#8220;fitna&#8221; (è sempre la stessa parola) e cioè fautrici di disordini sociali e quindi passibili di morte. Quindi mi piace perché vorrei riportarla al significato originario.</p>
<p>Tahar Lamri è nato ad Algeri nel 1958. Laureato in Legge all&#8217;Università di Benghazi (Libia), vive a Ravenna dal 1987. Ha letto brani all&#8217;incontro sul premio Nobel egiziano Nagib Mahfuz alla Biblioteca Delfi ni di Modena; è intervenuto al Convegno Internazionale &#8220;Migrazioni, interazioni e confl itti nella costruzione di una democraziaeuropea&#8221; con il paper &#8220;Mettere in scena l&#8217;alterità&#8221; (Università di Bologna), ha partecipato aconferenze al Master di Multiculturalità presso le Università di Padova e Venezia, a convegni sullaletteratura della migrazione a Ferrara, Padova, Madrid, Londra e Varsavia. Ha prodotto un videoracconto dal titolo La casa dei Tuareg, presentato al Teatro Rasi di Ravenna e il testo teatrale Wolf o le elucubrazioni di un kazoo per Ravenna Teatro. Ha vinto la sezione narrativa del concorso letterario Eks&amp;Tra (opere raccolte nel volume Le voci dell&#8217;arcobaleno, Fara Editore, 1995) con il racconto &#8220;Solo allora sono certo potrò capire&#8221;, pubblicato (trad. di Gerry Russo) anche nell&#8217;antologia Mediterranean Crossroads (Fairleigh Dickinson University Press &#8211; Associated University Press, 1999). È stato membro della giuria del concorso Eks&amp;Tra. Ha partecipato al CD musicale Metissage, con &#8220;I Metissage&#8221; e Teresa De Sio, con il pezzo La ballata di Riva (SOS Razzismo &#8211; Il Manifesto, 1997). Il pellegrinaggio della voce è stato presentato nel 2001 a Santarcangelo di Romagna nell&#8217;ambito della rassegna &#8220;Eirene&#8221;, a Malo ad AzioniInclementi, a Mantova, Ravenna, all&#8217;Arena del Sole Teatro Stabile di Bologna, a Cremona e altrove. Dal 2005 partecipa al progetto europeo &#8220;And The City Spoke&#8221;, assieme a scrittori e attori provenienti da diverse città europee. Lo spettacolo è stato rappresentato a Londra, a Varsavia e a Gdynia. Organizza a Ravenna, in collaborazione con l&#8217;Associazione culturale Insieme per l&#8217;Algeria, &#8220;Le vie dei venti&#8221; e il festival delle culture &#8220;L&#8217;essenza della presenza&#8221;.</p>
<p> </p>
<p>Informazioni sul libro:<br />
<img class="alignleft" title="I sessanta nomi dell’amore - Tahar Lamri - Traccediverse " src="/wp-content/uploads/_old/20070216/lamri60nomiamore.jpg" alt="" width="150" height="192" />Titolo: <strong>I sessanta nomi dell&#8217;amore</strong><br />
Autore: Tahar Lamri<br />
Editore: Traccediverse<br />
Collana:Mangrovie<br />
Prezzo: 12 euro</p>
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