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	<title>pura lana di vetro</title>
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	<description>cultura che non infeltrisce</description>
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		<title>Volvo: piccola grande Scandinavia</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo tutti di corsa, corriamo tutto il giorno per dare significato alla giornata che abbiamo davanti, anche quando la vita che stiamo vivendo non è proprio la nostra ma quella che spesso ci dicono di vivere. Ce ne accorgiamo di aver perso la bussona quando ci siamo fatti ammaliare da qualcosa che alla fine non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2176" class="wp-caption aligncenter" style="width: 580px"><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/volvo-erlend-loe-iperborea.jpg"><img class="size-full wp-image-2176" title="Volvo - Erlend Loe - Iperborea" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/volvo-erlend-loe-iperborea.jpg" alt="Volvo - Erlend Loe - Iperborea" width="570" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Erlend Loe (foto: Ørn E. Borgen (Scanpix))</p></div>
<div id="_mcePaste">Siamo tutti di corsa, corriamo tutto il giorno per dare significato alla giornata che abbiamo davanti, anche quando la vita che stiamo vivendo non è proprio la nostra ma quella che spesso ci dicono di vivere. Ce ne accorgiamo di aver perso la bussona quando ci siamo fatti ammaliare da qualcosa che alla fine non interessa nemmeno coloro che ci hanno convinto.</div>
<div id="_mcePaste">È questo il motivo che ha spinto il protagonista a scappare da Oslo verso la foresta e a vivere assieme ad un alce.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Erlend Loe</strong> torna nelle librerie con la continuazione di “Doppler, vita con l’alce”, “<strong>Volvo</strong>”, pubblicato per <strong>Iperborea</strong>.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Il libro</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Stanco di una società competitiva e dei suoi inutili bisogni <strong>Andreas Doppler</strong>, norvegese benestante e irreprensibile,  abbandona il lavoro e una moglie di nuovo incinta per vivere nella foresta assieme al figlioletto Gregus e il cucciolo di alce Bongo. È scappato perché è troppo bravo in un mondo in cui la bravura non paga.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Scappa nella foresta per trovare (e fuggire da) se stesso</strong>. Ed il suo viaggio arriva alle leggendarie foreste svedesi del Värmland in cerca di non si sa bene cosa, forse solo di persone buone e annoiate al punto di aver trovato la felicità. Arriva tra le grinfie d<strong>i Maj Britt</strong>, un’arrabbiata Circe novantaduenne <strong>con la passione per il reggae e la marijuana</strong>, e <strong>due vendette</strong> da compiere prima di morire: una contro la <strong>Volvo Trucks</strong> e lo pseudo inventore del Globetrotter (vendetta che arriva a suo compimento), e una contro il <strong>vicino von Borring</strong>, devoto dello spirito scout e ornitologo indefesso con qualche segreto che conserva gelosamente tra le cose che non sono a modo.</div>
<div id="_mcePaste">E tra dialoghi surreali e situazioni particolari forse si trova finalmente in contatto con quello che conta, cose semplici ma fatte con tutto noi stessi.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Leggere le pagine di questo libro è immergersi nel chiacchiericcio delle persone con le quali il protagonista si imbatte</strong>, un vortice di cose che vengono dette e riprese. Veniamo a contatto con due delle società più evolute della democrazia moderna, e con i vizi e le virtù di una Scandinavia divisa, di questi norvegesi troppo emozionabili e gli svedesi commercianti nati per il denaro.</div>
<div id="_mcePaste">È troviamo anche il <strong>Loe</strong> che abbiamo iniziato a conoscere con i libri precedenti, un po’ <strong>sfrontato ma altrettanto schietto</strong>. Capace di far iniziare una storia con una condanna a Maj Britt per aver tagliato le narici delle sue cocorite con il taglia unghie e chiudere la storia con se stesso e il fatto che ci sono i suoi genitori davanti alla porta di casa.</div>
<div id="_mcePaste">Forse questo libro è in deficit di alcuni riferimenti al libro precedente, del quale viene preso il background e i personaggi, rendendo in certi casi difficile la spiegazione di certe azioni. Anche con Loe vediamo una Scandinavia molto viva nella letteratura e nella circolazione delle idee, che non ha solo storie poliziesche alla Staalesen o Larsson, tutta da leggere.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">L’autore</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Qui <a title="Erlend Loe wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Erlend_Loe" target="_blank">Wikipedia </a>ci racconta di questo autore, scrittore, traduttore che ha pubblicato la maggior parte delle proprie opere con Iperborea, editrice specializzata nella letteratura nordica (con parecchi libri abbiamo visto anche tra le nostre pagine).</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Il traduttore</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">La traduzione del libro è stata seguita da <strong><a title="Giuliano d'Amico" href="http://tarm.dm.unito.it/dbl/DBL_ViewProgram.asp?ParmsFld=T00025201001" target="_blank">Giuliano D’Amic</a>o</strong>, particolarmente conosciuto tra gli autori scandinavi, ha all’attivo numerose traduzioni tra le quali ricordiamo: Bjornstjerne Bjornson con “Al di la&#8217; delle forze umane” (Iperborea), numerose opere di  Henrik Ibsen e Thomas Kanger con “La prima pietra”, Robin edizioni.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Little Scandinavia</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Ci viene alla mente Little Britain, la nota seria inglese della BBC che abbiamo conosciuto in Italia per MTV con il suo potere dissacrante.</div>
<div id="_mcePaste">In queste pagine ci sono riferimenti a tutta la Scandinavia, dalla Norvegia alla Danimarca, raccontate con quell’espressione sorniona di chi demolisce per costruire, di chi parla di grandi stati che si perdono per strada le linee del treno a scapito dei passeggeri e di aziende vicenti sulle spalle di invetori perdenti.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Forse perché in fondo, dietro a tutta questa grande macchina sociale moderna non dovremmo mai perdere la forza di essere noi stessi e mai perdere di vista quello che vogliamo.</strong></div>
<div id="_mcePaste">Doppler alla fine scopre ciò che vuole come Maj Britt ha la sua vendetta. Perché il mondo di modella attorno al nostro volere, basta essere coscienti di quello che stiamo chiedendo.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Informazioni sul volume</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Titolo:	Volvo</div>
<div id="_mcePaste">Autore: Loe Erlend</div>
<div id="_mcePaste">Prezzo: € 15,00</div>
<div id="_mcePaste">Pagine: 264 p., brossura</div>
<div id="_mcePaste">Traduttore: D&#8217;Amico G.</div>
<div id="_mcePaste">Editore	: Iperborea</div>
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		<title>I lavavetri e lo stato fossile</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Aug 2010 07:00:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Chi conosce Paola Reggiani? Quella donna orribilmente uccisa per le strade di Roma? No, quella è la sorella, Giovanna, colei che, appena, successo quel terribile evento si è dissociata immediatamente da stato ed informazione. Perché per lei e la sua famiglia la sorella non è stata brutalizzata da un Rom, ma semplicemente da un assassino.
Lorenzo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/lavavetri-lorenzo-guadagnucci-terre-di-mezzo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2170" title="Lavavetri - Lorenzo Guadagnucci - Terre di Mezzo" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/lavavetri-lorenzo-guadagnucci-terre-di-mezzo.jpg" alt="Lavavetri - Lorenzo Guadagnucci - Terre di Mezzo" width="570" height="250" /></a></div>
<div>Chi conosce <strong>Paola Reggiani</strong>? Quella donna orribilmente uccisa per le strade di Roma? No, <strong>quella è la sorella, Giovanna</strong>, colei che, appena, successo quel terribile evento si è dissociata immediatamente da stato ed informazione. Perché per lei e la sua famiglia la sorella non è stata <strong>brutalizzata</strong> da un Rom, ma <strong>semplicemente da un assassino.</strong></div>
<div id="_mcePaste"><strong>Lorenzo Guadagnucci</strong>, giornalista attivo in questo genere di inchieste, ci porta per le strade del nostro paese e, partendo dall’ordinanza per l’allontanamento dei <strong>lavavetri </strong>di <strong>Firenze</strong>, ci fa un quadro molto chiaro delle politiche dell’immigrazione messe in piedi non solo in Italia ma per l’intera Unione Europea.</div>
<div id="_mcePaste">Ci presenta “<strong>Lavavetri</strong>” uscito qualche tempo fa per <strong>Terre di Mezzo</strong>.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Il libro</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Parlavamo di <strong>Paola Reggiani</strong> che nel territorio di Siena, mentre tutti aizzavano il dito contro i Rom ha iniziato ad entrare nei <strong>campi nomadi per capire in quali condizioni versassero quelle persone</strong>, soprattutto i <strong>bambini</strong>, che secondo la comune conoscenza che ci passa l’informazione chiedono <strong>l’elemosina </strong>per strada perché <strong>non vogliono andare a scuola</strong>.</div>
<div id="_mcePaste">Tra il ciarpame dei campi degli “zingari”, come sono chiamati in Italia, ci sono <strong>parecchi bambini </strong>che <strong>voglio andare a scuola ma sono le scuole che non li vogliono</strong>. Uno di loro, dopo una lunga sequenza di no, è stato accolto in una struttura scolastica, gli hanno fatto avere anche <strong>l’abbonamento </strong>per il pullman ma è stato fermato alcune volte perché il controllore affermava che fosse <strong>rubato</strong>.</div>
<div id="_mcePaste">Guadagnucci, parte da queste storie per fare un <strong>crudo ritratto dell’immigrazione </strong>che investe l’Unione Europea con speciale focus per l’Italia. Parte dai retroscena <strong>dell’ordinanza </strong>elimina lavavetri di Firenze per arrivare ad una cronaca dettagliata della politica della paura e della sicurezza che sta guadagnando sempre maggiore vigore.</div>
<div id="_mcePaste">Gli episodi importanti ci sono tutti, ben documentati, chiari e spiegati nei minimi termini. Dalla politica contro i rom, a come è avvenuto l’allontanamento dei lavavetri ed altri ambulanti a Firenze (per la cronaca parliamo di una <strong>cinquantina di persone</strong>) alle <strong>politiche “creative” </strong>che il ministro <strong>Maroni </strong>ha chiesto a sindaci e governatori di regione. E ne leggiamo di belle: dalla rilevazione delle <strong>impronte digitali </strong>per i <strong>bambini rom</strong>, alla <strong>residenza</strong> solo in funzione di certe <strong>griglie di reddito</strong>.</div>
<div id="_mcePaste">Si parla di <strong>leggi </strong>che sono state oggetto di ulteriori <strong>inchieste </strong>da parte di <strong>commissari europei</strong>, moniti della comunità internazionale, emissioni di disegni e decreti che alla fine sono stati ritirati per fare posto ad altri. Leggiamo delle <strong>nazionalità </strong>dei <strong>criminali </strong>in nelle prigioni italiane, sono <strong>menzionati solo gli stranieri</strong>. Sui giornali sono sempre e solo rom o albanesi quelli che spacciano o uccidono, volontariamente o in preda all’alcool.</div>
<div id="_mcePaste">Guadagnucci si parla di questo continuo bombardamento di notizie, costante, piatto, che ha un solo fine: <strong>mantenere livello di insicurezza alto ed aiutare una politica che non ha nessun disegno per il futuro di rimanere radicata in un tessuto sociale che ha perso di vitalità, vigore ed anche voglia di combattere</strong>.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Autore del libro</span></strong></div>
<div id="_mcePaste"><a title="Lorenzo guadagnucci" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Lorenzo_Guadagnucci" target="_blank">Wikipedia</a>, tranne che per la menzione di questo libro riporta quanto segue.</div>
<div id="_mcePaste"><em>Lavora al Quotidiano Nazionale (Resto del Carlino-La Nazione-Il Giorno) dal 1990.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Ha lavorato in cronache locali (Ancona, Trieste, Forlì) e alla redazione centrale nei settori dell&#8217;attualità, dell&#8217;economia, degli esteri e della cultura. Ha partecipato anche all&#8217;apertura del giornale on line del gruppo (1999-2001).</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Durante il G8 di Genova del 2001 si trovò all&#8217;interno della scuola Diaz al momento dell&#8217;irruzione della polizia. Fu pestato e trattenuto in stato d&#8217;arresto per due giorni all&#8217;ospedale Galliera. Su questa vicenda ha scritto un libro, Noi della Diaz (Berti-Altreconomia) uscito all&#8217;inizio del 2002 (e ripubblicato nel 2008).</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>È fra i fondatori e animatori del Comitato Verità e Giustizia per Genova; sul suo blog Distratti dalla libertà commenta la progressiva compressione dei diritti civili nelle nostre democrazie. Su questo tema ha pubblicato Distratti dalla libertà (Berti-Altreconomia, 2003) e La seduzione autoritaria (Nonluoghi, 2005). È uno dei fondatori del gruppo &#8220;Giornalisti contro il razzismo&#8221;.</em></div>
<div id="_mcePaste"><em>Collabora con Altreconomia e Carta. Ha scritto con Fabio Gavelli un libro-inchiesta sul commercio equo e solidale: La crisi di crescita (Feltrinelli, 2004).</em></div>
<div><em><br />
</em></div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Lo stato fossile</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Alla fine del libro ammetto di aver provato <strong>rabbia</strong>, per tutto quello che la nostra politica dice e non fa. Rabbia per il trattamento <strong>superficiale </strong>di un <strong>tema molto complesso</strong>.</div>
<div id="_mcePaste">Non è solo questione di razzismo ma qualcosa di molto più pericoloso, assistiamo al fatto che la <strong>struttura pubblica</strong> nel nostro paese ha <strong>smesso di funzionare</strong>. La materia sociale che la compone si è consunta e invece di combattere per la mancanza di risorse per mantenerla viva ci siamo ripiegati su noi stessi, <strong>lanciato l&#8217;allarme</strong> per toglierci il peso e abbiamo <strong>dichiarato la nostra resa</strong>.</div>
<div>Con questo processo di assottigliamento della struttura sociale anche la p<strong>olitica è divenuta sempre più un parassita e impotente</strong>, capace di usare le parole ma non i fatti, che quindi cura gli animi ma non la carne per non perdere i propri radicamenti nelle strutture.</div>
<div id="_mcePaste">Quella che viene raccontata in questo libro è la storia di una <strong>resa </strong>non solo italiana ma tutta <strong>europea</strong>, fatta di <strong>parole miopi</strong>, s<strong>enza memoria </strong>del fatto che quando l’<strong>Europa è stata paese di emigranti </strong>si è fatta accogliere a braccia aperte da tutti i paesi e ha contribuito a fare il futuro (e parte della ricchezza) di quelle terre. E che adesso, davanti agli stessi barconi che nel secolo scorso arrivavano sulle coste americane, chiude le porte.</div>
<div id="_mcePaste">Questo <strong>non è vero razzismo</strong>, ai nostri occhi un nero negli Stati Uniti passa inosservato, è una persona, qui è qualcuno che non può e non deve attingere alla nostra ricchezza. È poca e deve essere nostra, figuriamoci affermarsi e divenire ricco.</div>
<div id="_mcePaste">Non è razzismo, <strong>è peggio, è l’ultima controffensiva di uno stato fossile</strong>.</div>
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		<title>Da Tripoli a Messak, un viaggio non per distratti</title>
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		<pubDate>Mon, 16 Aug 2010 07:00:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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“Da Tripoli a Messak” di Luca Cosentino, pubblicato per Terre di Mezzo Editore, assomiglia ad un viaggio nel cuore della notte (giusto prima del crepuscolo) in un paese che ci pare parecchio lontano ma la cui storia è fortemente legata alla nostra soprattutto per il periodo coloniale italiano.
Il libro
Il viaggio in Libia di questo libro [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="_mcePaste"><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/da-tripli-a-messak-luca-cosentino-terre-di-mezzo.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2165" title="Da Tripoli a Messak - Luca cosentino - Terre di Mezzo" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/da-tripli-a-messak-luca-cosentino-terre-di-mezzo.jpg" alt="Da Tripoli a Messak - Luca cosentino - Terre di Mezzo" width="570" height="250" /></a></div>
<div>“<strong>Da Tripoli a Messak</strong>” di <strong>Luca Cosentino</strong>, pubblicato per <strong>Terre di Mezzo Editore</strong>, assomiglia ad un viaggio nel cuore della notte (giusto prima del crepuscolo) in un paese che ci pare parecchio lontano ma la cui storia è fortemente legata alla nostra soprattutto per il periodo coloniale italiano.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Il libro</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Il viaggio in Libia di questo libro fa da <strong>parallelo </strong>con quello della <strong>storia </strong>che abbiamo in comune, quella dei giorni del <strong>ventennio della colonizzazione</strong> italiana in Africa, e nella quale questo paese veniva chiamato la <strong>quarta sponda</strong>.</div>
<div id="_mcePaste">È un viaggio tra gli altipiani libici da una parte aiutati da una <strong>laboriosa bonifica italiana</strong>: campi, palme anti tempeste di sabbia, acquedotti e dall’altra la guerra di c<strong>olonizzazione, violenta e superficiale</strong>.</div>
<div id="_mcePaste">La colonizzazione raccontata in queste pagine  si concentra sui capitoli meno noti, <strong>parte </strong>dagli inizi, dalla <strong>Sciara Sciat</strong>, la primissima battuta di arresto che avrebbe dovuto far capire all’esercito italiano che la penetrazione in quel paese sarebbe stata particolarmente difficoltosa e <strong>finisce </strong>con le <strong>politiche </strong>del  c<strong>olonnello Gheddafi </strong>per la costruzione di un vero e proprio stato libico (e sul quale trovano fondamento tante delle dichiarazioni che abbiamo sentito in questi anni).</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Raccontato bene, scorrevole, pieno di garbo,</strong> veniamo presi dalla brezza della sera degli altipiani, dall’orgoglio della popolazione, dal rispetto degli anziani che hanno ben presente le schiene spezzate di quegli italiani che hanno strappato al deserto enormi spazi per fare della terra fertile.</div>
<div id="_mcePaste">Tocchiamo anche con mano la superficialità del nostro paese di fronte a quella popolazione che di fronte alla colonizzazione italiana ha voluto mostrare i denti e non si è fatta piegare.</div>
<div id="_mcePaste">È una storia parallela che sarebbe bello leggere come ufficiale e che diviene rivelatoria di fronte dichiarazioni degli ultimi tempi sia dell’amministrazione italiana che libica.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">L’autore</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Il sito dell’editore, Terre di Mezzo, recita questo: “<em>Veneziano, geologo, ha viaggiato e vissuto in diversi Paesi d&#8217;Europa, Sud America e Africa. Questo libro nasce dalle sue esperienze in Libia tra il 2005 e il 2010. È coautore di un volume sull&#8217;archeologia del Sahara (Edeyen of Murzuk, edizioni All&#8217;Insegna del Giglio, Firenze 2007).</em>”</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">L’editor</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Editing del libro è stato affidato a<strong> Linda Fava</strong>, collaboratrice di Terre da qualche anno e con la quale è stata fondata la rubrica del cuore letterario “<strong>Due piccioni con una Fava</strong>” raggiungibile <a title="Due piccioni con una Fava - Terre" href="http://leparole.terre.it/articoli/categoria/0/post/79/Due-piccioni-con-una-Fava" target="_blank">qui</a>. Un godibilissima e probabile rubrica in cui alle lettere sui mali d’amore viene risposto con un consiglio di lettura.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Questo libro è venuto da me che non sono distratto</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">E&#8217; venuto da me una mattina di mare, intanto che stavo leggendo di altro e volevo avere nuovi occhi verso certe tematiche.</div>
<div id="_mcePaste">Me lo ha portato un ragazzo di colore che tutte le mattine fa la spola Milano-Borgio Verezzi per vedere libri. Mi ha ricoperto di volumi, dalle ricette senegalesi ai libri per bambini.</div>
<div id="_mcePaste">Ho comprato tre libri, questo, un altro sul fenomeno dei lavavetri e (anche lì) che cosa ci sta dietro, e come pianificare le mie vacanze in Senegal appunto. E mi ha portato un&#8217;altra cosa: i nuovi occhi.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Informazioni sul volume</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Titolo: <strong><span style="color: #000000;">Da Tripoli a Messak</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Autore: Luca Cosentino</div>
<div id="_mcePaste">Editing: Linda Fava</div>
<div id="_mcePaste">Editore: Terre di Mezzo</div>
<div id="_mcePaste">Prezzo: €7,50</div>
<div id="_mcePaste">Pagine: 205</div>
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		<title>28 grammi dopo: intervista a Iacopo Barison</title>
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		<pubDate>Mon, 09 Aug 2010 07:00:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Abbiamo avuto tra le mani il romanzo di Iacopo qualche tempo fa e mi riferisco ormai ai tempi del Salone del Libro di Torino, parecchio (mi scuso mi scuso mi scuso), e siamo rimasti colpiti della freschezza di pagine scritte da un autore che ammette anche nella chiacchierata che segue che sia il suo romanzo.
Il [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/28grammi-dopo-iacopo-barison-voras.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2158" title="28 grammi dopo - Iacopo Barison - Voras Edizioni" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/28grammi-dopo-iacopo-barison-voras.jpg" alt="28 grammi dopo - Iacopo Barison - Voras Edizioni" width="570" height="250" /></a><br />
<br />
<iframe src="http://www.facebook.com/plugins/like.php?href=http%3A%2F%2Fwww.puralanadivetro.it%2F2010%2F08%2F09%2F28-grammi-dopo-intervista-a-iacopo-barison-voras%2F&amp;layout=standard&amp;show_faces=true&amp;width=450&amp;action=like&amp;colorscheme=light&amp;height=80" scrolling="no" frameborder="0" style="border:none; overflow:hidden; width:450px; height:80px;" allowTransparency="true"></iframe><br />
Abbiamo avuto tra le mani il romanzo di Iacopo qualche tempo fa e mi riferisco ormai ai tempi del Salone del Libro di Torino, parecchio (mi scuso mi scuso mi scuso), e siamo rimasti colpiti della freschezza di pagine scritte da un autore che ammette anche nella chiacchierata che segue che sia il suo romanzo.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Il libro</strong></span><br />
“<strong>28 grammi dopo</strong>” di <strong>Iacopo Barison</strong> pubblicato dalla ravennate <strong>Voras Edizioni</strong> racconta la <strong>storia di Daniel</strong>, in <strong>tossico dalla vita immobile</strong>, che passa intere giornate a drogarsi a organizzare truffe in internet s<strong>enza mai concludere qualcosa di serio se non piccoli espedienti per la droga</strong> della quale fa largo uso assieme ai suoi amici sconclusionati e pittoreschi come lui. Una vita che non porta mai a nulla di concreto se non quando agisce per se, per Said e per Orlando, strani e paradossali come la dimensione in cui costantemente vivono.<br />
<strong>E in questa vita costantemente immobile</strong>,  durante questa attesa, <strong>perde </strong>il principio attivo, <strong>ventotto grammi di hashish</strong>. Un ammasso di atomi che scompare così, all&#8217;improvviso, in universo fatto di materiale che cambia forma e consistenza, senza significato e che si muove per inerzia. Ma questo <strong>è soltanto l&#8217;inizio</strong>, il <strong>punto di squilibrio che proietta Daniel per la prima volta in un mondo di azioni</strong>, di altri personaggi violenti e amabili, fino a realizzare il motivo che ha generato questo cambiamento repentino.</p>
<p>Il romanzo la cui prefazione è stata curata da <a title="Alcide Pierantozzi" href="http://www.puralanadivetro.it/2007/05/11/alcide-pierantozzi-ambisco-al-nobel-e-non-sto-scherzando/">Alcide Pierantozzi </a>che abbiamo già visto tra le pagine di questo sito, <strong>si legge molto velocemente</strong>, c’è una <strong>chiarezza nelle ambientazioni</strong> che ci ha fatto persino supporre che Iacopo nel mondo della droga ci sia stato davvero per parlarne con tanta sicurezza (lui dice di no…).<br />
<strong>Amabili e sordide sono le ambientazioni</strong> di questo libro che hanno poco da invidiare alle <strong>sceneggiature americane fatte per innamorarsi dei personaggi e seguirli in ogni passo che fanno</strong>.</p>
<p><strong>Ma </strong>in una storia che parla di<strong> ossessivo immobilismo che viene meno</strong> ad un certo punto, anche il <strong>trattamento </strong>della vicenda <strong>soffre dello stesso tema</strong>, a volte pare che ci sia più ambientazione che vicenda, che <strong>ci si focalizzi maggiormente nella fotografia che negli eventi </strong>che l’hanno generata facendo scendere l’interesse.<br />
Scrivere un romanzo è certamente insaporire una vicenda con molto altro che non solo ci fa arrivare all’ultima pagina ma che ci fa rimanere nel cuore un mondo, un personaggio, le bellezze di ambienti e scene.<br />
Soprattutto quando siamo (zelanti) alla prima opera, cediamo (forse troppo) alla tentazione di rendere il piatto il più saporito possibile togliendo un briciolo di carattere. Le giuste dosi arrivano con il tempo, con l’esperienza. Ma la storia si legge e si legge tutta.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>L’autore</strong></span><br />
Il suo <strong>blog </strong>che trovate <a title="blog di iacopo barison" href="http://iacopobarison.splinder.com/" target="_blank">qui</a> riporta questo. “<em>Iacopo Barison è uno scrittore italiano. Nato in provincia di Cuneo nel 1988, attualmente studia al MultiDAMS di Torino. Ha pubblicato racconti per diverse riviste letterarie. Scritto a soli vent&#8217;anni, &#8220;28 Grammi Dopo&#8221; (Voras Edizioni) è il suo romanzo d&#8217;esordio.</em>”<br />
Come afferma l’autore stesso questo è il suo romanzo di esordio ma sono segnalati <strong>altri lavori pubblicati</strong> in altre riviste come un estratto del post che segue.<br />
Oggi, sul blog degli “<a title="appunti per un racconto di massimo cinquelima battute, iacopo barison" href="http://scrittoriprecari.wordpress.com/2010/07/15/appunti-per-un-racconto-di-max-cinquemila-battute/" target="_blank">Scrittori Precari</a>”, potete leggere un mio racconto inedito, che si intitola “Appunti per un racconto di (max.) cinquemila battute”.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>L’intervista </strong></span></p>
<p>Con Iacopo ci abbiamo fatto anche due chiacchiere e riportiamo l’intervista integrale che ci ha fatto scoprire un autore appassionato che aggressivamente sta dentro ogni momento che la vita gli da.<br />
Ecco il ritratto che ne è emerso, novità e chicche. Segnamo un altro autore refrattario all&#8217;avvento dell&#8217;editoria elettronica.</p>
<p><strong>Iacopo, partiamo dalla storia e dalle dinamiche che l&#8217;hanno generata. Come nasce? Ammetto che durante la lettura ho avuto la sensazione di alcune scene alla Trainspotting.</strong></p>
<p>La storia è nata, molto semplicemente, partendo dal titolo e ampliandolo in forma romanzata. “28 Grammi Dopo”, beh, erano tre parole che avevo in testa e quindi, un paio di estati fa, dopo (quasi) ventotto grammi, ho cominciato a raccogliere le idee e a pensare a un&#8217;ipotetica vicenda in cui un ragazzo, Daniel, avrebbe perso certi grammi di hashish e poi, da lì in avanti, si sarebbe trovato a vivere (o subire) situazioni quantomeno destabilizzanti, incatenate fra loro e, a tratti, quasi paradossali.<br />
Mi parli di Welsh, un autore con cui sono cresciuto, che leggevo volentieri a scuola, mentre i professori parlavano dell&#8217;Impero austro-ungarico e della sua incredibile superficie e blablabla. Tuttavia, quando ho scritto (e riscritto) il romanzo, la fase-Welsh era finita da un pezzo. Scrivendo “28 Grammi Dopo”, ho provato a concentrarmi su autori già morti, possibilmente trapassati da un cinquantennio o più. Detto questo, Welsh rimane un genio e si colloca certamente fra i miei contemporanei preferiti.</p>
<p><strong>Certo che leggendo ci hai presentato le pagine scorrono veloci veloci, piene di ambientazioni e momenti in cui strappare una risata o un pensiero. La seconda domanda che mi viene alla mente (e che forse non devono leggere i tuoi) è: come fai a conoscere tanto bene il mondo della droga? Pesante lavoro di ricerca?</strong></p>
<p>Il mondo della droga è a disposizione di chiunque, dovunque, e al giorno d&#8217;oggi, se si vuol parlare di sostanze, non serve un grande sforzo creativo. Certo, i media lanciano messaggi fuorvianti, ma la gente che li segue – credendoci – sta diminuendo in modo esponenziale. Soltanto mia nonna è ancora convinta che le canne portino all&#8217;eroina. Mia nonna e, magari, qualche cattolico estremista. Ma la mia generazione, quella che ha compiuto diciotto anni nel nuovo millennio, è conscia che le droghe sono simili, in tutto e per tutto, ad altre forme ricreative, come la televisione o lo sport. Lo spettatore compulsivo de “La pupa e il secchione” non è meglio – anzi! – del consumatore compulsivo di sostanze stupefacenti. Il primo, probabilmente, è ben più preoccupante. Ecco, dovrebbero nascere delle cliniche per la disintossicazione televisiva, per far sì che tutti i tipi di “tossici” abbiano un aiuto garantito. Comunque, ci tengo a sottolineare che molti dei riferimenti tossicologici presenti nel libro sono frutto di ricerca sui testi ed esperienze passive.</p>
<p><strong>E lo scrivere, per farti cercare tanto e produrre personaggi complessi come quelli di questo libro, che cosa significa per te? Come dicono tanti: il vivere tutte le vite che non riusciamo a sostenere nello stesso tempo?</strong></p>
<p>Ho voluto creare dei personaggi di cui potessi innamorarmi. Daniel, Said, Orlando, mi piacciono tutti allo stesso modo e, francamente, vorrei che fossero miei amici, qui, nella vita reale. Purtroppo, questo non è possibile e infatti, terminata l&#8217;ultima stesura, ero triste e sconsolato. Quando termini un libro, finisce una storia d&#8217;amore. Una storia d&#8217;amore che, nel bene o nel male, ti ha accompagnato per una parte della tua vita.<br />
Per quanto riguarda la complessità caratteriale, direi che un buon metodo per rendere vivi i propri personaggi è quello – banale ma veritiero – di prestare attenzione ai dettagli. Parrebbe il classico consiglio didascalico, eppure non è così. E funziona. Se il lettore non “sente” i tuoi personaggi, allora l&#8217;hai perso e non basterà neanche il più bello degli intrecci per riportarlo da te.</p>
<p><strong>Come hai cominciato? Dalla serietà con la quale prendi la scrittura dai l&#8217;impressione di scrivere da sempre con un immutato puntiglio.</strong></p>
<p>Le mie attività letterarie son cominciate con la prima stesura di “28 Grammi Dopo”. Prima di questa, il nulla più totale. Non ho mai avuto un diario personale. Non ho mai scritto lettere d&#8217;amore o articoli per il giornalino della scuola. La mia scuola, a dire il vero, non aveva nemmeno un giornalino. Si può dire che l&#8217;ambiente scolastico non abbia minimamente influito sulla mia volontà di cominciare, appena diciannovenne, a scrivere un romanzo. A scrivere un romanzo che, nella prima stesura, era pieno zeppo di ingenuità o errori dovuti all&#8217;inesperienza. Il puntiglio di cui mi parli, forse, si può identificare con quella volontà personale, intercorsa nelle stesure successive, adita a eliminare – o provare a eliminare – le ingenuità di cui sopra. Ma la scrittura rimarrà sempre un processo imperfetto e dubito di esserci riuscito in pieno. Tuttavia, ho dato tutto quello che potevo dare in quel preciso momento. Posso ritenermi soddisfatto.</p>
<p><strong>E come fai? Facci qualche lezione di scrittura, come allevare la propria creatività, come organizzare la storia.</strong></p>
<p>A dire il vero, non si può dire che io abbia un metodo. Seguo l&#8217;istinto e il mio istinto, ad oggi, è  preciso quanto cerebrale. Però, posso dare un consiglio che, ai suoi tempi, Carver s&#8217;era premurato di   elargire. Quando si vuole costruire una storia, bisogna parlare di argomenti vicini, che si avvertono come tali. Altrimenti, se io avessi scritto un romanzo sui moti migratori dei passeriformi, il lettore  avrebbe capito subito che a me, dei moti migratori, non me ne importa nulla. In seconda battuta, la storia deve avere un&#8217;identità unica e indivisibile. Niente impennate retoriche o personaggi che, da un momento all&#8217;altro, diventano molto più buoni o molto più cattivi di quanto lo fossero prima. La storia dev&#8217;essere una costruzione graduale, un processo simile a quello che accade quando, nella doccia, ci si abitua all&#8217;acqua calda.<br />
<strong><br />
Per te cosa fa una bella storia? Un bel trattamento o una vicenda avvincente? Ci sono differenze tra racconti e romanzi?</strong></p>
<p>Amo le storie ossessive. Voglio dire, le ossessioni narrative e contenutistiche. Foster Wallace, con tutti i suoi esperimenti (anche qui, narrativi e contenutistici), era lo scrittore che sapeva ricrearle meglio. Ecco, lui parlava di eccessi e non era mai eccessivo. Sia nei racconti che nei romanzi. Quindi, no, non ci sono differenze tra racconti e romanzi. Il lungo nasconde le medesime insidie del breve.</p>
<p><strong>Come si diventa bravi scrittori? Partendo da bravi lettori?</strong></p>
<p>Vediamola così: uno scrittore che punta a fare libri migliori di quelli che si trovano nei supermercati, di fianco ai preservativi e ai chewing-gum, sì, dovrebbe leggere molto e leggere bene. Certo, puoi anche prendere come esempio Fabio Volo, e scrivere cazzate sulla vita, sull&#8217;amore e, più in generale, su qualunque argomento tu voglia trattare. Ma questi libretti, dovendoli catalogare, rientrerebbero nella cosiddetta Letteratura? Secondo me, no. E allora, vedi che torniamo al punto di partenza: essere un bravo lettore e provare a scrivere bene, coraggiosamente, senza pensare che Fabio Volo vende migliaia di copie e quindi, come immediata conseguenza, scopa molto di più di te. No, i libri vanno scritti al netto di certi pensieri. Chi vuole arrivare a scriver bene – davvero bene – deve sapere che questa scelta comporta dei sacrifici e che, senza investire un&#8217;invereconda dose di tempo, c&#8217;è il rischio di trasformarsi nell&#8217;ennesimo pappagallo degli scrittori-da-supermercato.</p>
<p><strong>Andando a dare un occhiata al tuo blog noto che ci sono dei racconti pubblicati assieme agli altri ragazzi della Voras, cosa c&#8217;è in cantiere per qualche piccola anticipazione? Giusto per fidelizzarci <img src='http://www.puralanadivetro.it/wp-includes/images/smilies/icon_smile.gif' alt=':)' class='wp-smiley' /> </strong></p>
<p>Sì, ho pubblicato un racconto per il cinquantesimo numero della rivista “Prospektiva”, dove compare, fra gli altri, Sacha Naspini, che ha scritto un libro per Voras.<br />
Diciamo che in cantiere c&#8217;è un nuovo romanzo, già impostato e dalla struttura molto “televisiva”. Però, non anticipo nulla. Dico soltanto che, tematicamente, si scosterà da “28 Grammi Dopo” e, per certi versi, sarà molto più complesso. D&#8217;altro canto, voglio precisare che non si tratta del solito progetto logorroico e/o pretenzioso. Semplicemente, avendo più esperienza, ho deciso di alzare il livello di difficoltà e provare a scrivere qualcosa che, un paio di anni fa, non sarei riuscito a gestire. E poi, ogni volta che ne avrò il tempo, continuerò ad aggiornare il mio blog, “Racconti Senz&#8217;anima”.</p>
<p><strong><br />
E dando un occhiata al futuro che cosa vedi fra una decina di anni?</strong></p>
<p>Tra dieci anni, chissà, è possibile che io sia ancora vivo.</p>
<p><strong>Cosa ti piacerebbe rimanesse al lettore una volta che ha finito di leggere una delle tue storie?</strong></p>
<p>Non mi piacciono i messaggi preconfezionati. Penso che ognuno debba evincere ciò che gli viene più naturale. Tuttavia, se avessi davanti i miei lettori, credo che gli direi questo: “Siate autodidatti e fregatevene dell&#8217;Impero austro-ungarico”.</p>
<p><strong>Passiamo a qualche nota di cronaca battendo un argomento molto caldo al momento: che pensi della rivoluzione degli ebook? Ti lascerai tentare dall&#8217;oggetto del desiderio iPad?</strong></p>
<p>Io, al contrario di Luther King, ho un incubo. Immagino scrittori che presenteranno libri interamente contenuti su chiavette USB o, ancora, su altri formati che ottimizzeranno al massimo il rapporto piccolezza-del-supporto/grandezza-del-contenuto. No, non esiste. I libri cartacei sono riusciti a resistere nello stesso mercato globale che ha visto soccombere il commercio dei DVD e dei CD musicali. Dobbiamo proprio passare agli ebook? Dobbiamo “downloadare” anche questa passione? Io dico di no. L&#8217;evoluzione è tollerabile, certo, purché non sia una completa involuzione della forma.</p>
<p><strong>Agganciandomi alla domanda precedente, quando ci siamo visti al salone del libro mi hai detto che il piacere della pagina è incomparabile, non pensi che sia incomparabile per tutto l&#8217;immaginario che abbiamo maturato in questi anni? Forse domani tutto questo verrà sostituito da altri canoni.</strong></p>
<p>Non è una questione di immaginario. Qui si parla di cambiamenti concreti e il progressismo non può giustificare tutto. Siamo sicuri che la gente avrà voglia di sfogliare pagine virtuali con un movimento virtualmente rotatorio del proprio polpastrello? A mio avviso, questa nuova forma può diffondersi come un movimento parallelo, ma non sostitutivo.<br />
<strong><br />
Sei felice, lo sarai?</strong></p>
<p>Sono un ragazzo turbato, con leggere schiarite nei giorni buoni. Come diceva Sartre, mi sopravvivo.</p>
<p><strong>Ma secondo te, come è fatto un &#8220;un giovane linguista desideroso di libertà&#8221;?</strong></p>
<p>Secondo me, un tipo del genere è incarnato da quegli autori che si estraniano dai vincoli del mercato editoriale. Che se ne fregano della Classifica Vendite di TuttoLibri e provano a scrivere romanzi nuovi, faticosi e sperimentali, senza preoccuparsi dell&#8217;impatto che questi potrebbero avere. La fatica, di solito, viene ripagata. Al giorno d&#8217;oggi, un tipo come Rimbaud verrebbe tutelato. Non finirebbe a vendere cannoni in Africa, puoi starne certo.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Informazioni sul volume</strong></span><br />
Titolo:    28 grammi dopo<br />
Autore: Barison Iacopo<br />
Prezzo: € 13,00<br />
Pagine: 144 p., brossura<br />
Editore    : Voras  (collana Hydra)</p>
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		<title>A Dio spiacendo</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Aug 2010 07:06:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Silvia De Marchi</dc:creator>
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“C’è una nobile tradizione che annovera scrittori del calibro di Groucho Marx, outsider che incidono la società con il bisturi dell’ironia per evidenziarne l’aspetto ridicolo. A questo gruppo bisogna aggiungere Shalomon Auslander.” [Los Angeles Times]
L’autore del fortunato libro “Il lamento del prepuzio” ritorna a parlarci di ebraicità e di religione in modo divertente e dissacrante. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/a-dio-spiacendo-salander-guanda.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2154" title="A dio spiacendo - Shalom Auslander - Guanda" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/a-dio-spiacendo-salander-guanda.jpg" alt="A dio spiacendo - Shalom Auslander - Guanda" width="570" height="250" /></a></p>
<p><em>“C’è una nobile tradizione che annovera scrittori del calibro di Groucho Marx, outsider che incidono la società con il bisturi dell’ironia per evidenziarne l’aspetto ridicolo. A questo gruppo bisogna aggiungere Shalomon Auslander.” [</em>Los Angeles Times]</p>
<p>L’<strong>autore </strong>del fortunato libro “<strong>Il lamento del prepuzio</strong>” <strong>ritorna </strong>a parlarci di ebraicità e di religione in modo divertente e dissacrante. Lo fa con i 14 esilaranti racconti di “<strong>A Dio spiacendo</strong>”, uscito per i tipi di <strong>Guanda </strong>i primi di Aprile.<br />
Il titolo è una <strong>traduzione </strong>creativa dell’originale “<strong>Beware of God</strong>” che ci rimanda al famoso “<strong>Beware of dog</strong>” (<strong>attenti al cane</strong>), un gioco di parole intraducibile in italiano in maniera letterale, trasformato intelligentemente dalla casa editrice in “A Dio spiacendo”!<br />
E proprio attraverso un cane, in uno dei racconti, il <strong>Dio ebraico</strong> di Auslander rimprovera e <strong>tormenta </strong>il giovane <strong>Shlomo</strong>, che fa il suo ingresso nell’età adulta scoprendo la peccaminosa masturbazione. <strong>Oppure </strong>c’è chi, come l’ebreo osservante <strong>Yankel Morgenstern</strong>, appena morto <strong>scopre </strong>che <strong>Dio è un pollo</strong>. Un grosso pollo felice, che non conosce lo Shemà, non gradisce olocausti ed è preoccupato solo di trovare la sua ciotola per il cibo piena e il giaciglio pulito. E allora Morgenstern chiede di poter tornare sulla terra e avvisare i suoi:<br />
«<em>Lascia che lo dica alla mia famiglia, solo alla mia famiglia. […] Niente Hashem, niente Adonai! Oh, quanti anni ho sprecato! Lascia che glielo dica, così non dovranno fare i salti mortali come ho fatto io […]. Che guidino di sabato, che mangino il bacon, che chiedano il piatto del giorno all’Aragosta Rossa! […] Il sesso anale è quella meraviglia che dicono? Per favore, Gabe! Potranno farsi gli addominali. Potranno guidare una Chevy Camaro. Oh, quanta libertà!</em>».<br />
<strong>Shalom Auslander</strong>, giovane e promettente scrittore americano nato nel quartiere ebraico di Monsey, New York, porta il suo destino nel nome. Quell’auslander che in tedesco significa straniero lo ha in effetti reso estraneo alla sua stessa comunità che lo ha ferocemente criticato. Ed è proprio<strong> dalla rigida educazione ebraico-ortodossa</strong> che gli è stata impartita che egli <strong>attinge </strong>per tratteggiare inedite fattezze di Dio, e <strong>prendersi gioco così non della religione</strong>, <strong>ma delle paure e superstizioni ad essa collegate</strong>, esorcizzandole con una risata.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Informazioni sul volume:</strong></span><br />
Titolo: A Dio spiacendo<br />
Autore:  Auslander Shalom<br />
Pagine: 173 p., brossura<br />
Prezzo: € 15,00<br />
Editore: Guanda<br />
Collana: Narratori della Fenice<br />
EAN        9788860887580</p>
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		<title>Ok, il prezzo non è giusto</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Jul 2010 08:29:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabina Prestipino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Levata di scudi in questi giorni da parte di librai ed editori contro la legge sul prezzo del libro,  la cosiddetta legge Levi, passata alla Camera dei deputati il 14 luglio.
Una legge, che ancor prima di arrivare alla Camera, aveva già destato qualche perplessità sulla sua reale efficacia, come si legge nella lettera di Ginevra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/libri.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2147" title="libri" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/libri.jpg" alt="" width="590" height="250" /></a>Levata di scudi in questi giorni da parte di librai ed editori contro la legge sul prezzo del libro,  la cosiddetta legge Levi, passata alla Camera dei deputati il 14 luglio.<br />
Una legge, che ancor prima di arrivare alla Camera, aveva già destato qualche perplessità sulla sua reale efficacia, come si legge nella lettera di<strong> Ginevra Bompiani, Roberta Einaudi</strong> e <strong>Marco</strong> <strong>Cassini,</strong> pubblicata da “Repubblica” il 12 luglio. Una lettera che ha trovato ampi consensi, non solo tra le fila di importanti editori, ma anche tra gli scrittori.<br />
La legge fissa un tetto per gli sconti al 15% e permette agli editori di fare promozioni durante tutto l’anno, dicembre escluso, purché ogni promozione non superi i trenta giorni. Non è tanto il 15% di sconto a scaldare gli animi degli editori, anche se da più parti si fa notare che il modello inglese basato sullo sconto selvaggio non ha portato i frutti sperati. Sono piuttosto gli  undici mesi all’anno di promozioni, che fanno sentire i piccoli e medi editori non tutelati. Impossibile competere sul terreno del marketing e dei saldi  con la potenza di fuoco dei grandi gruppi. Non ha dubbi <strong>Mattia Formenton</strong>, amministratore delegato de <strong>“Il saggiatore”</strong> che sempre su “La Repubblica” di qualche giorno fa stigmatizza “<em>questa legge consente libertà di sconto in un mercato caratterizzato dall’oligopolio, dunque favorisce chi è in grado di reggerlo meglio</em>”. Gli fa eco <strong>Gianrico Carofiglio</strong>, secondo cui la legge poteva essere più rispettosa dei piccoli.</p>
<p>La più combattiva resta la direttrice editoriale di<strong> “Nottetempo”</strong>, <strong>Ginevra Bompiani</strong> che il 14 luglio ha diramato alcune sue dichiarazioni molto critiche sulla legge Levi. Con tanto di appello accorato ai lettori e attacco diretto alla Mondadori.  Non va proprio giù alla Bompiani veder ridotto il libro ad una merce qualunque: “<em>Questa legge finge di arginare, ma in realtà ufficializza, la trasformazione del libro in merce d’occasione e delle librerie in spazi di promozioni commerciali</em>”. E ancora: “<em>Qualsiasi prodotto del mercato viene messo in saldo due volte l’anno, per permettere a negozi e produttori di liberarsi di merce deperibile. Il libro è stato sganciato dal mercato per poter essere svenduto undici mesi l’anno, e questo dal giorno in cui esce per tutta la sua breve esistenza. Vuol dire che il libro è considerato merce altamente deperibile, marcescibile, mai adeguata al suo valore</em>”.&#8221;<em>Questa legge è il miglior compromesso che si poteva strappare al maggior gruppo editoriale italiano, Mondadori, e dunque al suo proprietario, presidente del consiglio. Ancora una volta i suoi interessi dettano legge</em>” dice la Bompiani, che infine si appella al buon senso dei lettori.</p>
<p>E a loro che dice “<em>dovete sapere che la pioggia di sconti che ha investito il libro come una tempesta, privilegia i libri più commerciali dei gruppi editoriali nelle librerie di catene, per proteggerli dalla grande distribuzione nei supermercati. Dovete sapere che questi sconti, né gli editori né i librai indipendenti se li possono permettere. E che la legge fa sì che entrando in libreria siate spinti a comprare il libro più scontato e non il più interessante: quello che vogliono loro, non quello che volete voi</em>”. Il consiglio della Bompiani è dunque quello di entrare in libreria e di girare intorno alle pile delle promozioni, per scoprire “<em>dietro di esse quei libri che espongono il loro modesto prezzo pieno alla vostra intelligenza prima che alle vostre tasche</em>”.</p>
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		<title>Intervista a Claudiléia Lemes Dias</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 07:00:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Abbiamo raccontato del suo libro in una precedente segnalazione, dei racconti racchiusi in esso e di quanto strana è la realtà che sta attorno a questi extracomunitari che vivono nel nostro paese (che ci ostiniamo a leggere come estranei).
Con uno stile asciutto, che sotto certi aspetti ha il sapore esotico dei luoghi (e dei luoghi [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/claudileia-lemes-dias-intervista.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2143" title="Intervista a Claudiléia Lemes Dias" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/claudileia-lemes-dias-intervista.jpg" alt="Intervista a Claudiléia Lemes Dias" width="570" height="250" /></a></p>
<p>Abbiamo raccontato del suo libro in una precedente segnalazione, dei racconti racchiusi in esso e di quanto strana è la realtà che sta attorno a questi extracomunitari che vivono nel nostro paese (che ci ostiniamo a leggere come estranei).<br />
Con uno <strong>stile asciutto</strong>, che sotto certi aspetti ha il sapore <strong>esotico </strong>dei luoghi (e dei luoghi comuni) dei quali l’autrice ci parla, <strong>siamo stati trasportati in luoghi strampalati</strong>, tra maggiordomi trattati come schiavi e morti grattugiati, barconi che fermano davanti a spiagge nudiste e fughe disperate per il nostro paese. Tutti racconti che questa autrice ha raccolto a Roma, durante la sua attività editoriale (parte dello staff della stessa casa editrice che ha pubblicato il volume).</p>
<p>In “<strong>Storie di extracomunitaria follia</strong>” (<strong>Magrovie</strong>) di  <strong>Claudiléia Lemes Dias </strong>abbiamo a che fare con un patrimonio del mondo, divertente  ma di un umorismo diverso da quello al quale siamo abituati, valori culturali e verità acquisite nella permanenza dei personaggi (non solo verosimili, ma per ammissione della scrittrice stessa, veri) nel nostro paese.</p>
<p>Come la maggior parte delle storie alle quali abbiamo avuto a che fare ci siamo immersi in un punto di vista diverso dal nostro tenendo ben a mente quello che stavamo lasciando senza sapere a che cosa andavamo incontro. E, maggiormente delle esperienze di lettura precedenti <strong>abbiamo avuto la sensazione di un mondo particolarmente grande che sta attorno a noi</strong>, fatto di persone, di dignità, diritti, lotta, di diritto internazionale. E ci siamo fatti delle domande che abbiamo voluto porre a questa giovane scrittrice ma fortemente impegnata nel sociale e nel diritto internazionale, <strong>vincitrice del premio Lingua Madre 2008</strong>.</p>
<p>Ecco le domande che le abbiamo posto ed il ritratto che ne è emerso. In cui abbiamo toccato <strong>due grandi verità</strong>: che <strong>non esistono immigrati e locali ma solo persone,</strong> è stato così nei giovani paesi nati dalle colonie come il brasile, costruito pezzo su pezzo da italiani, tedeschi, francesi, abitanti di varie parti dell’africa, tutti brasiliani come nella nostra Italia che ha emigrato persone e arte come ha accolto altri popoli fino dai tempi dell’impero romani; e che<strong> il futuro (e la felicità) dipende solo da noi</strong>, se sapremo liberarci dalla pigrizia mentale di leggere solo quello che ci viene propinato dai giornali e vedere oltre, persino ad una vita maggiormente essenziale e vera.</p>
<p><strong>Se fosse solo questione di trattare tutti come italiani, per far sentire tutti il diritto ed il dovere di essere buoni cittadini?</strong><br />
<span style="color: #ff9900;"><strong><br />
Claudiléia, faccio subito una domanda furbetta sulla storia: alla fine della lettura ho avuto la netta impressione che il titolo fosse un po&#8217; confezionato attorno alla parola extracomunitario, tema caldo nei contorni dello stivale italiano. Ho avuto l&#8217;impressione che ci sia un titolo vero più profondo e complesso. Sbaglio? Che titolo era?</strong></span></p>
<p>“Storie di extracomunitaria follia” era un titolo latente, ancor prima di dedicarmi alla narrativa. Lessi proprio sul mio primo volo tra Sao Paulo e Roma “Storie di ordinaria follia” di Bukowski. Da subito arrivata in Italia sono stata bersagliata da informazioni giornalistiche del tipo: “romeno ubriaco investe italiano”, “festini per imprenditori a base di cocaina e trans brasiliane”  e vai col tango. Lo straniero che bucava la televisione o la carta stampata, non era una persona nella norma, insomma con una vita normale, ma un ubriacone assassino o una megera fallica che traviava uomini italiani di tutto rispetto. Nella stereotipicità dello straniero (ubriacone, trans, pusher) vi era qualcosa di folle, fuori dalle righe di un esistenza serena. E così il titolo di un libro letto sei anni prima, mentre venivo in Italia, è stato, con naturalità, “plagiato” e piegato a ciò che sentivo.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Tutto il volume, per la stessa ammissione di chi ha curato la prefazione, vuole essere un tributo alle persone che hai incontrato (molte di loro a Roma), nei tuoi viaggi e nelle tue esperienze di vita. Che cosa vorresti che rimanesse nel lettore dopo aver girato l&#8217;ultima pagina?</strong></span></p>
<p>Il desiderio di voler conoscere  nuovi sapori, nuove musicalità, nuovi linguaggi e non aver paura di mischiarle con i propri.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>E che cosa ci stai preparando di nuovo? Semmai narrato in prima persona?</strong></span></p>
<p>Sto ultimando un romanzo dal titolo  “Nessun requiem per mia madre”.  Contemporaneamente, sto perfezionando un saggio sul genocidio culturale degli africani in Brasile, che scrissi per un Master in Tutela Internazionale dei Diritti Umani, all’Università la Saipienza, nel 2007, e che sarà pubblicato sempre con la casa editrice Mangrovie Edizioni. Il romanzo viene narrato in prima persona ma il personaggio è maschile e la storia non è per niente autobiografica. Associo il “raccontare sé stessi” senza trasfigurazioni ad una forma di “narcisismo” che non mi appartiene. Il giorno in cui saprò dissociare le due cose, forse sarà più facile frugare ed amalgamare ricordi e sensazioni di Claudileia Lemes Dias, ammesso che meriti di essere raccontata.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/claudileia-lemes-dias.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2144" style="margin: 3px;" title="Claudiléia Lemes Dias" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/claudileia-lemes-dias.jpg" alt="Claudiléia Lemes Dias" width="225" height="300" /></a>Abbiamo letto nella storia di tante situazioni anche paradossali (leggasi anche extracomunitari che vanno ad attaccare locandine per la Lega sotto elezioni e devono anche stare alla larga dai loro comizi, anche solo per ringraziare del lavoro malpagato che gli hanno dato), in cui quello che rimane impresso non è la lotta per la sopravvivenza ma la superficialità degli italiani davanti a chi soffre. Che cosa pensi si sia perso nella gente? Il buon senso? Sovrastato dalla tolleranza anche dell&#8217;intollerabile?</strong></span></p>
<p>Non credo siano gli Italiani, intesi come popolo, ad aver perso il buonsenso, ma stranamente alcuni intellettuali (tra cui certamente numerosi giornalisti) e molti politici. I primi spesso creano appositamente dei nemici, non so se per far notizia o perché manovrati. I secondi cavalcano senza alcuna remora i timori della gente comune: la mancanza di sicurezza economica e sociale, quest’ultima spesso indotta ad arte dai mass-media, forse per distoglierli proprio da una indubbia crisi economica che si fa risentire soprattutto nella gente comune. Detto questo è vero anche la diffidenza verso ciò che non si conosce: il diverso, lo straniero, ma ritengo molto più facilmente superabile di quanto ci spingono a credere. Ho l’impressione che sia tornata di moda la politica del panem et circensis. Peccato che il pane stia finendo e che i vecchi leoni rimasti ruggiscano mezze verità.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Domandina di rito: raccontaci i segreti del come nascono le tue storie, come e quando scrivi? Giusto qualche piccolo segreto che stai maturando nella carriera da scrittrice che ti ha fatto vincere anche il premio lingua madre.</strong></span></p>
<p>Le domande di rito sono sempre le più difficili. Scrivo quando me la sento di scrivere, quando un fatto provoca la mia indignazione o mi commuove. Non sono molto prolifica e raramente scrivo di getto. Quando una storia mi appassiona voglio subito finirla, ma difficilmente rispetto le scadenze che mentalmente mi concedo. Scrivo, stampo, leggo e rileggo, taglio, cambio parole, chiedo il parere di mio marito, degli amici, ecc. Il risultato del mio lavoro, più di un racconto deve essere un emozione forte, qualunque essa sia. Lavoro sopratutto durante la notte, non solo per il silenzio ma anche per necessità. Mi definisco una “mamma che scrive” perché le mie giornate consistono nel fare i lavori domestici e prendermi cura delle mie bimbe di 11 mesi e 15 anni, quindi, quando mi metto a scrivere durante il giorno è un disastro, le interruzioni sono tante! Solo il tempo e il giudizio dei lettori dirà se effettivamente merito di essere considerata una scrittrice a tutto tondo.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>E, agganciandoci alla domanda precedente, che cosa deve avere una storia per te per essere raccontata? Emozione, trattamento?</strong></span></p>
<p>La storia deve sintetizzare normalità ed eccezionalità. Deve mostrasi all’inizio, nella mia mente, come una pietra grezza, ma già con tutta la sua potenzialità di bellezza, e pian piano comincio a sfaccettarla e trasformarla in una metafora della società che mi circonda. Non importa se nel cercare di conciliare questa dicotomia tra normalità ed eccezionalità abbia bisogno di trovare delle situazioni paradossali, comiche o tragiche. Sia ben inteso le mie storie non raccontano di eroi che si riscattano con gesta straordinarie, ma di uomini comuni che nell’anelare ad un’esistenza dignitosa fanno scelte umane e sincere quindi eccezionali.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Ed adesso vogliamo qualche confessione, il libro che abbiamo tra le mani non è solo un prodotto di fiction ma anche un&#8217;opera che parla ed implicitamente dice/denuncia, che parla del multietnico e ne da tante interpretazioni. Facendo una sintesi, qual è la definizione di multietnico che conosci sulla tua pelle e quella che sta sulla pelle degli italiani? Che cosa non abbiamo capito?</strong></span></p>
<p>In Brasile, appartenere a diverse etnie è la norma, ecco perché un brasiliano si sente un cittadino del Mondo. Nelle città brasiliane si vedono le più diverse tonalità della pelle e si dà per scontato che siano tutti brasiliani. Non esiste la paura dello straniero, del diverso, perché ognuno è diverso dall’altro. La letteratura del Brasile è frutto di persone che provenivano dall’Angola, dal Congo, dall’Italia dalla Germania, veramente da ogni parte del mondo, ma è considerata indistintamente brasiliana. Eppure la storia del Brasile ha solo 500 anni, la vostra più di 2000 ed è passata attraverso mescolamenti ben maggiori dei nostri. Sono certa che nei ricorsi storici questo è già avvenuto per l’Italia e avverrà nuovamente con risultati del tutto straordinari.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Nell&#8217;intervista che abbiamo trovato in rete per la premiazione per lingua madre hai parlato di multietnico e delle direzione inesorabile nella quale anche l&#8217;Italia si sta dirigendo. Tu che vieni da un luogo davvero multietnico raccontaci il futuro che ci aspetta e che nella nostra cecità (leggasi anche arretratezza vera o supposta per motivi politici) non riusciamo a vedere.</strong></span></p>
<p>Penso che la storia metta sempre i puntini sulle “i”. L’Italia non è diventata multietnica con l’arrivo dei barconi dall’ Africa (tanto per parlare di un luogo comune secondo il quale tutti gli immigrati sono disperati) o dei filippini (considerati i primi immigrati). La vostra storia è lunghissima e degna di essere conosciuta e compresa. Avete dato un contributo immenso alle arti, alle leggi, alle scienze in generale ed ora è arrivato il momento di riprendere il timone della barca e continuare a dare il meglio che avete. Non si tratta di cecità, ma di pigrizia nell’impegnarsi a ricordare. Mario Quintana, un grande poeta brasiliano, diceva che l’uomo aveva inventato la ruota per la pigrizia di camminare… Speriamo bene.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Chi è Claudileia Lemes Dias oggi? E domani, fra dieci anni? Oggi una scrittrice e domani un&#8217;attivista per i più deboli?</strong></span></p>
<p>La Claudileia di oggi non sa darti una risposta. Non mi vedo fra dieci anni, ma fra quaranta, con la casa piena di nipotini multicolori che mi distruggono la biblioteca, declassata a roba da vecchi.<br />
<span style="color: #ff9900;"><strong><br />
Vorrei chiederti qualche domanda innovativa, ipad e i suoi fratelli. Che idea ti sei fatta di tutta questa rivoluzione digitale che sta trasformando i book in ebook? Prederemo il fascino dello sfogliare la carta? </strong></span></p>
<p>Assolutamente no. Penso che ad un certo punto l’uomo si stuferà di tutta questa benedetta tecnologia che gli viene rovesciata addosso e cercherà di prendere solo quel che gli è essenziale per comunicare in modo efficace. L’Ipad non è neanche pratico, direi che per ora è solo un simbolo di status che domani costerà due lire. Rispetto gli affezionati delle novità tecnologiche ma non c’è nulla di paragonabile alla lettura di un buon libro fatto di carta con impatto ambientale zero, intendiamoci.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Matureremo nuovi immaginari dietro al libro in un mondo pieno di nuove possibilità?</strong></span></p>
<p>Certamente. Ci sono possibilità positive e negative. Un libro po’ soltanto elencare quali sono e la loro conseguenza.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Dopo aver parlato di storie ed editoria digitale, come immagini la letteratura di domani?</strong></span></p>
<p>Penso che ci sarà un ritorno della grande narrativa. Oramai molti scrivono nella speranza che il libro diventi un film, senza curarsi della bellezza di parole che rischiano di morire.  È molto più facile catturare l’attenzione del lettore quando i fatti sono narrati in modo dinamico ed essenziale, ma non credo sia questo il futuro. Se penso che l’ Accademia Brasiliana delle Lettere è stata fondata da portoghesi, italiani e francesi e che il suo più illustre membro e primo presidente è stato il grandissimo Machado de Assis, un mulatto balbuziente e timido, considerato uno dei grandi della letteratura universale, mi metto l’anima in pace. Ci aspettano anni effervescenti.</p>
<p><span style="color: #ff9900;"><strong>Sei felice? Lo sarai?</strong></span></p>
<p>Se la felicità è la somma delle piccole gioie quotidiane, mi ritengo non solo una persona felice ma anche fortunata. Se lo sarò in futuro? Dipende soprattutto da me.</p>
<p>Informazioni sul volume:<br />
Titolo: <strong>Storie di extracomunitaria follia</strong><br />
Autore: Lemes Dias Claudiléia<br />
Prezzo: € 12,00<br />
Pagine: 200 p.<br />
Editore: Mangrovie</p>
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		<title>Un&#8217;adorabile coppia, il best seller di 50 anni fa</title>
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		<pubDate>Wed, 07 Jul 2010 15:08:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabina Prestipino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E dopo “Zia Mame” prosegue l’operazione “Vintage” su Tanner III. Lo strano caso del dr. Dennis e della signora Rowans.

E’ stato  riscoperto dal pubblico  grazie al libro “Zia Mame”, uno dei successi della scorsa estate della scuderia Adelphi. E’ Patrick Dennis, uno degli pseudonimi di Edward Everett Tanner III, autore di best seller negli anni [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/tanner3.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2137" title="tanner3" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/tanner3.jpg" alt="" width="570" height="250" /></a><em>E dopo “Zia Mame” prosegue l’operazione “Vintage” su Tanner III. Lo strano caso del dr. Dennis e della signora Rowans.</p>
<p></em></p>
<p>E’ stato  riscoperto dal pubblico  grazie al libro <strong>“Zia Mame”</strong>, uno dei successi della scorsa estate della scuderia<strong> Adelphi</strong>. E’ <strong>Patrick Dennis</strong>, uno degli pseudonimi di <strong>Edward Everett Tanner III</strong>, autore di best seller negli anni ’50 e che ora ritorna in libreria grazie a <strong>Mursia</strong> con <strong>“Un&#8217;adorabile coppia”</strong>, questa volta con l’altro suo pseudonimo <strong>Virginia Rowans</strong>.<br />
Si tratta di un romanzo pubblicato oltreoceano nel 1956 (del resto lo scrittore scomparve esattamente 20 anni dopo).</p>
<p><strong>“Un’adorabile coppia”</strong> scalò la classifica dei best seller e, cosa ancorà più curiosa, tallonò da vicino <strong>“Zia mame”</strong> e <strong>&#8216;”Guestward Ho!”,</strong> firmati Patrick Dennis.  E all’epoca nessuno sospettava che Dennis e Rowans fossero in realtà la stessa persona.</p>
<p>Ben presto però lo scoprirono invece gli editori italiani.  Narrano alla Mursia che negli anni &#8216;50 il proprietario <strong>Ugo Mursia</strong> chiese l&#8217;opzione per il romanzo della Rowans e le altre opere di Patrick Dennis e poco dopo a firmare il contratto per entrambi fu proprio Edward Everett Tanner III. Fu così che “Un’adorabile coppia” arrivò nel 1959 nelle librerie nostrane con il titolo <strong>“Una coppia a New York”</strong> libro <em>&#8221;rigorosamente double face come nell&#8217;edizione americana&#8221;</em>. Da una parte la versione di lei, la moglie, dall&#8217;altra quella del marito che raccontano la crisi matrimoniale. Stessa crisi, ma da punti di vista diametralmente opposti e a rinforzare il divertisement letterario la doppia copertina, che annunciava un doppio  verso di lettura, secondo la volontà dello scrittore deciso a rimarcare anche graficamente il gioco narrativo. Gioco narrativo che viene riproposto nella nuova versione del libro, distribuita a partire dal 21 giugno scorso.</p>
<p><strong>Fiorenza Mursia</strong> racconta come è nata questa operazione “vintage”. “<em>Incuriositi dal rinnovato successo di Zia Mame abbiamo aperto i nostri archivi dove, nei falconi degli anni Cinquanta, è custodita la documentazione della pubblicazione di Tanner III nel nostro Paese</em> – confida all’Ansa &#8211; <em>Anche allora le trattative erano serrate, giocate in punta di percentuale, e già all&#8217;epoca gli editori erano interessati a eventuali versioni cinematografiche dei libri&#8221;</em>. Edward Everett Tanner III all’epoca era una vera star delle top ten dei libri. &#8221;<em>Dopo l&#8217;uscita per Bompiani di Zia Mame e il conseguente successo del libro, le trattative tra editori per accaparrarsi l&#8217;opera di Dennis/Rowans si fecero più  frenetiche</em> – osserva  Fiorenza Mursia &#8211; <em>agli inizi degli anni Sessanta tutto si spegne: la stella di Tanner III declina</em>. <em>L&#8217;Italia stava cambiando. C&#8217;erano le manifestazioni contro il governo Tambroni, la società si faceva conflittuale e c&#8217;era poco spazio per il mondo petillant, dorato e comico raccontato da Tanner</em>”.<br />
Ma l’ironia e la ferocia coniugale non mostrano più di tanto i segni del tempo.</p>
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		<title>Gli italiani ti accoglieranno a braccia aperte!</title>
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		<pubDate>Mon, 05 Jul 2010 07:00:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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Esistono storie fatte giusto per esprimere un determinato concetto che spesso solo immergendo il lettore nella storia si possono capire. “A braccia aperte” (Edizioni Ambiente) dell’Atomico Dandy Piersandro Pallavicini, è una di quelle in cui il titolo è esattamente una botta di sarcasmo che faresti ad un amico che sta ha deciso di lavorare in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/braccia-aperte-piesandro-pallavicini-ambiente-edizioni.jpg"><img class="aligncenter size-full wp-image-2133" title="A braccia aperte - Piersando Pallavicini - Edizioni Ambiente" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/07/braccia-aperte-piesandro-pallavicini-ambiente-edizioni.jpg" alt="A braccia aperte - Piersando Pallavicini - Edizioni Ambiente" width="570" height="250" /></a></p>
<p>Esistono <strong>storie </strong>fatte giusto <strong>per esprimere un determinato concetto</strong> che spesso solo immergendo il lettore nella storia si possono capire. “<strong>A braccia aperte</strong>” (<strong>Edizioni Ambiente</strong>) dell’Atomico Dandy <strong>Piersandro Pallavicini</strong>, è una di quelle in cui il titolo è esattamente una botta di sarcasmo che faresti ad un amico che sta ha deciso di lavorare in Italia: “…che ti accoglieranno a braccia aperte!”</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">Il libro</span></strong><br />
La sinossi che ci riporta IBS parla di <strong>Samuel Badjang</strong>, che non è più africano e non sarà mai italiano. Chiamato dottor Bad è oggi un bravo e rispettato chirurgo ospedaliero, laureato in medicina a Milano. La sua vita da «<strong>bianco acquisito</strong>» procede senza strattoni, nello stereotipo delle persone di colore, nello stereotipo delle donne bianche che hanno a che fare con un piacente dottore di colore. La sua vita subisce uno <strong>stravolgimento</strong> con l&#8217;<strong>incontro con Gaelle</strong>, la <strong>figlia </strong>mai conosciuta, camerunese come lui, anche lei arrivata in Italia per studiare ma in procinto di scivolare inesorabilmente verso la <strong>clandestinità </strong>per lo scadere dei permessi.<br />
Si ritrova il padre che non è riuscito ad essere in Camerun e cerca di capire come fare per tenerla con se, ma sbatte la faccia contro la <strong>legge </strong>sui flussi chiamata <strong>Bossi-Fini</strong> con tutti i suoi paradossi che impongono a chi arriva di avere un lavoro (che non riesce a cercare visto che non è ancora arrivato, che dovrebbe essere cercato in improbabili vacanze nel nostro paese semmai).<br />
In una Italia paradossale, alla quale abbiamo fatto l’abitudine, si trova a fronteggiare leggi e la maniera di aggirarle, uffici e persone che possono o non possono fare delle cose in funzione della motivazione che viene data loro, e in questo caso il solito stereotipo dell’uomo piacente nero nei confronti di una responsabile appesantita e che dichiara di essersi fatta furba, risolve la questione lasciando un certo amaro in bocca, sulla natura di chi siamo, su chi sono questi loro che arrivano, di che cosa portano con se dal loro paese di origine.</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">L’autore</span></strong><br />
Abbiamo parlato di questo autore numerose volte con diversi libri sempre incentrati sull’immigrazione, su storie al limite, a descrivere altre realtà diverse forse nei modi e nelle parole ma sempre fatte di persone con i nostri stessi sentimenti. Non mi pare che l’esuberante protagonista del libro di questa segnalazione non sia tanto diverso da tanti altri uomini nostrani consci della loro bellezza. Riportiamo quanto segnala wikipedia <a title="Piersando Pallavicini - Wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Piersandro_Pallavicini" target="_blank">qui</a>.<br />
“<em>Piersandro Pallavicini (Vigevano, 1962) è uno scrittore e ricercatore universitario italiano. Ha iniziato a produrre racconti pubblicati su riviste online negli anni &#8216;90, tra cui Fernandel, per i cui tipi è uscita la sua raccolta di racconti Anime al neon nel 2002. I suoi ultimi romanzi sono Madre nostra che sarai nei cieli (2002), Atomico Dandy (2005) e African Inferno (2009), tutti editi da Feltrinelli. In quest&#8217;ultimo in particolare Pallavicini esamina il problema dell&#8217;immigrazione africana in Italia, in particolare ambientando il romanzo nella provincia italiana, a Pavia.</em>”</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Le nostre braccia aperte</strong></span><br />
È una storia semplice, di persone che cercano una vita migliore e la loro personale normalità in un mondo a cui rimane molto poco di umano. Come dice l’autore stesso è una storia finemente basata sulle leggi in vigore nel nostro paese in fatto di immigrazione. Leggi difficili, superficiali, che recitano sulla carta una cosa e che nella realtà funzionano in tutt’altra maniera, in cui vincono solo quelli che si fanno furbi, fottono il prossimo, fino alla definizione letterale del termine. Tutto sommato è una storia particolarmente semplice, ciò che la rende avvincente è il leggere come ogni evento diventi complicato per una burocrazia superficiale e razzista più a regolare i flussi migratori ideologici dell’opinione pubblica che di quei disperati in cerca di un po’ di fortuna.<br />
Le pagine che Pallavicini ci offre sono un documentato viaggio fuori dalla nostra realtà di cittadini per entrare in quella di coloro che vivono assieme a noi ma questo diritto non lo possono vantare (pare sempre più con forza) in uno stato arretrato che ha anche accettato una dichiarazione come quella del nostro premier che immagina una Italia non multiculturale. E pensare che questo nostro paese è sempre stato terra di integrazione, di convivenza, da quando viveva un impero come quello romano a tutti i frastagliati staterelli degli ultimi secoli, sempre a metà strada, sempre tra genti diverse da rendere anche noi stranieri. Abbiamo perso la memoria così facilmente.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>Informazioni sul volume</strong></span><br />
Titolo:A braccia aperte<br />
Autore: Pallavicini Piersandro<br />
Prezzo: € 16,00<br />
Pagine: 232<br />
Editore    : Edizioni Ambiente  (collana Verdenero. Romanzi)</p>
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		<title>Il ritorno di To Spirit, a mani vuote</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 09:26:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabina Prestipino</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/06/to_spirit2010.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-2128" title="Torino Spiritualità" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/06/to_spirit2010.jpg" alt="" width="570" height="250" /></a>&#8220;Gratis, il fascino delle nostre mani vuote</strong>&#8220;: è questo il tema della<strong> VI edizione di Torino Spiritualità</strong> (<em>22-26 settembre 2010)</em>. E visti i tempi di vacche magre non si poteva scegliere tema più azzeccato.<br />
C&#8217;è  poi chi ironizza su <strong>Laura Parigi</strong>, dominus del Circolo dei Lettori di Torino e organizzatrice della manifestazione, chiedendosi se per caso un titolo del genere non sia una forma di captatio benevolentiae nei confronti del neo assessore regionale alla Cultura Michele Coppola, che non perde occasione per enunciare i suoi propositi di tagli e potature nel mondo della cultura sabauda.</p>
<p>Al di là delle facili ironie, il festival Torino Spiritualità quest’anno guarda effettivamente ad un approccio meno materialistico della vita e del benessere, con in primo piano la filosofia e il misticismo orientale. Come a dire che “ mani vuote” non è necessariamente una locuzione negativa. La formula del festival, ormai consolidata negli anni è quella  di coinvolgere il pubblico con dialoghi, letture, lezioni e seminari  per riflettere sui diversi significati del dono, del gesto gratuito, delle azioni che non aspettano nulla in cambio.</p>
<p>Tra gli ospiti di punta attesi a Torino ci sarà ad esempio l’ex biologo molecolare francese <strong>Matthieu Ricar</strong>d, oggi monaco buddista in Nepal, nonché fotografo e autore di successo. E’ lui l’autore de <em>“Il gusto di essere felici”</em> edito in Italia l’anno scorso da Sperling &amp;Kupfler. Ma a preparare il terreno a Ricard sarà un altro monaco, in arrivo a Torino il<em> 17 settembre</em> per essere il protagonista della tradizionale Anteprima di Torino Spiritualità, che si svolge come di consueto al Teatro Carignano. Si tratta del tibetano, noto in tutto il mondo, <strong> Sogyal Rinpoche</strong>, autore de “Il libro tibetano del vivere e del morire”.</p>
<p>Impossibile citare tutti gli ospiti eccellenti che passeranno da Torino: da <strong> Massimo Cirri a Gherardo Colombo, da Massimo Gramellini a  Carlo Petrini,</strong> solo per fare qualche nome.</p>
<p>Tre le sezioni che caratterizzano l’edizione 2010 di Torino Spiritualità. Fa il suo debutto <strong>Duemila10.com_andamenti</strong>, ideato da Michele Di Mauro per lanciare una discussione laica e artistica sulla validità e attualità del decalogo biblico. Lo scrittore Fabio Geda, in collaborazione con il regista Roberto Tarasco è il deux ex machina di<strong> “Con</strong><em><strong>vivi 3.0”</strong> </em>, che promette “riti collettivi e momenti di convivialità”. E last but not least ci saràla sezione <strong>“Azioni concrete contro lo spreco”</strong>, incentrata sul tema degli sprechi alimentari e sui modelli di consumo consapevole. Un percorso che culminerà, <em>sabato 25 settembre</em>, in Piazza Carignano, con una cena collettiva per mille persone preparata con cibo recuperato da eccedenze di produzioni agro-alimentari, di mercati e ipermercati, realizzata in collaborazione con <em>Slow Food. </em>Sarà questo una sorta di antipasto <em>Terra Madre</em>, che aprirà i battenti in ottobre.</p>
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