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	<title>pura lana di vetro</title>
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	<description>cultura che non infeltrisce</description>
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		<title>Ok, il prezzo non è giusto</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 08:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabina Prestipino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Levata di scudi in questi giorni da parte di librai ed editori contro la legge sul prezzo del libro,  la cosiddetta legge Levi, passata alla Camera dei deputati il 14 luglio.
Una legge, che ancor prima di arrivare alla Camera, aveva già destato qualche perplessità sulla sua reale efficacia, come si legge nella lettera di Ginevra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/libri.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2147" title="libri" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/libri.jpg" alt="" width="590" height="250" /></a>Levata di scudi in questi giorni da parte di librai ed editori contro la legge sul prezzo del libro,  la cosiddetta legge Levi, passata alla Camera dei deputati il 14 luglio.<br />
Una legge, che ancor prima di arrivare alla Camera, aveva già destato qualche perplessità sulla sua reale efficacia, come si legge nella lettera di<strong> Ginevra Bompiani, Roberta Einaudi</strong> e <strong>Marco</strong> <strong>Cassini,</strong> pubblicata da “Repubblica” il 12 luglio. Una lettera che ha trovato ampi consensi, non solo tra le fila di importanti editori, ma anche tra gli scrittori.<br />
La legge fissa un tetto per gli sconti al 15% e permette agli editori di fare promozioni durante tutto l’anno, dicembre escluso, purché ogni promozione non superi i trenta giorni. Non è tanto il 15% di sconto a scaldare gli animi degli editori, anche se da più parti si fa notare che il modello inglese basato sullo sconto selvaggio non ha portato i frutti sperati. Sono piuttosto gli  undici mesi all’anno di promozioni, che fanno sentire i piccoli e medi editori non tutelati. Impossibile competere sul terreno del marketing e dei saldi  con la potenza di fuoco dei grandi gruppi. Non ha dubbi <strong>Mattia Formenton</strong>, amministratore delegato de <strong>“Il saggiatore”</strong> che sempre su “La Repubblica” di qualche giorno fa stigmatizza “<em>questa legge consente libertà di sconto in un mercato caratterizzato dall’oligopolio, dunque favorisce chi è in grado di reggerlo meglio</em>”. Gli fa eco <strong>Gianrico Carofiglio</strong>, secondo cui la legge poteva essere più rispettosa dei piccoli.</p>
<p>La più combattiva resta la direttrice editoriale di<strong> “Nottetempo”</strong>, <strong>Ginevra Bompiani</strong> che il 14 luglio ha diramato alcune sue dichiarazioni molto critiche sulla legge Levi. Con tanto di appello accorato ai lettori e attacco diretto alla Mondadori.  Non va proprio giù alla Bompiani veder ridotto il libro ad una merce qualunque: “<em>Questa legge finge di arginare, ma in realtà ufficializza, la trasformazione del libro in merce d’occasione e delle librerie in spazi di promozioni commerciali</em>”. E ancora: “<em>Qualsiasi prodotto del mercato viene messo in saldo due volte l’anno, per permettere a negozi e produttori di liberarsi di merce deperibile. Il libro è stato sganciato dal mercato per poter essere svenduto undici mesi l’anno, e questo dal giorno in cui esce per tutta la sua breve esistenza. Vuol dire che il libro è considerato merce altamente deperibile, marcescibile, mai adeguata al suo valore</em>”.&#8221;<em>Questa legge è il miglior compromesso che si poteva strappare al maggior gruppo editoriale italiano, Mondadori, e dunque al suo proprietario, presidente del consiglio. Ancora una volta i suoi interessi dettano legge</em>” dice la Bompiani, che infine si appella al buon senso dei lettori.</p>
<p>E a loro che dice “<em>dovete sapere che la pioggia di sconti che ha investito il libro come una tempesta, privilegia i libri più commerciali dei gruppi editoriali nelle librerie di catene, per proteggerli dalla grande distribuzione nei supermercati. Dovete sapere che questi sconti, né gli editori né i librai indipendenti se li possono permettere. E che la legge fa sì che entrando in libreria siate spinti a comprare il libro più scontato e non il più interessante: quello che vogliono loro, non quello che volete voi</em>”. Il consiglio della Bompiani è dunque quello di entrare in libreria e di girare intorno alle pile delle promozioni, per scoprire “<em>dietro di esse quei libri che espongono il loro modesto prezzo pieno alla vostra intelligenza prima che alle vostre tasche</em>”.</p>
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		<title>Intervista a Claudiléia Lemes Dias</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 07:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Abbiamo raccontato del suo libro in una precedente segnalazione, dei racconti racchiusi in esso e di quanto strana è la realtà che sta attorno a questi extracomunitari che vivono nel nostro paese (che ci ostiniamo a leggere come estranei).
Con uno stile asciutto, che sotto certi aspetti ha il sapore esotico dei luoghi (e dei luoghi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/claudileia-lemes-dias-intervista.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2143" title="Intervista a Claudiléia Lemes Dias" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/claudileia-lemes-dias-intervista.jpg" alt="Intervista a Claudiléia Lemes Dias" width="570" height="250" /></a></p>
<p>Abbiamo raccontato del suo libro in una precedente segnalazione, dei racconti racchiusi in esso e di quanto strana è la realtà che sta attorno a questi extracomunitari che vivono nel nostro paese (che ci ostiniamo a leggere come estranei).<br />
Con uno <strong>stile asciutto</strong>, che sotto certi aspetti ha il sapore <strong>esotico </strong>dei luoghi (e dei luoghi comuni) dei quali l’autrice ci parla, <strong>siamo stati trasportati in luoghi strampalati</strong>, tra maggiordomi trattati come schiavi e morti grattugiati, barconi che fermano davanti a spiagge nudiste e fughe disperate per il nostro paese. Tutti racconti che questa autrice ha raccolto a Roma, durante la sua attività editoriale (parte dello staff della stessa casa editrice che ha pubblicato il volume).</p>
<p>In “<strong>Storie di extracomunitaria follia</strong>” (<strong>Magrovie</strong>) di  <strong>Claudiléia Lemes Dias </strong>abbiamo a che fare con un patrimonio del mondo, divertente  ma di un umorismo diverso da quello al quale siamo abituati, valori culturali e verità acquisite nella permanenza dei personaggi (non solo verosimili, ma per ammissione della scrittrice stessa, veri) nel nostro paese.</p>
<p>Come la maggior parte delle storie alle quali abbiamo avuto a che fare ci siamo immersi in un punto di vista diverso dal nostro tenendo ben a mente quello che stavamo lasciando senza sapere a che cosa andavamo incontro. E, maggiormente delle esperienze di lettura precedenti <strong>abbiamo avuto la sensazione di un mondo particolarmente grande che sta attorno a noi</strong>, fatto di persone, di dignità, diritti, lotta, di diritto internazionale. E ci siamo fatti delle domande che abbiamo voluto porre a questa giovane scrittrice ma fortemente impegnata nel sociale e nel diritto internazionale, <strong>vincitrice del premio Lingua Madre 2008</strong>.</p>
<p>Ecco le domande che le abbiamo posto ed il ritratto che ne è emerso. In cui abbiamo toccato <strong>due grandi verità</strong>: che <strong>non esistono immigrati e locali ma solo persone,</strong> è stato così nei giovani paesi nati dalle colonie come il brasile, costruito pezzo su pezzo da italiani, tedeschi, francesi, abitanti di varie parti dell’africa, tutti brasiliani come nella nostra Italia che ha emigrato persone e arte come ha accolto altri popoli fino dai tempi dell’impero romani; e che<strong> il futuro (e la felicità) dipende solo da noi</strong>, se sapremo liberarci dalla pigrizia mentale di leggere solo quello che ci viene propinato dai giornali e vedere oltre, persino ad una vita maggiormente essenziale e vera.</p>
<p><strong>Se fosse solo questione di trattare tutti come italiani, per far sentire tutti il diritto ed il dovere di essere buoni cittadini?</strong><br />
<span style="color: #ff9900;"><strong><br />
Claudiléia, faccio subito una domanda furbetta sulla storia: alla fine della lettura ho avuto la netta impressione che il titolo fosse un po&#8217; confezionato attorno alla parola extracomunitario, tema caldo nei contorni dello stivale italiano. Ho avuto l&#8217;impressione che ci sia un titolo vero più profondo e complesso. Sbaglio? Che titolo era?</strong></span></p>
<p>“Storie di extracomunitaria follia” era un titolo latente, ancor prima di dedicarmi alla narrativa. Lessi proprio sul mio primo volo tra Sao Paulo e Roma “Storie di ordinaria follia” di Bukowski. Da subito arrivata in Italia sono stata bersagliata da informazioni giornalistiche del tipo: “romeno ubriaco investe italiano”, “festini per imprenditori a base di cocaina e trans brasiliane”  e vai col tango. Lo straniero che bucava la televisione o la carta stampata, non era una persona nella norma, insomma con una vita normale, ma un ubriacone assassino o una megera fallica che traviava uomini italiani di tutto rispetto. Nella stereotipicità dello straniero (ubriacone, trans, pusher) vi era qualcosa di folle, fuori dalle righe di un esistenza serena. E così il titolo di un libro letto sei anni prima, mentre venivo in Italia, è stato, con naturalità, “plagiato” e piegato a ciò che sentivo.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Tutto il volume, per la stessa ammissione di chi ha curato la prefazione, vuole essere un tributo alle persone che hai incontrato (molte di loro a Roma), nei tuoi viaggi e nelle tue esperienze di vita. Che cosa vorresti che rimanesse nel lettore dopo aver girato l&#8217;ultima pagina?</strong></span></p>
<p>Il desiderio di voler conoscere  nuovi sapori, nuove musicalità, nuovi linguaggi e non aver paura di mischiarle con i propri.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>E che cosa ci stai preparando di nuovo? Semmai narrato in prima persona?</strong></span></p>
<p>Sto ultimando un romanzo dal titolo  “Nessun requiem per mia madre”.  Contemporaneamente, sto perfezionando un saggio sul genocidio culturale degli africani in Brasile, che scrissi per un Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani, all’Università la Saipienza, nel 2007, e che sarà pubblicato sempre con la casa editrice Mangrovie Edizioni. Il romanzo viene narrato in prima persona ma il personaggio è maschile e la storia non è per niente autobiografica. Associo il “raccontare sé stessi” senza trasfigurazioni ad una forma di “narcisismo” che non mi appartiene. Il giorno in cui saprò dissociare le due cose, forse sarà più facile frugare ed amalgamare ricordi e sensazioni di Claudileia Lemes Dias, ammesso che meriti di essere raccontata.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/claudileia-lemes-dias.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2144" style="margin: 3px;" title="Claudiléia Lemes Dias" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/claudileia-lemes-dias.jpg" alt="Claudiléia Lemes Dias" width="225" height="300" /></a>Abbiamo letto nella storia di tante situazioni anche paradossali (leggasi anche extracomunitari che vanno ad attaccare locandine per la Lega sotto elezioni e devono anche stare alla larga dai loro comizi, anche solo per ringraziare del lavoro malpagato che gli hanno dato), in cui quello che rimane impresso non è la lotta per la sopravvivenza ma la superficialità degli italiani davanti a chi soffre. Che cosa pensi si sia perso nella gente? Il buon senso? Sovrastato dalla tolleranza anche dell&#8217;intollerabile?</strong></span></p>
<p>Non credo siano gli Italiani, intesi come popolo, ad aver perso il buonsenso, ma stranamente alcuni intellettuali (tra cui certamente numerosi giornalisti) e molti politici. I primi spesso creano appositamente dei nemici, non so se per far notizia o perché manovrati. I secondi cavalcano senza alcuna remora i timori della gente comune: la mancanza di sicurezza economica e sociale, quest’ultima spesso indotta ad arte dai mass-media, forse per distoglierli proprio da una indubbia crisi economica che si fa risentire soprattutto nella gente comune. Detto questo è vero anche la diffidenza verso ciò che non si conosce: il diverso, lo straniero, ma ritengo molto più facilmente superabile di quanto ci spingono a credere. Ho l’impressione che sia tornata di moda la politica del panem et circensis. Peccato che il pane stia finendo e che i vecchi leoni rimasti ruggiscano mezze verità.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Domandina di rito: raccontaci i segreti del come nascono le tue storie, come e quando scrivi? Giusto qualche piccolo segreto che stai maturando nella carriera da scrittrice che ti ha fatto vincere anche il premio lingua madre.</strong></span></p>
<p>Le domande di rito sono sempre le più difficili. Scrivo quando me la sento di scrivere, quando un fatto provoca la mia indignazione o mi commuove. Non sono molto prolifica e raramente scrivo di getto. Quando una storia mi appassiona voglio subito finirla, ma difficilmente rispetto le scadenze che mentalmente mi concedo. Scrivo, stampo, leggo e rileggo, taglio, cambio parole, chiedo il parere di mio marito, degli amici, ecc. Il risultato del mio lavoro, più di un racconto deve essere un emozione forte, qualunque essa sia. Lavoro sopratutto durante la notte, non solo per il silenzio ma anche per necessità. Mi definisco una “mamma che scrive” perché le mie giornate consistono nel fare i lavori domestici e prendermi cura delle mie bimbe di 11 mesi e 15 anni, quindi, quando mi metto a scrivere durante il giorno è un disastro, le interruzioni sono tante! Solo il tempo e il giudizio dei lettori dirà se effettivamente merito di essere considerata una scrittrice a tutto tondo.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>E, agganciandoci alla domanda precedente, che cosa deve avere una storia per te per essere raccontata? Emozione, trattamento?</strong></span></p>
<p>La storia deve sintetizzare normalità ed eccezionalità. Deve mostrasi all’inizio, nella mia mente, come una pietra grezza, ma già con tutta la sua potenzialità di bellezza, e pian piano comincio a sfaccettarla e trasformarla in una metafora della società che mi circonda. Non importa se nel cercare di conciliare questa dicotomia tra normalità ed eccezionalità abbia bisogno di trovare delle situazioni paradossali, comiche o tragiche. Sia ben inteso le mie storie non raccontano di eroi che si riscattano con gesta straordinarie, ma di uomini comuni che nell’anelare ad un’esistenza dignitosa fanno scelte umane e sincere quindi eccezionali.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Ed adesso vogliamo qualche confessione, il libro che abbiamo tra le mani non è solo un prodotto di fiction ma anche un&#8217;opera che parla ed implicitamente dice/denuncia, che parla del multietnico e ne da tante interpretazioni. Facendo una sintesi, qual è la definizione di multietnico che conosci sulla tua pelle e quella che sta sulla pelle degli italiani? Che cosa non abbiamo capito?</strong></span></p>
<p>In Brasile, appartenere a diverse etnie è la norma, ecco perché un brasiliano si sente un cittadino del Mondo. Nelle città brasiliane si vedono le più diverse tonalità della pelle e si dà per scontato che siano tutti brasiliani. Non esiste la paura dello straniero, del diverso, perché ognuno è diverso dall’altro. La letteratura del Brasile è frutto di persone che provenivano dall’Angola, dal Congo, dall’Italia dalla Germania, veramente da ogni parte del mondo, ma è considerata indistintamente brasiliana. Eppure la storia del Brasile ha solo 500 anni, la vostra più di 2000 ed è passata attraverso mescolamenti ben maggiori dei nostri. Sono certa che nei ricorsi storici questo è già avvenuto per l’Italia e avverrà nuovamente con risultati del tutto straordinari.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Nell&#8217;intervista che abbiamo trovato in rete per la premiazione per lingua madre hai parlato di multietnico e delle direzione inesorabile nella quale anche l&#8217;Italia si sta dirigendo. Tu che vieni da un luogo davvero multietnico raccontaci il futuro che ci aspetta e che nella nostra cecità (leggasi anche arretratezza vera o supposta per motivi politici) non riusciamo a vedere.</strong></span></p>
<p>Penso che la storia metta sempre i puntini sulle “i”. L’Italia non è diventata multietnica con l’arrivo dei barconi dall’ Africa (tanto per parlare di un luogo comune secondo il quale tutti gli immigrati sono disperati) o dei filippini (considerati i primi immigrati). La vostra storia è lunghissima e degna di essere conosciuta e compresa. Avete dato un contributo immenso alle arti, alle leggi, alle scienze in generale ed ora è arrivato il momento di riprendere il timone della barca e continuare a dare il meglio che avete. Non si tratta di cecità, ma di pigrizia nell’impegnarsi a ricordare. Mario Quintana, un grande poeta brasiliano, diceva che l’uomo aveva inventato la ruota per la pigrizia di camminare… Speriamo bene.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Chi è Claudileia Lemes Dias oggi? E domani, fra dieci anni? Oggi una scrittrice e domani un&#8217;attivista per i più deboli?</strong></span></p>
<p>La Claudileia di oggi non sa darti una risposta. Non mi vedo fra dieci anni, ma fra quaranta, con la casa piena di nipotini multicolori che mi distruggono la biblioteca, declassata a roba da vecchi.<br />
<span style="color: #ff9900;"><strong><br />
Vorrei chiederti qualche domanda innovativa, ipad e i suoi fratelli. Che idea ti sei fatta di tutta questa rivoluzione digitale che sta trasformando i book in ebook? Prederemo il fascino dello sfogliare la carta? </strong></span></p>
<p>Assolutamente no. Penso che ad un certo punto l’uomo si stuferà di tutta questa benedetta tecnologia che gli viene rovesciata addosso e cercherà di prendere solo quel che gli è essenziale per comunicare in modo efficace. L’Ipad non è neanche pratico, direi che per ora è solo un simbolo di status che domani costerà due lire. Rispetto gli affezionati delle novità tecnologiche ma non c’è nulla di paragonabile alla lettura di un buon libro fatto di carta con impatto ambientale zero, intendiamoci.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Matureremo nuovi immaginari dietro al libro in un mondo pieno di nuove possibilità?</strong></span></p>
<p>Certamente. Ci sono possibilità positive e negative. Un libro po’ soltanto elencare quali sono e la loro conseguenza.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Dopo aver parlato di storie ed editoria digitale, come immagini la letteratura di domani?</strong></span></p>
<p>Penso che ci sarà un ritorno della grande narrativa. Oramai molti scrivono nella speranza che il libro diventi un film, senza curarsi della bellezza di parole che rischiano di morire.  È molto più facile catturare l’attenzione del lettore quando i fatti sono narrati in modo dinamico ed essenziale, ma non credo sia questo il futuro. Se penso che l’ Accademia Brasiliana delle Lettere è stata fondata da portoghesi, italiani e francesi e che il suo più illustre membro e primo presidente è stato il grandissimo Machado de Assis, un mulatto balbuziente e timido, considerato uno dei grandi della letteratura universale, mi metto l’anima in pace. Ci aspettano anni effervescenti.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Sei felice? Lo sarai?</strong></span></p>
<p>Se la felicità è la somma delle piccole gioie quotidiane, mi ritengo non solo una persona felice ma anche fortunata. Se lo sarò in futuro? Dipende soprattutto da me.</p>
<p>Informazioni sul volume:<br />
Titolo: <strong>Storie di extracomunitaria follia</strong><br />
Autore: Lemes Dias Claudiléia<br />
Prezzo: € 12,00<br />
Pagine: 200 p.<br />
Editore: Mangrovie</p>
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		<title>Gli italiani ti accoglieranno a braccia aperte!</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 07:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Esistono storie fatte giusto per esprimere un determinato concetto che spesso solo immergendo il lettore nella storia si possono capire. “A braccia aperte” (Edizioni Ambiente) dell’Atomico Dandy Piersandro Pallavicini, è una di quelle in cui il titolo è esattamente una botta di sarcasmo che faresti ad un amico che sta ha deciso di lavorare in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/braccia-aperte-piesandro-pallavicini-ambiente-edizioni.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2133" title="A braccia aperte - Piersando Pallavicini - Edizioni Ambiente" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/braccia-aperte-piesandro-pallavicini-ambiente-edizioni.jpg" alt="A braccia aperte - Piersando Pallavicini - Edizioni Ambiente" width="570" height="250" /></a></p>
<p>Esistono <strong>storie </strong>fatte giusto <strong>per esprimere un determinato concetto</strong> che spesso solo immergendo il lettore nella storia si possono capire. “<strong>A braccia aperte</strong>” (<strong>Edizioni Ambiente</strong>) dell’Atomico Dandy <strong>Piersandro Pallavicini</strong>, è una di quelle in cui il titolo è esattamente una botta di sarcasmo che faresti ad un amico che sta ha deciso di lavorare in Italia: “…che ti accoglieranno a braccia aperte!”</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Il libro</span></strong><br />
La sinossi che ci riporta IBS parla di <strong>Samuel Badjang</strong>, che non è più africano e non sarà mai italiano. Chiamato dottor Bad è oggi un bravo e rispettato chirurgo ospedaliero, laureato in medicina a Milano. La sua vita da «<strong>bianco acquisito</strong>» procede senza strattoni, nello stereotipo delle persone di colore, nello stereotipo delle donne bianche che hanno a che fare con un piacente dottore di colore. La sua vita subisce uno <strong>stravolgimento</strong> con l&#8217;<strong>incontro con Gaelle</strong>, la <strong>figlia </strong>mai conosciuta, camerunese come lui, anche lei arrivata in Italia per studiare ma in procinto di scivolare inesorabilmente verso la <strong>clandestinità </strong>per lo scadere dei permessi.<br />
Si ritrova il padre che non è riuscito ad essere in Camerun e cerca di capire come fare per tenerla con se, ma sbatte la faccia contro la <strong>legge </strong>sui flussi chiamata <strong>Bossi-Fini</strong> con tutti i suoi paradossi che impongono a chi arriva di avere un lavoro (che non riesce a cercare visto che non è ancora arrivato, che dovrebbe essere cercato in improbabili vacanze nel nostro paese semmai).<br />
In una Italia paradossale, alla quale abbiamo fatto l’abitudine, si trova a fronteggiare leggi e la maniera di aggirarle, uffici e persone che possono o non possono fare delle cose in funzione della motivazione che viene data loro, e in questo caso il solito stereotipo dell’uomo piacente nero nei confronti di una responsabile appesantita e che dichiara di essersi fatta furba, risolve la questione lasciando un certo amaro in bocca, sulla natura di chi siamo, su chi sono questi loro che arrivano, di che cosa portano con se dal loro paese di origine.</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">L’autore</span></strong><br />
Abbiamo parlato di questo autore numerose volte con diversi libri sempre incentrati sull’immigrazione, su storie al limite, a descrivere altre realtà diverse forse nei modi e nelle parole ma sempre fatte di persone con i nostri stessi sentimenti. Non mi pare che l’esuberante protagonista del libro di questa segnalazione non sia tanto diverso da tanti altri uomini nostrani consci della loro bellezza. Riportiamo quanto segnala wikipedia <a title="Piersando Pallavicini - Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Piersandro_Pallavicini" target="_blank">qui</a>.<br />
“<em>Piersandro Pallavicini (Vigevano, 1962) è uno scrittore e ricercatore universitario italiano. Ha iniziato a produrre racconti pubblicati su riviste online negli anni &#8216;90, tra cui Fernandel, per i cui tipi è uscita la sua raccolta di racconti Anime al neon nel 2002. I suoi ultimi romanzi sono Madre nostra che sarai nei cieli (2002), Atomico Dandy (2005) e African Inferno (2009), tutti editi da Feltrinelli. In quest&#8217;ultimo in particolare Pallavicini esamina il problema dell&#8217;immigrazione africana in Italia, in particolare ambientando il romanzo nella provincia italiana, a Pavia.</em>”</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Le nostre braccia aperte</strong></span><br />
È una storia semplice, di persone che cercano una vita migliore e la loro personale normalità in un mondo a cui rimane molto poco di umano. Come dice l’autore stesso è una storia finemente basata sulle leggi in vigore nel nostro paese in fatto di immigrazione. Leggi difficili, superficiali, che recitano sulla carta una cosa e che nella realtà funzionano in tutt’altra maniera, in cui vincono solo quelli che si fanno furbi, fottono il prossimo, fino alla definizione letterale del termine. Tutto sommato è una storia particolarmente semplice, ciò che la rende avvincente è il leggere come ogni evento diventi complicato per una burocrazia superficiale e razzista più a regolare i flussi migratori ideologici dell’opinione pubblica che di quei disperati in cerca di un po’ di fortuna.<br />
Le pagine che Pallavicini ci offre sono un documentato viaggio fuori dalla nostra realtà di cittadini per entrare in quella di coloro che vivono assieme a noi ma questo diritto non lo possono vantare (pare sempre più con forza) in uno stato arretrato che ha anche accettato una dichiarazione come quella del nostro premier che immagina una Italia non multiculturale. E pensare che questo nostro paese è sempre stato terra di integrazione, di convivenza, da quando viveva un impero come quello romano a tutti i frastagliati staterelli degli ultimi secoli, sempre a metà strada, sempre tra genti diverse da rendere anche noi stranieri. Abbiamo perso la memoria così facilmente.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Informazioni sul volume</strong></span><br />
Titolo:A braccia aperte<br />
Autore: Pallavicini Piersandro<br />
Prezzo: € 16,00<br />
Pagine: 232<br />
Editore    : Edizioni Ambiente  (collana Verdenero. Romanzi)</p>
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		<title>Ci importa davvero mangiare animali?</title>
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		<pubDate>Tue, 18 May 2010 10:57:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Nel 2006 ci fu una lieta novella allo zoo di Berlino, il primo orso bianco nato in cattività: Kunt, una superstar capace di veicolare un’enorme quantità di visitatori. Visite pastorali dei cittadini della città, il sindaco della capitale tedesca come padrino e lo stesso assessore grande fan sempre alla ricerca di notizie che lo riguardano.
Insomma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/05/se-niente-importa-jonathan-foer-guanda.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2121" title="Se niente importa perchè mangiamo animali jonathan safran foer guanda" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/05/se-niente-importa-jonathan-foer-guanda.jpg" alt="Se niente importa perchè mangiamo animali jonathan safran foer guanda" width="570" height="250" /></a></p>
<p>Nel 2006 ci fu una lieta novella allo zoo di Berlino, il primo orso bianco nato in cattività: Kunt, una superstar capace di veicolare un’enorme quantità di visitatori. Visite pastorali dei cittadini della città, il sindaco della capitale tedesca come padrino e lo stesso assessore grande fan sempre alla ricerca di notizie che lo riguardano.<br />
Insomma un quadro di tedeschi felici e pronti a festeggiare per la nuova vita che ha trionfato, sorridenti intanto che mangiano semmai l’hot dog di maiale appena acquistato dal carrettino fuori dalla struttura.<br />
<strong>Orso essere vivente, maiale merce. </strong><br />
Ed è in questo il <strong>paradosso </strong>sul quale si sviluppa il libro che stiamo per segnalare “<strong>Se niente importa, perché mangiamo animali</strong>” (<strong>Guanda</strong>) di <strong>Jonathan Safran Foer</strong>.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Il libro</strong></span><br />
Per quelli che hanno il sentore di una storiaccia di animati animalisti vegetariani l’intuizione è sbagliata. “Se niente importa” è un’<strong>inquietante analisi </strong>del mondo che sta dietro alle confezioni della <strong>carne </strong>che troviamo al supermercato. Un’indagine in cui sono coinvolte strutture <strong>industriali</strong>, <strong>commercianti</strong>, <strong>allevatori</strong>, <strong>animalisti</strong>, <strong>genitori </strong>ed anche lo stesso cane dell’autore con il quale menziona di parlare spesso.<br />
Foer, nella lunga gestazione del libro durata tre anni, <strong>entra negli allevamenti intensivi</strong> in cui una gallina da uova ormai è una specie molto diversa da quella da carne, costretta a vivere la sua intera vita in una cassetta non più grande di un foglio A4. Ci parla delle <strong>porcilaie </strong>e del letale inquinamento delle loro deiezioni, delle continue <strong>medicine somministrate</strong> agli allevamenti per correggere <strong>deviazioni dovute ai mangimi e condizioni di vita</strong> disumane e l’eliminazione degli esemplari non idonei (i maialini malati vengono uccisi fracassandogli il cranio),  fino all&#8217;approssimativo (leggasi automatizzato) processo di <strong>macellazione </strong>quando non va sempre bene e l&#8217;animale muore dopo numerosi step di &#8220;lavorazione&#8221;.<br />
Foer parte da lontano, dalla fame della guerra, di quella che passato sua nonna nei campi di concentramento, quella di una donna che in ogni caso non ha mai voluto mangiare un pezzo di carne che non fosse macellata con il metodo kosher (una maniera specifica che gli ebrei adottano per far soffrire meno gli animali), parla del concetto della fame stessa sotto le sue diverse sfaccettature, passa ad allevatori “animalisti” che credono che l’animale abbia il diritto ad una vita serena fino al momento in cui ci concede la morte e le carni.<br />
Non manca il mare: coloro che pensano che il pesce sia una maniera meno feroce e più sostenibile di mangiare animali, si sbagliano quando Foer afferma che per ogni chilo di sushi che viene pescato con le reti, 50 volte tanto di pesce non “idoneo” viene ributtato a mare, moribondo per il trauma subito.<br />
In questo libro leggiamo un ragionamento sottile in cui nessuno ne esce al sicuro, non ci sono giudizi, l’autore lì lascia ai suoi intervistati.<br />
Per Foer possiamo mangiare carne (e decidere di non mangiarla se vogliamo) perché lo abbiamo fatto per millenni, ma che dobbiamo dare dignità alla vita dell&#8217;aninale che ad un certo punto ce la dona, ed afferma con forza che dobbiamo cancellare della terra strutture inumane come gli allevamenti intensivi.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>L’autore</strong></span><br />
Di Jonathan Foer <a title="Wiki: Jonathan Safran Foer" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jonathan_Safran_Foer" target="_blank">Wikipedia </a>riporta questo: “<em>Vive a Brooklyn, New York, con la moglie, la scrittrice Nicole Krauss — assieme alla quale è stato tra i curatori del Futuro dizionario d&#8217;America, pubblicato nel 2005 da McSweeney&#8217;s —, il figlio Alexander (che chiamano anche Sasha) e il loro cane George.Ha frequentato la Princeton University dove gli sono stati assegnati vari premi di scrittura creativa. Nel 2000 gli è stato assegnato il premio per la narrativa Zoetrope: All-Story. Era l&#8217;editore dell&#8217;antologia A Convergence of Birds: Original Fiction and Poetry Inspired by the Work of Joseph Cornell.<br />
Ha pubblicato su Paris Review, Conjunctions, The Guardian, The New York Times e The New Yorker. Nel 1999 si è spostato in Ucraina per fare ricerche sulla vita di suo nonno. Nonostante non l&#8217;avesse programmato questo viaggio risultò nel suo romanzo d&#8217;esordio “Ogni cosa è illuminata”, pubblicato in Italia nel 2002 da Guanda e dal quale è stato anche tratto un film omonimo nel 2005. Grazie a questo libro ha ricevuto il premio National Jewish Book Award e un Guardian First Book Award. Il suo secondo romanzo è “Molto forte”, incredibilmente vicino, pubblicato sempre da Guanda nel 2005. Foer ha poi scritto “Se niente importa”, in cui descrive l&#8217;impatto ambientale degli allevamenti intensivi, le sofferenze patite dagli animali da macello e la sua decisione, presa insieme alla moglie, di diventare vegetariani per rispetto dei diritti degli animali.</em>”</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Cosa importa quindi?</strong></span><br />
Nelle ultime pagine del libro si capisce il senso del titolo, che <strong>niente importa</strong> non per il poco (nullo) interesse nella vita degli animali, ma per il fatto che <strong>la carne è una opzione tra mille</strong>, non solo si produce ma si lavora tanto per farcela piacere, farcela mangiare e consumare. Niente importa perché <strong>basterebbe mangiare altro</strong>, farci desiderare (commercialmente e pubblicitariamente) altro che il gioco è fatto.<br />
Quindi non è nemmeno questione di essere animalista o meno, ma quella di decidere di fare un utilizzo cosciente della carne e della vita negli allevamenti.<br />
Mi è viene alla mente la testimonianza di una allevatrice vegetariana (per quanto sia strana questa associazione) che diceva che in tutta la sua carriera le è capitato di lasciare aperto il portone dell’allevamento (non certo intensivo) pochissimi animali sono scappati e tutti sono tornati. La spiegazione che si è data è che ancora prima dell’antichità è stato fatto un <strong>patto tra uomini e quegli animali </strong>che poi sono stati addomesticati: <strong>la loro vita per una esistenza felice</strong>, tranquilla e protetti dai predatori. Un modello che si è trasmesso fino a noi.<br />
<strong>Siamo vigliaccamente venuti meno a questo patto trasformandoli in ammassi di carne malata che ammala spesso anche noi. Ce la ricordiamo la mucca pazza? È lei a esserlo? </strong></p>
<p><strong><span style="color: #ff9900;">Informazioni sul volume:</span></strong><br />
Titolo:    <strong>Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?</strong><br />
Autore: Foer Jonathan S.<br />
Pagine: 363 p., brossura<br />
Traduttore: Piccinini I. A.<br />
Editore    : Guanda</p>
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		<title>Storia della nascita della “terronia”</title>
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		<pubDate>Wed, 28 Apr 2010 21:10:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono passati quasi centocinquanta anni dall&#8217;unificazione dell&#8217;Italia sotto la corona dei Savoia. Ma da quello che leggiamo, dalle parole intrise di politica dei giornali che ci raccontano quanto poco (denaro) c&#8217;è per festeggiare, non solo pare che questa festa non sia sentita, ma lo spirito di coesione è addirittura in controtendenza. C&#8217;è chi sbandiera un&#8217;improbabile [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2063" class="wp-caption aligncenter" style="width: 580px"><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/pino-aprile-terroni-piemme.jpg"><img class="size-full wp-image-2063" title="Terroni - Pino Aprile - Piemme" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/pino-aprile-terroni-piemme.jpg" alt="Terroni - Pino Aprile - Piemme" width="570" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Terroni - Pino Aprile - Piemme</p></div>
<p><strong>Sono passati quasi centocinquanta anni dall&#8217;unificazione dell&#8217;Italia sotto la corona dei Savoia.</strong> Ma da quello che leggiamo, dalle parole intrise di politica dei giornali che ci raccontano quanto poco (denaro) c&#8217;è per festeggiare, <strong>non solo pare che questa festa non sia sentita, ma lo spirito di coesione è addirittura in controtendenza</strong>. C&#8217;è chi sbandiera un&#8217;improbabile secessione dal sud povero, chi trova motivazioni federali semplicemente perché tutti gli altri paesi europei lo fanno. E c&#8217;è chi ridisegna la storia d&#8217;Italia negando e mietendo. Tra chi ripercorre la storia del nostro paese c&#8217;è un punto di vista interessante, quello di <strong>Pino Aprile</strong>, che ci dice che il sud non è stato sempre povero ma è stato impoverito dal nord più arretrato ai tempi dell&#8217;unificazione. Ce lo dice con il libro che segnaliamo oggi, riportandolo assieme all&#8217;intervista apparsa sul sito di Beppe Grillo:  “<strong>Terroni</strong>”, uscito da poco per <strong>Piemme</strong>.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Il libro</strong></span><br />
A seguito dell’unificazione dell’Italia, una, come dice anche l’autore di questo libro, indiscutibilmente una, pare che ci sia stata una lunga e inesorabile operazione da parte del nord di aumentare la povertà del sud. Prima di tutto perché il nord non era ricco e fiorente come l&#8217;appena decaduto regno borbonico, e secondo per accentrate attorno al nuovo centro di governo  ricchezza e gestione.<br />
Come riporta IBS,<strong> si percorre la storia degli ultimi 150 anni del nostro paese</strong>, la storia di quella che per alcuni è conquista, per altri liberazione.  <strong>L&#8217;autore porta alla luce una serie di fatti volutamente rimossi</strong>. Acciaierie chiuse, mercati spenti, risorse che pian piano sono venute meno, eventi che aprono una interessante breccia sulla storia del nostro paese unico e indivisibile. &#8220;Terroni&#8221; è un libro sul Sud e per il Sud, in cui non si menziona mai la separazione, ma si chiude con una considerazione: se centocinquant&#8217;anni non sono stati sufficienti a risolvere il problema della divisione del nord dal sud, vuol dire che non si è voluto risolverlo.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>L’autore</strong></span><br />
Come riporta il sito dell’editore di questo libro, Piemme, Pino Aprile è giornalista e scrittore, pugliese, residente ai Castelli Romani con una lungo periodo di permanenza per lavoro a Milano. È stato vicedirettore di Oggi e direttore di Gente. La sua è un’esperienza di lungo corso; per la Tv ha lavorato con Sergio Zavoli all’inchiesta a puntate “Viaggio nel Sud” e al settimanale di approfondimento del Tg1, Tv7. Non è il primo libro che pubblica per Piemme, ha scritto anche  “Il trionfo dell’Apparenza”, sul deludente esordio del terzo millennio, “Elogio dell’imbecille” e “Elogio dell’errore”. In Spagna, “Elogio dell’imbecille” è stato a lungo in testa alle classifiche.<br />
<span style="color: #ff9900;"><strong><br />
La memoria dell’Italia dopo 150 anni</strong></span><br />
Ricordo perfettamente quando da ragazzo ho studiato la storia d’Italia: che dopo i giorni dell’unificazione, da quello storico incontro tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi, iniziò una grossissima opera di piemontesizzazine (parola difficile da dirsi) nella quale tutto quanto venne fatto ricondurre alla gestione della regione dei Savoia.<br />
Eventi che devo avere scritto ancora in qualche dispensa che la professoressa di storia ci deve aver dettato.<br />
<strong>Eventi chiari che questo autore ha voluto riprendere per ribadire cose che già si sanno? </strong><br />
Forse è un libro sapientemente pubblicato al momento giusto, quando i media che ne parlano pare non ricordino la storia e la buttano in politica per vendere senza troppi scrupoli?<br />
<strong>Rimane il fatto che se questi eventi sulla storia dello stivale unito non si conoscano mi fa pensare che sia vero che l&#8217;Italia c&#8217;è, mancano gli italiani.</strong><br />
Come dice l&#8217;autore, le due Germanie, pur divise da una diversa visione del futuro, dalla Guerra Fredda e da un muro, in vent&#8217;anni sono tornate una. Perché da noi non è successo?<br />
Per il fatto che prima la Germania era una, poi divisa e poi ancora una?<br />
L&#8217;Italia c&#8217;è solo sulla carta sia prima che dopo l&#8217;unificazione?</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong><br />
Informazioni sul volume:</strong></span></p>
<p>Titolo: <strong>Terroni. Tutto quello che è stato fatto perché gli italiani del Sud diventassero «meridionali»</strong><br />
Autore: Pino Aprile<br />
Pagine: 305 p., rilegato<br />
Editore: Piemme</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Intervista a Pino Aprile sul sito di Beppe Grillo</strong></span></p>
<p><object classid="clsid:d27cdb6e-ae6d-11cf-96b8-444553540000" width="425" height="350" codebase="http://download.macromedia.com/pub/shockwave/cabs/flash/swflash.cab#version=6,0,40,0"><param name="src" value="http://www.youtube.com/v/9cSNaCNT4Ag&amp;playnext_from" /><embed type="application/x-shockwave-flash" width="425" height="350" src="http://www.youtube.com/v/9cSNaCNT4Ag&amp;playnext_from"></embed></object></p>
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		<title>Follie extracomunitarie: racconti di immigrazione firmati Claudiléia Lemes Dias</title>
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		<pubDate>Fri, 23 Apr 2010 07:00:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[«Aveva imparato a nuotare da solo perché, tra i poveri, essere autodidatta è la regola.»
Queste sono le storie di coloro che vengono da noi, di quelli che (nella nostra superficiale superiorità) sono la somma di tante negazioni. &#8220;Lo straniero è la somma di molti &#8220;NO&#8221;: non parla la nostra lingua, non ha le nostre origini, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2057" class="wp-caption aligncenter" style="width: 580px"><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/storie-di-extracomunitaria-follia-mangrovie-Lemes-Dias-Claudiléia.jpg"><img class="size-full wp-image-2057" title="Storie di extracomunitaria follia - Lemes-Dias-Claudiléia - Mangrovie" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/storie-di-extracomunitaria-follia-mangrovie-Lemes-Dias-Claudiléia.jpg" alt="Storie di extracomunitaria follia - Lemes-Dias-Claudiléia - Mangrovie" width="570" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Storie di extracomunitaria follia - Lemes-Dias-Claudiléia - Mangrovie</p></div>
<p>«<em>Aveva imparato a nuotare da solo perché, tra i poveri, essere autodidatta è la regola.</em>»<br />
Queste sono le storie di coloro che vengono da noi, di quelli che (nella nostra superficiale superiorità) sono la somma di tante negazioni. &#8220;<em>Lo straniero è la somma di molti &#8220;NO&#8221;: non parla la nostra lingua, non ha le nostre origini, non educa i figli come noi&#8230; Solo quando togliamo questi &#8220;NO&#8221;, allora lo straniero diventa uno di noi</em>&#8220;, parole dell’autrice del libro che segnaliamo oggi, &#8220;<strong>Storie di extracomunitaria follia</strong>&#8221; dell&#8217;autrice brasiliana <strong>Claudiléia Lemes Dias</strong> e pubblicato dall&#8217;editrice indipendente diretta da Silvia DeMarchi votata all&#8217;intercultura, Mangrovie.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Il Libro</strong></span><br />
Elaboriamo le (poche) informazioni che abbiamo raccolto in rete. <strong>Questo libro è il ritratto in chiave beffarda, inquietante e satirica di un paese chiuso in sé, in equilibrio precario tra ignoranza e paura, tolleranza e rispetto.</strong><br />
Il paese è il nostro, quello in cui viviamo noi e &#8220;loro&#8221;, che ci hanno portato le differenze.<br />
Con un&#8217;ironia talvolta cruda e un&#8217;ingenuità che lambisce il politicamente scorretto, <strong>l&#8217;autrice tratteggia identità perse, rinnegate, riacquistate, dimenticate</strong>. Le  &#8220;Storie di Extracomunitaria Follia&#8221; di questo volume di duecento pagine sono un caleidoscopio sulla vita di persone uniche, come noi, ma che vivono dietro una linea di separazione tracciata dalle nostre mani, noi, qui, Italiani veri.<br />
Sono <strong>storie di umanità respinta e marchiata con lo stereotipo</strong>, <strong>ma anche</strong> <strong>sapori e odori nuovi che invadono le strade, travestiti protetti da angeli custodi e bambini vivaci tenacemente innamorati della lingua italiana</strong>.<br />
Anche questa volta una storia vista dal di dentro, dalle strade, dagli immigrati che, malgrado tutto, cercano di essere italiani quasi tutti i giorni.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>L&#8217;autrice</strong></span><br />
Claudiléia Lemes Dias, classe 1979, è brasiliana di un piccolo paesino con più bovini che anime. È cresciuta osservando la lotta dei senza terra e indagando sul taciuto genocidio culturale degli Indios. Da sempre si è interessata dei Diritti Umani e Civili, materia che le ha portato la laura alla Pontificia Università Cattolica del Paranà. Arrivata in Italia arriva anche la specializzazione nella Tutela Internazionale dei Diritti Umani e in Mediazione Familiare all’Università La Sapienza.<br />
È attiva, pubblica numerosi articoli giuridici in portoghese e italiano ed ogni tanto si cimenta nella narrativa e nel Teatro. La sua conoscenza sul “campo” la acquisisce per le strade di Roma a distribuire volantini, tra la gente e le genuine risposte ricevute dall’altra parte del citofono.<br />
La sua narrativa nasce forse qui, assieme alla passione per le poesie del Belli e le satire di Giovenale. Attualmente è dottoranda di ricerca in Sistema Giuridico Romanistico e Integrazione delle Legge all’Università di Tor Vergata a Roma.<br />
Ha vinto anche il concorso Lingua Madre nel 2008 in seno ad una competizione di racconti scritti da donne immigrate.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Sugli extracomunitari</strong></span><br />
Mi vengono  alla mente le parole pubblicate nella lettera di quel cittadino di Adro (BS), che ha deciso di rilevare il debito contratto dai genitori che non pagavano la mensa dei figli, gli stessi che abbiamo visto a L’Infedele di Lerner lunedì, tra cui mamme straniere di bambini che rimangono stranieri. “<em>Ho sempre la preoccupazione di essere come quei signori che seduti in un bel ristorante se la prendono con gli extracomunitari. Peccato che la loro Mercedes sia appena stata lavata da un albanese e il cibo cucinato da un egiziano. Dimenticavo, la mamma è a casa assistita da una signora dell’Ucraina. Vedo attorno a me una preoccupante e crescente intolleranza verso chi ha di meno. Purtroppo ho l’insana abitudine di leggere e so bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male.</em>”<br />
Che questa insana abitudine di leggere di permetta ci capire meglio il mondo che abbiamo attorno?<br />
Mi permetto di chiudere così: una volta chi governava faceva parte di una casta della popolazione diversa, per censo, per cultura, per denaro. Il “mangia mangia” non è nato oggi nelle democrazie occidentali, ma spesso (più spesso di adesso) quegli stessi politici che facevano i propri comodi erano capaci di essere anche mecenati e portate anche cultura sociale.<br />
Ora questo mestiere, almeno in Italia, è nelle mani degli scrittori, partendo dai Saviano, passando attraverso controversi Travaglio, fino a ragazze come l’autrice segnalata oggi.</p>
<p>Informazioni sul volume:<br />
Titolo: <strong>Storie di extracomunitaria follia</strong><br />
Autore: Claudiléia Lemes Dias<br />
Prezzo: € 12,00<br />
Pagine: 200 p.<br />
Editore: Mangrovie</p>
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		<title>Pane e bugie: il vaccino contro la cattiva informazione a tavola</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Apr 2010 07:00:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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“Questo libro è una sorta di vaccino contro i pericoli della cattiva informazione. Si tratta insomma di andare oltre i luoghi comuni per rispondere all&#8217;interrogativo: mi stanno raccontando la verità?&#8221;
Queste sono le parole dell&#8217;autore di questo libro, Dario Bressanini. L’editore è Chiarelettere, quelli che hanno appena chiuso la seconda ristampa di “Ad personam” di Marco [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/pane-e-bugie-dario-bressanini-chiarelettere.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2048" title="Pane e bugie - Dario Bressanini - Chiarelettere" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/pane-e-bugie-dario-bressanini-chiarelettere.jpg" alt="Pane e bugie - Dario Bressanini - Chiarelettere" width="570" height="250" /></a></p>
<p>“<em>Questo libro è una sorta di vaccino contro i pericoli della cattiva informazione. Si tratta insomma di andare oltre i luoghi comuni per rispondere all&#8217;interrogativo: mi stanno raccontando la verità?</em>&#8221;<br />
Queste sono le parole dell&#8217;autore di questo libro, <strong>Dario Bressanini</strong>. L’editore è <strong>Chiarelettere</strong>, quelli che hanno appena chiuso la seconda ristampa di “Ad personam” di Marco Travaglio.<br />
Il libro in questione è “<strong>Pane e bugie</strong>”, un viaggio nei messaggi troppo facili legati a quello che mangiamo, dentro le insidie di quello che pare sano, quello che lo è ma manca una parte della spiegazione e quello che palesemente non lo è.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Il libro</strong></span><br />
La citazione che apre il post arriva direttamente dal sito di Chiarelettere e incarna bene il tipo di approccio di questa inchiesta. <em>“Il pesto è cancerogeno. Lo zucchero bianco: per carità! Meglio quello di canna. Il glutammato fa malissimo&#8230; E gli spaghetti radioattivi? Ah no, io compro solo pane biologico, prodotti locali e di stagione.”</em><br />
<strong>Ma è chiaro quello che leggiamo sui prodotti della nostra tavola?</strong> A chi dobbiamo credere? La soluzione più di buon senso è cercare informazioni: accedere la televisione, navigare in internet, leggere i giornali o ascoltare la radio. E quello che alla fine troviamo è informazione approssimativa, in cui si parla di certi temi lasciando indietro altri. Mentre ci scanniamo sugli ogm in realtà già mangiamo frutta, verdura e cereali derivati da modificazioni genetiche indotte da radiazioni nucleari che nessuno dice. Tutti i giorni qualcuno parla della chimica in quello che mangiamo dicendo che il naturale è la sola via, e ci  sono alimenti frutto della distillazione del petrolio che passano in sordina, esempio, la vanillina. Oppure, ancora, il caffè contiene sostanze cancerogene.<br />
L’informazione di settore (anche questo è un settore che ha la sua) sposta spesso la nostra attenzione verso mostri come la fragola-pesce ma abbiamo una chiara idea della forma di quelli veri?<br />
Ci ha provato Dario Bressanini, che nelle prime pagine indica il libro come un <strong>vaccino contro la cattiva informazione alimentare</strong>. Dice che siamo attorniati da tantissimo cibo, mai gli italiani sono stati circondati da tanto cibo come adesso, ma non sappiamo quale sia la qualità con la quale questo viene prodotto. Per lo stesso alimento ci sono messaggi buoni e cattivi, quello che fino a ieri fa male poi è buono per la pelle, invecchia meno di altri alimenti.<br />
L’<strong>analisi </strong>che Bressanini fa in questa pubblicazione va <strong>oltre ai luoghi comuni</strong>, punta anche il dito alla stampa, non elargisce delle colpe ma cerca di entrare nel merito della filiera dei prodotti fino alla loro pubblicizzazione scoprendo che spesso anche la stampa passa solo informazioni erronee che gli vengono presentate.<br />
È forse un libro che fa da completamento quello di Fred Pearce con “Confessioni di un Eco-Peccatore” (Edizioni ambiente), mettendo un occhio più accurato alla chimica.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>L’autore</strong></span><br />
Dario Bressanini (1963) è ricercatore universitario presso il dipartimento di Scienze chimiche e ambientali dell’Università degli studi dell’Insubria a Como, dove svolge anche attività didattica. Si definisce un chimico con la passione della tavola. Ha pubblicato circa sessanta lavori scientifici su giornali e riviste nazionali e internazionali. Collabora con la rivista «Le Scienze», su cui tiene la rubrica mensile &#8220;Pentole e provette&#8221; dedicata all’esplorazione scientifica del cibo e della gastronomia.<br />
È anche autore del popolare blog &#8220;Scienza in cucina&#8221;, dove affronta con taglio scientifico sia temi gastronomico-scientifici sia argomenti legati alle biotecnologie agrarie, alla produzione agricola, alla percezione del rischio alimentare e alla chimica in cucina.<br />
Nel 2009 ha pubblicato per Zanichelli un libro divulgativo sugli organismi geneticamente modificati dal titolo &#8220;Ogm tra leggende e realtà&#8221;.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Allora, che mangiamo questa sera?</strong></span><br />
Bella domanda, quello che rimane dopo la lettura di questo libro. E seguire forse le buone e vecchie abitudini: quella della moderazione, del fatto che non si mangiano 5 uova alla volta ma semmai una o due per il colesterolo. Che semmai qualche volta dovremmo cucinare di più e comprare meno cibi “già fatti” che hanno esaltatori del gusto per renderli irripetibili e ri-comprabili.<br />
Imparare a mangiare ci fa capire cosa comprare, e, con un libro come quello di Bressanini (o quello di Fred Pearce) impariamo a comprare quello che fa meno male, a noi ed anche all’ambiente che abbiamo attorno.</p>
<p>Informazioni sul volume:<br />
Titolo:    <strong>Pane e bugie</strong><br />
Autore: Bressanini Dario<br />
Prezzo: € 13,60<br />
Pagine: 300, brossura<br />
Editore: Chiarelettere  (collana Reverse)</p>
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		<title>La civiltà dell’empatia: sociologia, scienza, coscienza e anche quantistica</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Apr 2010 07:00:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Ci sono due cose interessanti che stanno succedendo in questi anni di crisi, di cambiamenti sia sociali che politici. Il primo che c’è una branca della scienza che sta costruendo ponti sempre più solidi tra scienza e coscienza (leggasi anche meccanica quantistica) e che finalmente cominciamo ad analizzare il mondo che abbiamo attorno non nei [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/jeremy-rifkin-civilta-empatia-mondadori.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2044" title="Civiltà dell'empatia - Jeremy Rifkin - Mondadori" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/jeremy-rifkin-civilta-empatia-mondadori.jpg" alt="Civiltà dell'empatia - Jeremy Rifkin - Mondadori" width="570" height="250" /></a></p>
<p>Ci sono due cose interessanti che stanno succedendo in questi anni di crisi, di cambiamenti sia sociali che politici. Il primo che c’è una branca della scienza che sta costruendo ponti sempre più solidi tra scienza e coscienza (leggasi anche meccanica quantistica) e che finalmente cominciamo ad analizzare il mondo che abbiamo attorno non nei soli momenti di crisi (in cui mediamente siamo capaci di dare il “meglio” di noi stessi) ma nei momenti di pace, quando siamo molto vicini alle persone normali.<br />
Un esempio di questa chiave di lettura ce la fornisce <strong>Jeremy Rifkin </strong>con il suo “<strong>La civiltà dell’empatia</strong>” uscito da poco per  <strong>Mondadori</strong>.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Il libro</strong></span><br />
Il libro si apre nelle trincee delle <strong>fiandre </strong>della <strong>Seconda Guerra Mondiale</strong>. È la sera prima di <strong>Natale </strong>e nelle linee nemiche, quelle tedesche, cominciano ad accendersi delle luci, gli alberi e le candele che i loro cari hanno spedito loro. Qualcuno dice una città illuminata. Da quel momento cominciano i canti di natale in cui i tedeschi cantano e la controparte degli alleati riprende e risponde. <strong>Quella festa che interrompe il conflitto procede, i soldati escono dalle linee del fuoco per stringersi la mano, per cantare in quella serata di festa fino al giorno dopo per seppellire i propri morti</strong>.<br />
E poi, alla fine, quando la notizia che la guerra in quella parte di mondo sta venendo meno, qualcuno decide di intervenire per ripristinare l’ordine e il rigore per il quale le truppe sono a fronteggiarsi.<br />
<strong>Come mai i libri di storia non riportano eventi del genere?</strong> E se per secoli, filosofi, scienziati, psicologi ed economisti avessero contribuito a diffondere l&#8217;idea che l&#8217;essere umano sia per natura aggressivo e utilitarista?<br />
E se non fosse vero che abbia sempre lavorato per soddisfacimento egoistico dei propri bisogni e al guadagno materiale?<br />
Come riporta la descrizione del libro che ne fa IBS, negli <strong>ultimi decenni alcune sensazionali scoperte nel campo della biologia e delle neuroscienze hanno messo in dubbio le tesi ufficiali della storia</strong> e hanno dimostrato, al contrario, che uomini e donne manifestano fin dalla più tenera età la capacità di relazionarsi con gli altri in maniera empatica, percependone i sentimenti, in particolare la sofferenza, come se fossero i propri. E su questo si poggia la <strong>rilettura </strong>che Rifkin fa in questo libro, fitto fitto di nozioni e citazioni, da rendere persino difficile la lettura (ma questo non è colpa certo dell’autore, semmai dell’impaginazione dell’editore). Rifkin afferma che domani, logica e fede convoglieranno tutte nell’empatia, nel fatto che tutto sarà fondato nella percezione delle persone che abbiamo attorno a noi, e si spinge anche oltre, analizzando come società più complesse avranno bisogno di maggiori materie prime ed energia, di come questa evoluzione darà sconvolgimenti per la mancanza di risorse. Arrivando anche all’entropia.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>L’autore</strong></span><br />
Leggendo di <a title="Wiki: jeremy rifkin" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Jeremy_Rifkin" target="_blank">Rifkin</a>, non c’è bisogno di grandi spiegazioni, la Wikipedia italiana riporta scrittore e saggista, laureato in Affari Internazionali ed economia. “<em>Attivista del movimento pacifista statunitense negli anni sessanta e settanta, ha fondato, nel 1969, la Citizens Commission con l&#8217;intento di rendere noti i crimini di guerra commessi dagli americani durante la guerra del Vietnam. È il fondatore e presidente della Foundation on Economic Trends (FOET) e presidente della Greenhouse Crisis Foundation.<br />
Il suo coinvolgimento come attivista del movimento pacifista ed ambientalista lo ha visto spesso impegnato negli Stati Uniti, anche politicamente, a sostegno dell&#8217;adozione di politiche governative &#8220;responsabili&#8221; in diversi ambiti sia relativi all&#8217;ambiente che alla scienza ed alla tecnologia, tale impegno pubblico è riflesso in numerosi dei suoi saggi e lavori. È un vegetariano.</em>”<br />
Tra le sue opere troviamo un innumerevole numero di saggi che riflettono la sua lunga attività che lo ha portato ad essere un formatore di manager sulle nuove tendenze sociali, sia europei che americani, e soprattutto uno dei più accreditati pensatori sociali del nostro tempo.<br />
Tra i suoi lavori segnaliamo “Il sogno europeo. Come l&#8217;Europa ha creato una nuova visione del futuro che sta lentamente eclissando il sogno americano” (Mondadori, 2004),  “La fine del lavoro. Il declino della forza lavoro globale e l&#8217;avvento del post-mercato” (Baldini&amp;Castoldi, 1995) e “L&#8217;era dell&#8217;accesso. La rivoluzione della new economy” (Mondadori, 2000)</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Il traduttore</strong></span><br />
La traduzione del libro è ad opera di Paolo Canton di cui non abbiamo trovato informazioni.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>… e la meccanica quantistica.</strong></span><br />
Nei primi anni dello scorso secolo Albert Einstein, assieme ad un piccolo gruppo di studiosi, in un periodo in cui la scienza era ancora pioniera e scostumata da osare ed andare contro le regole per trovare la verità, ha scoperto che un <a title="wiki: fotone" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Fotone" target="_blank">fotone</a> (la particella più piccola della luce) che proiettata in una doppia fessura esce dall’altra parte duplicata. Ed ancora, anni dopo, una serie di esperimenti portati avanti da <strong>Wolfgang Pauli</strong> e <strong>Carl Gustav Jung</strong>, un fisico ed uno psicologo, hanno messo in luce come gli <strong>eventi fisici sono spesso specchio della manifestazione della coscienza</strong>.<br />
<strong>Massimo Teodorani</strong>, è solo uno degli ultimi italiani che, con <strong>Macro Edizioni</strong>,  ha ripreso questo discorso per mostrare come il mondo che abbiamo attorno sia così facilmente influenzabile dai nostri pensieri.  I due fotoni invece che uno, due <a title="wiki: elettrone" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Elettrone" target="_blank">elettroni</a> che vengono separati e portati ai limiti dell’universo, se viene cambiato lo <a title="wiki: spin" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Spin" target="_blank">spin</a> di uno l’altro cambia istantaneamente.<br />
Da questi fenomeni sono state coniate definizioni come <a title="wiki: entaglement" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Entanglement" target="_blank">Entanglement</a>, <a title="wiki: sincronicità" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sincronicit%C3%A0" target="_blank">Sinconicità</a>. Ancora <strong>Rhonda Brynes</strong>, con il suo “<strong>The secret</strong>” <strong>ci parla delle reazioni che l’interazione coscienza-materia hanno nella nostra vita</strong> (ci chiediamo dove sia quel famoso libro di cui parla e che ad un certo punto ne perdiamo le tracce; o ci chiediamo anche come mai molte delle persone che parlando nel DVD allegato sono studenti di Judy Collins, una delle più famose editor del nord America, che forse tramite la quale hanno poi fatto varianti in  tutte le salse dello stesso “segreto”). Ed ancora, cercate su internet o comprate “<strong>what the bleep we know</strong>”.<br />
Il fatto che anche un pensatore come Rifkin sia arrivato al nocciolo della questione in versione sociologica, ci fa pensare che forse un mondo antiquato stia cominciando a sgretolarsi, che forse siamo alle soglie di un mondo in cui per la prima volta sono davvero le persone al centro della questione  e che il nostro mondo forse si sta muovendo verso una evoluzione fatta di buon senso, costi quello che costi.</p>
<p><span style="color: #ff6600;">Informazioni sul volume</span><br />
Titolo:    <strong>La civiltà dell&#8217;empatia. La corsa verso la coscienza globale nel mondo in crisi</strong><br />
Autore: Rifkin Jeremy<br />
Prezzo: € 18,70<br />
Pagine: 634 p., rilegato<br />
Traduttore: Paolo Canton<br />
Editore: Mondadori  (collana Saggi)</p>
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		<title>L&#8217;Italia vista dai bambini immigrati</title>
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		<pubDate>Fri, 02 Apr 2010 09:08:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Immigrazione, immigrazione ed ancora immigrazione. Sappiamo perfettamente per quale motivo la stagnazione di questo tema sia diventata forse una malattia endemica. Il fatto che “pare” che gli immigrati non possano e non debbano avere dei diritti nel nostro paese, il fatto che “pare” non possano avere un futuro qui da noi, che quelli lì non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/italiani-per-esempio-giuseppe-caliceti-feltrinelli.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2025" title="Italiani per esempio - Giuseppe Caliceti - Feltrinelli - Foto: http://www.piovesolidarieta.org" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/04/italiani-per-esempio-giuseppe-caliceti-feltrinelli.jpg" alt="Italiani per esempio - Giuseppe Caliceti - Feltrinelli - Foto: http://www.piovesolidarieta.org" width="570" height="250" /></a></p>
<p><strong>Immigrazione</strong>, immigrazione ed ancora immigrazione. Sappiamo perfettamente per quale motivo la stagnazione di questo tema sia diventata forse una <strong>malattia endemica</strong>. Il fatto che “<strong>pare</strong>” che gli<strong> immigrati non possano e non debbano avere dei diritti nel nostro paese,</strong> il fatto che “pare” <strong>non possano avere un futuro qui da noi</strong>, che quelli lì non li vogliamo (per voce del nostro premier non crediamo in una società multietnica), e “pare” ancora che <strong>non vogliamo nemmeno i loro figli</strong>, anche se nati in Italia e per accordi internazionali sono Italiani. Ci viene alla mente una frase che meglio conviene a descrivere gli immigrati, detta da Piersandro Pallavicini del quale abbiamo parlato tempo fa del suo “Afrobeats”, ovvero che se sei nero (o immigrato) per un italiano vuole dire che per forza devi stare peggio, che per forza se hai una bella macchina o l’hai rubata o la devi aver presa usata, perché se sei di un altro posto non hai il diritto di stare bene come gli Italiani.</p>
<p>E oggi, <strong>riprendiamo il discorso </strong>da una nuova angolazione, lo facciamo con “<strong>Italiani per esempio. L’Italia vista dai bambini immigrati</strong>” dell’insegnate parmense <strong>Giuseppe Caliceti</strong>, uscito poco tempo fa nelle librerie per <strong>Feltrinelli</strong>.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Il libro</strong></span><br />
Queste sono le parole che l’autore ci lascia dal sito della Feltrinelli. “<em>Quanti alunni stranieri avrò conosciuto in questi venticinque anni di scuola? […] Non so, ma ho sempre cercato di accogliere tutti e di ascoltarli con attenzione, clandestini compresi.[…] Hanno aiutato me e tanti alunni italiani a guardare con occhi nuovi al complesso fenomeno dell’immigrazione e ai problemi a esso connessi, mettendo spesso in discussione le nostre presunte superiorità e certezze. Ci siamo aiutati a guardare in modo diverso il mondo e il Paese in cui ci siamo trovati ad abitare. Fin da principio ho preso l’abitudine di trascrivere parole, frasi, conversazioni, testi scritti da questi bambini. […] Una volta ambientati in Italia, ho chiesto loro cosa ne pensassero dell’Italia e degli italiani. Ho raccolto i frammenti di tante storie, riflessioni, confidenze piene di speranza e di paura, di realtà e di fantasie, di tristezze e di allegrie, di ingenue osservazioni e di fantastici fraintendimenti.</em>”<br />
Da questa opera ne è uscito un <strong>ritratto</strong>, se lo possiamo chiamare in questa maniera, della nostra <strong>Italia </strong>(nostra ed anche loro) visto dagli occhi di questi bambini. E, come dice l’autore stesso, questo libro è dedicato a loro, ai loro compagni italiani e ai genitori. Ovviamente i nomi sono stati cambiati per motivi di privacy.<br />
Leggendo alcune delle citazioni dei bambini che riportiamo si ha la sensazione di leggere una <strong>analisi attenta di quello che succede</strong>, vista forse da chi più di tutti osserva oggettivamente, dal fatto che se sei marocchina e bella puoi andare in discoteca, altrimenti tutti gli altri della stessa nazionalità non ci possono entrare, dal fatto che Berlusconi governa l’Italia ed il Papa gli italiani.</p>
<p>Grazie al libro di Caliceti, impegnato da sempre nelle tematiche dell’immigrazione nelle scuole, ci facciamo una idea di questo fenomeno in continua crescita, senza filtri, senza l’inquinamento delle ideologie che (nello stivale) non siamo più in grado di distinguere.<br />
E non solo, ci parla (e dichiara a Radio Feltrinelli) del <strong>razzismo fondato sulla menzogna</strong>, del fatto che abbiamo la sensazione che tutti gli stranieri siano dei ladri quando la maggior parte di loro è iscritta all’inps e paga le tasse foraggiando denaro per le pensioni. Ed ancora, emerge il quadro delle <strong>leggi </strong>che, spacciando come non razziste fanno delle differenze, <strong>mettono in secondo piano loro per proteggere noi, insinuando nella mente di questi genitori che “loro” sono il pericolo</strong>. C’è anche la questione religiosa, del fatto che sono tutti islamici quelli che arrivano, la maggior parte è cristiana.</p>
<p>È un libro che parte piano, dai bambini, ma che si allarga su un fenomeno complesso, di cui, per diretta ammissione dell’autore, si cura la sola stampa internazionale, mentre in Italia si scrive e legifera per insabbiare e far finta di nulla, dimostrando la grande arretratezza del nostro paese.<br />
<strong>E il conto peggiore lo stanno pagando gli sfruttati ed i bambini, compresi gli italiani che vedono levarsi delle barricate tra loro e gli immigrati, con la certezza che sia anche giusto.</strong></p>
<p>Ammetto io, chi vi scrive, quando vede le file per l’immigrazione, quando sento certi discorsi, quando mi accorgo quanto è falso il mondo italiano che ho attorno a me, questa non è più una questione politica, è diventata una questione culturale, il valore (sbagliato) è stato assorbito sulla pelle di chi vive qui. Caliceti dice che l’integrazione non è ancora compromessa, ma manca davvero poco, se non facciamo qualcosa.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>I bambini</strong></span><br />
<em>“Le mamme dell’Italia trattano i figli un po’ da piccoli anche se sono più grandi, invece io ho capito subito che dovevo arrangiarmi da sola.”</em> Olga 11 anni.</p>
<p><em>“Mio fratello mi aveva detto che se lui vuole andare in discoteca, lui qui in Italia non può andarci. Non perché è piccolo, ma perché è straniero. Perché a Reggio Emilia e a Parma nelle discoteche a ballare ci vogliono solo degli italiani. Però se sei una femmina, una ragazza, ci puoi andare anche se sei marocchina. Ma solo se sei bella.” </em>Omar, 11 anni.</p>
<p><em>“In Italia ci sono uomini che odiano tutti gli altri uomini e donne e bambini venuti da fuori, ma soprattutto gli albanesi perché dicono che noi siamo ladri. Loro dicono così perché noi siamo più poveri. E uno ricco ha sempre paura di un povero, ha paura di essere rubato. Però non tutti i poveri e gli albanesi sono ladri, dico io. Altrimenti quanti ladri ci sono?”</em> Genti, 8 anni.</p>
<p><em>“In Italia ci sono due re: un re è Berlusconi, l’altro re è il Papa. Berlusconi comanda l’Italia, il Papa comanda gli italiani.” </em>Lili, 9 anni.</p>
<p>&#8220;In Italia c’è libertà di religione ma quasi tutti vanno a pregare in chiesa.&#8221; Samir, 11 anni.</p>
<p><em>&#8220;Qui in Italia gli italiani sono molti, ma vicino a casa mia non ne vedo nessuno.&#8221;</em> Iruwa, 6 anni.</p>
<p><em>“Quando un bambino nasce la madre trasmette i colori: se lei ha la pelle nera nasci nero, se lei ha la pelle bianca nasci bianco, se invece la mamma ha la pelle nera e il padre la pelle bianca nasci contaminato, ma non vuol dire essere inferiore, perchè tutti siamo uguali.”</em> Omar, 9 anni.</p>
<p><strong><span style="color: #ff9900;">L’autore</span></strong><br />
Parlando dell’autore possiamo dire che Giuseppe Caliceti inizia ad insegnare all’età di vent’anni come maestro elementare nel 1983 a Reggio Emilia. Per alcuni anni, forse la scintilla che ha scatenato la sua voglia di raccogliere il materiale che compone parte di questo libro, fui distaccato dal normale insegnamento su classe per curare un progetto ministeriale per l&#8217;integrazione dei bambini stranieri, oggi soppresso da tempo.<br />
Come riporta anche il sito Feltrinelli, questo autore ha scritto numerosi libri per bambini, ragazzi, adulti, tra cui ricordiamo Fonderia Italghisa (Marsilio 1996) e Battito animale (Marsilio 2001). Con Giulio Mozzi ha curato due libri d’inchiesta: Quello che ho da dirvi. Autoritratto delle ragazze e dei ragazzi italiani (Einaudi 1998) e È da tanto che volevo dirti. I genitori italiani scrivono ai loro figli (Einaudi 2002). Nel 2003 con Suini ha vinto il premio di narrativa “Elsa Morante L’Isola di Arturo”. È responsabile del servizio comunale Baobab/Spazio Giovani Scritture di Reggio Emilia.</p>
<p>Informazioni sul volume<br />
Titolo: Italiani, per esempio. L&#8217;Italia vista dai bambini immigrati<br />
Autore: Caliceti Giuseppe<br />
Prezzo:    € 14,00<br />
Pagine: 237<br />
Editore: Feltrinelli</p>
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		<title>I dieci giorni che sconvolgeranno il mondo</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 08:00:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Dieci giorni in cui si disegnano altrettanti scenari possibili. Il giorno in cui Google, l’azienda più potente della new economy acquisirà il&#8221;NewYork Times” per un dollaro. Pensiamo ai titoli che leggiamo sui giornali di oggi, sulle dichiarazioni iraniane su Israele e immaginiamo il giorno in cui la terra del re David attaccherà le basi nucleari [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/03/dieci-giorni-alain-minc-chiarelettere.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-1991" title="Dieci giorni - Alain Minc - Chiarelettere (Foto: abaca)" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/03/dieci-giorni-alain-minc-chiarelettere.jpg" alt="Dieci giorni - Alain Minc - Chiarelettere (Foto: abaca)" width="570" height="250" /></a></p>
<p><strong>Dieci giorni in cui si disegnano altrettanti scenari possibili.</strong> Il giorno in cui Google, l’azienda più potente della new economy acquisirà il&#8221;NewYork Times” per un dollaro. Pensiamo ai titoli che leggiamo sui giornali di oggi, sulle dichiarazioni iraniane su Israele e immaginiamo il giorno in cui la terra del re David attaccherà le basi nucleari iraniane. Ancora, pensiamo al giorno in cui gli asiatici deterranno il primato intellettuale e quando i giovani maschi bianchi si rivolteranno in massa.<br />
Questo è “<strong>I Dieci giorni che sconvolgeranno il mondo</strong>” di <strong>Alain Minc </strong>(<strong>Chiarelettere</strong>) uscito lo scorso febbraio nelle librerie.<br />
Il giornalista e politologo francese ci proietta in avanti di qualche anno. Non parliamo di profezie, ma di proiezioni, facendosi cronista del futuro che potrebbe attenderci, raccontato in presa diretta, prevedendo sia le reazioni immediate che le conseguenze a lungo termine.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Il libro</strong></span><br />
Ogni giornata raccontata in questo libro è un capitolo, un evento choc in grado di sconvolgere gli equilibri attuali da sfigurare il mondo. Minc ci racconta il mondo che potrebbe attenderci senza dimenticare da dove veniamo. Spazia dalle ragioni che hanno fatto dividere la Repubblica Ceca dalla Slovacchia, al fatto che non ci sarà mai una Scozia senza il Regno Unito o una Catalogna senza la Spagna, arrivando a dire che parlare di secessione in Italia è proprio fuori luogo e che uno come Bossi non avrà mai ragione.<br />
È un libro piccolo, poco più di un centinaio di pagine adattato con una specifica introduzione per l’Italia e sulle ripercussioni che ogni giorno raccontato può avere sia sulla politica che l’economia dello stivale.<br />
Scritto scorrevole, il libro di Minc è un’occasione da cogliere per fare domande sul nostro divenire.<br />
Come dice il blog di Panorama (<a title="I dieci giorni che sconvolgono il mondo - alain minc- chiarelettere - Panorama" href="http://blog.panorama.it/libri/2010/02/17/alain-minc-i-dieci-giorni-che-sconvolgeranno-il-mondo/" target="_blank">http://blog.panorama.it/libri/2010/02/17/alain-minc-i-dieci-giorni-che-sconvolgeranno-il-mondo/</a>): un esempio concreto sull’attacco alle basi nucleari iraniane da parte di israele? – Pochi giorni fa, il 10 febbraio, il presidente iraniano ha annunciato l’inizio del processo di arricchimento dell’uranio. Lo stesso giorno, Elie Wiesel, premio Nobel per la Pace nel 1968, ha detto: “Non piangerei se Ahmadinejad fosse ucciso”. Sono fatti che sembrano risuonare a pagina 65 del libro di Minc, dove parte il capitolo dal titolo: Il giorno in cui Israele attaccherà le centrali nucleari iraniane. “Quel giorno potrebbe essere domani”, scrive.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>L’autore</strong></span><br />
Come recita la scheda autore di Chiarelettere, Alain Minc è nato a Parigi nel 1949. Consigliere politico e finanziario, saggista, politologo e dirigente d&#8217;impresa, esperto di tecnologie dell’informazione, è stato presidente del Consiglio di sorveglianza e della Società dei lettori di Le Monde. Tra i suoi saggi più recenti La nuova Trinità. I giudici, i media, l’opinione pubblica (Armando) e Spinoza. Un romanzo ebreo (Baldini Castoldi Dalai)</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>La profezia</strong></span><br />
Questo libro pubblicato dalla editrice Chiarelettere, leader nello scenario editoriale italiano per analisi impietose del nostro tempo, è precipitoso o disegna scenari fantascientifici? Concordiamo con quello che dice di nuovo panorama: fate voi. Non possiamo prevedere il futuro ma, vedendo quali sono le inclinazioni della nostra economia e politica mondiale, ci possiamoo fare una idea abbastanza precisa, eccome.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Informazioni sul volume</strong></span><br />
Titolo:    I Dieci giorni che sconvolgeranno il mondo<br />
Autore: Minc Alain<br />
Prezzo: € 12,00<br />
Pagine: 113 p., brossura<br />
Traduttore:    Abaterusso V.<br />
Editore    : Chiarelettere  (collana Reverse)</p>
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