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	<title>pura lana di vetro</title>
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	<description>cultura che non infeltrisce</description>
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		<title>Lo sguardo dell’altro</title>
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		<pubDate>Wed, 27 May 2009 09:50:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[“Lo sguardo dell’altro” è una manifestazione che vuole raccogliere i lavori di autori in erba, stranieri e che scrivono in italiano. Obiettivo, oltre a permettere di veder pubblicato il proprio lavoro dalla casa editrice Tracce Diverse, è poter arricchire lo scenario italiano di autori che vogliono parlare del proprio paese e delle proprie tradizioni o parlare dei grandi temi con un occhi critico diverso, esattamente lo “Sguardo dell’altro”]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 130px"><img title="Concorso “Lo sguardo dell’altro” " src="/wp-content/uploads/_old/20060531/losguardodellaltro_p.jpg" alt="Concorso “Lo sguardo dell’altro” " width="120" height="203" /><p class="wp-caption-text">Concorso “Lo sguardo dell’altro” </p></div>
<p>Partiamo in maniera scoppiettante e trasformiamo questo documento come se fosse uno slogan. Sei immigrato in Italia? Pensi di aver qualcosa da dire e lo vuoi raccontare in italiano? Partecipa al concorso “Lo sguardo dell’altro” che sta raccogliendo contributi fino alla fine del prossimo giugno, una manifestazione che vede il patrocinio della città di Torino, Regione Piemonte, Regione Campania ed Anci.<br />
Leggendo le parole del bando di concorso scaricabile dal sito dell’editrice Tracce Diverse possiamo leggere “Scegliere di scrivere in una lingua che non è quella materna significa accogliere come proprio il mondo che quella lingua crea. Con questa lingua ibrida e per certi versi in-audita,“l’altro” ci parla: parla a noi e di noi. Ma calarsi in una lingua che non è quella madre può essere un gioco o anche un dramma a cui la vita costringe… Prestiamo attenzione perciò a ciò che hanno da dire gli scrittori stranieri che si cimentano nella lingua italiana, perchè la arricchiscono di associazioni odori e mondi inediti che potremmo cogliere cristallizzati nelle loro parole.”<br />
Ed è con queste parole che Tracce Diverse, editrice che dalla sua costituzione ha deciso di porre in primo piano le voci emergenti della letteratura italiana, ha dato un occhio a questa nostra Italia scoprendo che non siamo più gli stessi dei film di Sordi degli anni 50, ma tra di noi ci sono famiglie e persone provenienti da realtà e società molto diverse dalla nostra, che hanno lasciato la loro terra per cercare fortuna e lavoro nel bel paese, portando forza lavoro ma anche arricchendo di nuovi elementi la nostra società.<br />
È giusto sapere, anche a fronte dei tesi rapporti internazionali tra mondo occidentale ed arabo odierno, quale mondo si cela dall’altra parte e fare chiarezza. Questo concorso vuole proprio raccogliere le testimonianze, i sogni, le esperienze, i problemi di queste persone che vogliono partecipare alla manifestazione. Il macrotema della manifestazione di quest’anno è la “migranza” e sono due le categorie in cui partecipare. C’è una sezione “racconti” per lavori dattiloscritti  fino alle 10 cartelle e “Romanzi” per lavori fino alle 200 cartelle dattiloscritte. Le opere devono essere scritte rigorosamente in italiano ed i vincitori premiati da una giuria di autori italiani ed internazionali, vedranno pubblicati i propri lavori il prossimo autunno senza dover esporre nessuno costo e riceveranno un premio alla serata finale.<br />
Ai link allegati è possibile scaricare la locandina ed il bando di concorso con il quale aderire al concorso, con il proprio lavoro ovviamente!</p>
<p><strong><span style="color: #ff6600;">LINK</span></strong></p>
<p><a title="www.traccediverse.com" href="http://www.traccediverse.com" target="_blank">http://www.traccediverse.com</a></p>
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		<title>Il Diario da Baghdad di Karim Metref</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Nov 2006 09:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quando le elezioni di medio termine americane stanno osannando di nuovo i benefici di quella guerra in Iraq scatenata in assenza di prove, diamo uno sguardo a “Caravan to Baghdad” (in uscita attorno a Natale per Tracce Diverse) di Karim Metref che ha voluto essere in quelle terre e documentare le cicatrici delle bombe e l’incapacità di scalfire l’orgoglio della popolazione, portando un documento che ci vuole far pensare, riflettere e leggere quello che spesso i grandi organismi di stampa non riportano, una motivazione ci deve essere. 

Caravan to Baghdad – Karim Metref – Edizioni Tracce Diverse]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 262px"><img title="Caravan to Baghdad – Karim Metref – Edizioni Tracce Diverse" src="/wp-content/uploads/_old/20061106/caravabaghdad.jpg" alt="Caravan to Baghdad – Karim Metref – Edizioni Tracce Diverse" width="252" height="148" /><p class="wp-caption-text">Caravan to Baghdad – Karim Metref – Edizioni Tracce Diverse</p></div>Partiamo da molto lontano, e per l&#8217;esattezza dagli Stati Uniti d&#8217;America che  in questi giorni sta dibattendo per le imminenti elezioni di medio termine.  Facendo zapping con il telecomando spunta l&#8217;editoriale di un personaggio che  pare essere molto conosciuto da quelle parti ma totalmente ignoto nel bel paese.  Questo editoriale recitava che è vero che l&#8217;America ha deciso di attaccare  quando le armi di distruzione di massa non erano ancora state trovate, ma che  questa decisione coraggiosa ha permesso di portare un regime democratico in un  paese che prima era sotto una dittatura, che ora, &#8220;dopo le prime elezioni  democratiche del paese&#8221; c&#8217;è un parlamento che per la prima volta ha una buona  porzione di quote rosa, che insomma, ora, grazie all&#8217;intervento del gendarme del  mondo si sta decisamente-meglio. Ma come stanno veramente le cose? Sul versante  americano possiamo tornare indietro anni per vedere atti e sotterfugi per  giustificare questa guerra, sul versante orientale possiamo solo cercare la voce  di chi c&#8217;era, che forse ci può portare la sua testimonianza ed aggiungere un  tassello alla chiarezza che dovrebbe essere fatta.<br />Parliamo di <em>Karim  Metref</em> e del suo &#8220;<em><strong>Caravan to Baghdad</strong></em>&#8221; (in uscita  per Natale con <em>Tracce Diverse</em>) in cui c&#8217;è la testimonianza del viaggio  che questo autore ha intrapreso verso la capitale dell&#8217;Iraq portando il  paesaggio sfigurato negli squarci delle bombe ma non nell&#8217;orgoglio della  popolazione. Giuliana Sgrena ha dichiarato di questo libro: &#8220;Attraverso queste  immagini &#8211; foto o racconti &#8211; si scopre una realtà sconosciuta che si insinua  dentro l&#8217;intimità della gente, non rivelata dai grandi media, ma molto più utile  per capire la situazione in Iraq, il conflitto, le responsabilità di chi ha  sostenuto la guerra e l&#8217;occupazione. <br />&#8220;Questo libro dunque va oltre la  testimonianza, solleva interrogativi, sollecita una presa di coscienza. Di  fronte alla devastante povertà, al fenomeno in aumento dei bambini di strada.  Quello che ci viene presentato è un popolo, quello iracheno, che ha perso lavoro  e ricchezza, ma non dignità e orgoglio&#8221;.<br />Questa pubblicazione si vuole  aggiungere a quelle di quegli autori che, armati dalla voglia di dire la verità,  di far sapere che cosa sta dietro alle belle parole dei media, porta una  preziosa testimonianza correlata dalle fotografie di Bruno Neri, responsabile  dei programmi in Iraq per la fondazione Terres des Hommes Italia dal 2003 e che  precedentemente ha lavorato nei Balcani ed in Asia sempre in situazioni di  emergenza o conflitto.<br />Karim Metref, insegnate algerino per dieci anni,  classe 1967,  impegnato da subito nella militanza per i diritti culturali dei  Berberi e per l&#8217;accesso ai diritti democratici in Algeria ha sempre  sentito  molto importante la scrittura  come maniera di affermare e combattere per i  diritti, facendo del giornalismo uno strumento per veicolare le sue convinzioni  politiche e le nuove forme di pedagogia. Tra le sue opere c&#8217;è &#8220;Tislit n Wanzar&#8221;,  novella per ragazzi in lingua berbera (Algeria, 1997), e &#8220;Quando la testa  ritrova il corpo&#8221;, manuale di giochi educativi per le scuole dell&#8217;infanzia, con  Sigrid Loos, (Ega- Torino). È anche autore di &#8220;Il ritorno degli Aarch &#8211; i  villaggi della Cabilia scuotono l&#8217;Algeria&#8221; (video 60&#8242; ed. Metissart &#8211; Carta).  Non solo,  ha pubblicato articoli e dossier su numerose riviste come Carta,  Cem-mondialità, Guerre e Pace, Diario e DeriveApprodi, nonché sui siti delle  agenzie Migranews e di Peacereporter. Ha lavorato come animatore radiofonico  presso Radio Torino Popolare nella trasmissione &#8220;Babalasala&#8221; poi &#8220;Mondonotizie&#8221;,  entrambe dedicate al mondo dell&#8217;immigrazione. Sempre con Traccediverse è in  uscita &#8220;Tagliato per l&#8217;esilio&#8221; dove già dal titolo la migrazione è ancora al  centro della discussione.<br />Ci sono tutti i presupposti per un successo, anche  se fare maggiore chiarezza oggi, è forse già un successo.</p>
<p>Informazioni sul libro:<br />Titolo: <strong>Caravan to Baghdad</strong><br />Autore: Karim  Metref<br />Editore: Tracce Diverse<br />Prezzo: 15 euro</p>
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		<title>Intervista a Mohammed Lamsuni</title>
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		<pubDate>Wed, 11 Oct 2006 23:39:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Sabina Prestipino</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Per i torinesi Porta Palazzo è un luogo di forte incontro non solo di persone ma anche di tradizioni e culture differenti. In questa mistura di persone arrivate in Italia, il marocchino Mohammed Lamsuni, autore di riferimento tra quelli che hanno scelto la lingua italiana per le storie che documenta con il proprio lavoro, ha incentrato il suo “Porta Palazzo Mon Amour”, edito dalla torinese Tracce Diverse, in cui parla sia di chi viene da Fuori che da Dentro, di coloro che cercano la maniera di sopravvivere e di sognare un domani migliore. Abbiamo raggiunto per posta elettronica l’autore che ha voluto rispondere ad alcune domande. 

Porta Palazzo Mon Amour – Mohammed Lamsuni – Tracce Diverse]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 130px"><img title="Mohammed Lamsuni" src="/wp-content/uploads/_old/20061016/mohammedlamsuni_p.jpg" alt="Mohammed Lamsuni" width="120" height="181" /><p class="wp-caption-text">Mohammed Lamsuni</p></div>Come viene scritto nella presentazione del libro sul sito internet del suo editore &#8211; la torinese Tracce Diverse &#8211; &#8220;Mohammed Lamsuni sa sfidare ed è capace di trasferire il suo coraggio ai suoi personaggi per far loro testimoniare l&#8217;indifferenza e l&#8217;ingiustizia. Lui urla la sua ribellione contro il sistema, contro la società, contro gli ipocriti e contro gli sfruttatori con il coraggio del testimone e per dare voce a chi non ce l&#8217;ha. Porta Palazzo per lui diventa l&#8217;ombelico del mondo. Non si tratta del mercato, quanto della Babele che racchiude in sé sguardi e voci che si mischiano tra di loro per formare un quadro dipinto con i colori del tempo e della memoria. Delinquenti e spacciatori, prostitute e imam, clandestini e commercianti arricchiti, macellai e intellettuali sono tutti nello stesso quadro della piazza, che cresce e s&#8217;innalza per diventare un pianeta fatto volti, spesso sognanti, con lo sguardo stanco e triste di occhi che non dormono.&#8221;<br />Questo è &#8220;Porta Palazzo Mon Amour&#8221; del marocchino Mohammed Lamsuni, punto di riferimento della letteratura della migrazione italiana e punto di riferimento della letteratura come testimonianza del reale e dei suoi paradossi. A seguito della pubblicazione della sua opera abbiamo raggiunto questo autore, che dal 1990 vive a Torino e ha scelto la lingua italiana per il proprio lavoro. Lamsuni ci ha concesso una succosa serie di risposte aprendo un mondo fatto di letteratura ma anche di forte impegno e chiarezza su quello che abbiamo attorno.</p>
<p><strong>Ho trovato molto bello il concetto di scrittura come delazione. Potrebbe spiegarlo nei dettagli ai nostri lettori?</strong></p>
<p>A dire il vero e per essere giusto e probo con il lettore e con me stesso devo dire che questo concetto di scrittura-delazione non è una idea nuova o originale. Il concetto è antico e la critica moderna ha evidenziato questo aspetto in modo ampio. Si! Lo scrittore è un delatore: denuncia e riferisce fatti o discorsi degli altri. Ma cos&#8217;è il romanzo-racconto nella sua essenza se non questo sparlare, tagliare i panni addosso a qualcuno? Personalmente, quando scrivo sulla vita degli immigrati, degli imam corrotti e di coloro che si arricchiscono illecitamente, ad esempio, non faccio che questo. E mi passano per la mente degli esempi: Balzac, Moravia, Steinbeck, Zola, Miller, Dostoiveski hanno descritto/esibito loro stessi e gli altri. Questo sembra paradossale per quanto sappiamo che la letteratura in fondo veicola il vecchio ideale greco: la verità, il bene e la bellezza, ed è così: la scrittura è un atto liberatorio di resistenza ma, implicitamente, contiene la delazione che soffia sul fuoco e sul vento.</p>
<p><strong>Dalle citazioni all&#8217;inizio del libro, sembra che lei conosca molto bene la nostra letteratura. Inoltre nell&#8217;introduzione al volume si fa cenno al verismo francese dell&#8217;800. quali sono stati gli scrittori italiani e stranieri a cui si ispira? Quali sono i romanzi su cui si è formato?</strong></p>
<p>Noi, in Marocco, studiamo l&#8217;arabo e il francese dalla scuola elementare. Adolescente, mi sono innamorato della lettura, il mio primo amore. Ricordo che, come testo di studio alla quinta elementare, avevamo &#8220;I miserabili&#8221; di Victor Hugo. È  il primo grande romanzo che mi ha convertito alla religione letteraria. Avevo quattordici anni e cominciavo a leggere i libri tradotti in arabo. Il primo libro italiano che ho letto è &#8220;Le memorie di Casanova&#8221;! Subito dopo, ho scoperto Moravia. Quando ero in Francia, per lavorare e studiare per un periodo di dodici anni (1970-1982), ho letto Calvino, altri libri di Moravia, la poesia italiana e ho scoperto Dino Buzzati. Adoro Buzzati. Credo che &#8221; Il deserto dei Tartari &#8221; sia tra i più grandi romanzi del XX° secolo accanto a &#8220;Lo straniero&#8221; di Camus, la &#8220;Lolita&#8221; di Nabokov, &#8220;Cento anni di solitudine&#8221; di Marquez, &#8220;La gente di Dublino&#8221; di Joyce, &#8220;Il ladro e i cani&#8221; dell&#8217;egiziano Mahfuz e altri. Certi critici, sapendo che ho studiato letteratura francese all&#8217;università e che ho vissuto a lungo in Francia, hanno voluto a tutti i costi  rilevare l&#8217;influenza francese sulla mia scrittura. Ma no! È vero che sono più vicino al pensiero francese che a quello anglo-sassone, ma la mia formazione culturale e letteraria di base è universale. <div class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><img title="Porta Palazzo Mon Amour – Mohammed Lamsuni – Tracce Diverse" src="/wp-content/uploads/_old/20061016/portapalazzoMonamour.jpg" alt="Porta Palazzo Mon Amour – Mohammed Lamsuni – Tracce Diverse" width="300" height="350" /><p class="wp-caption-text">Porta Palazzo Mon Amour – Mohammed Lamsuni – Tracce Diverse</p></div>Ho avuto la fortuna di imparare una cosa importantissima da giovane: secondo la tradizione letteraria araba, per essere poeta, è necessario  imparare a memoria 10000 versi per poi dimenticarli per trovare il nostro particolare stile. Io, ho seguito questa regola d&#8217;oro. Siccome all&#8217;inizio leggevo tutto senza distinguere: i russi Puskin, Lermentov, Tchekhov, ecc, gli americani Hemingway, Faulkner, H. Miller, ecc, l&#8217;inglese S. Maugham…, i tedeschi Grass, Bõll, Rillke, la letteratura spagnola e la latino-americana e ovviamente la nostra letteratura araba vecchia di 17 secoli. <br />Certo, il mio incontro con la lingua italiana nel 1990 mi ha arricchito ancora di più e lo spazio spirituale è diventato vastissimo. Ad esempio, mi piace &#8220;il montaggio&#8221; di U. Eco nel &#8220;Il nome della rosa&#8221; e &#8220;Il pendolo di Foucault&#8221;. Il mio maestro? Lo sono tutti questi giganti della letteratura mondiale: da Balzac agli scrittori d&#8217;oggi. Non ci sono confini. Amo i racconti dell&#8217;israeliano Abraham B.Yehoshua, e lo dico anche se questo non piace ai nostri integralisti-fanatici barbuti.  Sono cosmopolita, cittadino del mondo, un comunista &#8220;strano&#8221; che coniuga islam e marxismo; sono musulmano democratico e razionale come il grande maestro Averroe. Insomma, sono un Uomo che crede soltanto alla complessità della cosa umana. Odio soltanto l&#8217;ipocrisia.</p>
<p><strong>I suoi connazionali hanno letto il libro? E se sì come l&#8217;hanno accolto?</strong></p>
<p>Certo! I più colti l&#8217;hanno accolto con ammirazione e orgoglio. Penso a Souad Sbai, presidente dell&#8217;unione dei marocchini in Italia, che ha fatto girare via e-mail in tutta l&#8217;Italia questa frase &#8220;Ragazzi! Anche noi abbiamo il nostro Tahar Ben Jelloun!&#8221;. È l&#8217;orgoglio di avere uno scrittore marocchino, il primo in Italia a scrivere in italiano, che interpreta i loro pensieri, che descrive la loro vita. Invece, gli ignoranti e gli pseudo-musulmani fondamentalisti del cavolo hanno considerato, il mio libro, strumento di delazione che parla male, che danneggia l&#8217;immagine etc…   </p>
<p><strong>Come nasce la sua vocazione di scrittore e soprattutto in una lingua che non è la sua lingua madre?</strong></p>
<p>Per dirla in breve, ho iniziato a scrivere a sedici anni. Volevo dire qualcosa. Ero timido e solitario. Scrivere era un modo di comunicare. Non potevo parlare con una ragazza, scrivevo delle lunghe lettere d&#8217;amore o poesie banali. Era l&#8217;inizio.<br />In Italia, è successa la stessa cosa. Dovevo parlare/spiegare agli italiani tramite la loro lingua…  <br /><strong><br /> Lo scorso 28 settembre Tracce Diverse, assieme ai centro interculturale di Torino, ha organizzato una giornata di discussione sulla letteratura della migrazione. Quale impressione ha di questo fenomeno letterario che sta uscendo in Italia? Una moda che non avrà seguito?</strong></p>
<p>Non è una moda. Gli immigrati stranieri non sono qui soltanto come forza lavoro, come braccia. Sono anche cuori e menti. Perché non emergono calciatori, artisti, insegnanti, medici e scrittori? La letteratura meticcia esiste e crescerà. Siamo ancora all&#8217;inizio, una cinquantina per ora. Il futuro sarà più brillante.</p>
<p><strong>Parlando del tema Italia ed immigrazione: pensa che ci sarà un giorno in cui anche da noi si potranno verificare situazioni come quelle che abbiamo visto in Francia lo scorso anno? O l&#8217;Italia è diversa? Se non lo è che cosa si dovrebbe fare perché sia diversa?</strong></p>
<p>Devo essere chiarissimo. Se la situazione attuale persistesse ( emarginazione, islamofobia, diritti negati, ghettizzazione e mancanza di una legge equa e permanente), la storia si ripeterebbe come in Francia. Per impedire questo, dobbiamo pensarci oggi e rimediare quegli errori di gestione della cosa pubblica che vuole perpetuare ghetti e sistemi di vita in cui lo sfruttamento e il degrado sociale generano mostri. </p>
<p><strong>Le faccio un ultima domanda sullo scrivere, lei fa qualcosa in particolare per produrre i suoi lavori? Spesso ci si immagina uno scrittore che fa cose particolari per alimentare la propria originalità, lei da dove prende spunto e quale motore la fa scrivere?</strong></p>
<p>Credo nell&#8217;improvvisazione. Dicono che sono impulsivo. I miei testi rispecchiano il mio stato d&#8217;animo: rabbia, angoscia ma anche amore e, soprattutto il desiderio di giustizia.</p>
<p>Informazioni sul libro:<br />Titolo: <strong>Porta Palazzo mon amour</strong><br />Autore: Mohammed Lamsuni<br />Editore: Tracce diverse<br />Prezzo: 11 euro</p>
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		<title>In madre Lingua, una antologia a cavallo tra le culture</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Sep 2006 22:11:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come diceva Culicchia nella sua “Torino è casa mia” a Torino piace essere nei primati, televisione, auto, politica ed anche integrazione. Dove altrove chi migra per una vita migliore è visto come un problema, sotto la Mole Antonelliana è stata creata una preziosa antologia di racconti sulla migrazione, “In MadreLingua – Antologia di poesie e racconti del mondo in Italia” curata da Francesco Vietti (Di Salvo Editore – Tracce Diverse), 50 pezzi unici di autori che hanno deciso di usare la nostra lingua per raccontare un pezzo del proprio mondo ed ha usato proprio la nostra lingua come gesto di accoglienza, in cui mettere assieme elementi personali e del nostro paese – che vuole essere anche il loro – con parte della loro cultura, delle loro tradizioni, per farci perdere in quelle pagine a cercare quando finisce l’Italia e quando comincia il loro paese, se mai questa linea di demarcazione esiste.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 241px"><img class="  " title="In MadreLingua - Antologia di poesie e racconti del mondo in Italia - Francesco Vietti - Tracce Diverse" src="/wp-content/uploads/_old/20060923/inMadreLingua.jpg" alt="In MadreLingua - Antologia di poesie e racconti del mondo in Italia - Francesco Vietti - Tracce Diverse" width="231" height="288" /><p class="wp-caption-text">In MadreLingua - Antologia di poesie e racconti del mondo in Italia - Francesco Vietti - Tracce Diverse</p></div>Come diceva Culicchia nella sua &#8220;Torino è casa mia&#8221; questa è una città che ama i primati, è stata la prima capitale del regno nel 1860, è stata &#8211; come lo è ancora &#8211; la capitale dell&#8217;automobile, qui è nata la televisione e ci sarebbero atre cento cose forse che potrebbero essere messe sotto la mole &#8211; altro esempio di primato nell&#8217;urbanistica. Ma c&#8217;è un altro primato che questa città con infinito piacere è riuscita a mietere, quello di capire prima di tutti gli altri che l&#8217;integrazione con altre culture, quella di chi migra per lavoro e di chi vuole una vita migliore, non sono un problema, ma una ricchezza.<br />In collaborazione con il Centro Interculturale, con la collaborazione di Francesca Paci, la cura di Francesco Vietti e l&#8217;editing di Silvia De Marchi sta per uscire nelle librerie una preziosa antologia: &#8220;In MadreLingua &#8211; Antologia di poesie e racconti del mondo in Italia&#8221; (Di Salvo Editore &#8211; Tracce Diverse). Nelle 368 pagine del volume ci sono 50 racconti, come ha affermato Francesca Paci &#8220;[…] 50 finestre sugli stranieri che abitano tra noi, portatori di cultura e non solo di bisogni essenziali. Una ricchezza dunque, invece del solito problema.&#8221; Questi racconti una testimonianza di ospitalità un gesto di persone che hanno voluto mettere a disposizione la propria ricchezza usando la lingua del paese in cui si vive. È certo un altro gesto di profonda apertura che ci viene offerto verso un mondo che per noi è nuovo e volutamente ci è stato facilitato il percorso di ingresso per comprendere meglio quello che c&#8217;è dall&#8217;altra parte. Riprendendo le parole di Silvia De Marchi, curatrice dell&#8217;editing dell&#8217;edizione: &#8220;Questa antologia è un gesto di accoglienza da parte degli scrittori che ne hanno permesso la realizzazione, braccia aperte a noi che la leggiamo. Se la lingua è il luogo dove ci sentiamo a casa, allora scegliere di abitare una lingua che non è quella materna, e ancor più scrivere nella lingua dell&#8217;altro, è un segno chiaro di ospitalità. Significa adottare la lingua del paese in cui si è stabilito di vivere, e forse anche lasciarsi adottare da questa. Le parole di questi scritti, che si possono leggere seguendo un proprio itinerario, si offrono come domande, aprono al dialogo, solleticano la curiosità del lettore verso i mondi che in queste pagine trovano posto. Ci si ritrova presi nel gioco di cercare ciò che resta dell&#8217;originaria lingua materna e che è conservato e preservato in qualche modo nella lingua altra.&#8221;<br />Come dicevamo, il volume è curato da Francesco Vietti, laureato in lingue straniere, che si occupa di progetti di valorizzazione delle &#8220;culture della migrazione&#8221; e tiene laboratori di alfabetizzazione per studenti stranieri e parte del materiale presente è stato selezionato da un concorso letterario tenutosi lo scorso 27 ottobre 2005 presso il centro interculturale di Torino sotto gli occhi della RAI. La parte restante del materiale è invece stata fornita da enti e associazione che lavorano sul territorio torinese nel campo della &#8220;letteratura della migrazione&#8221; (FIERI, ASAI ecc.).<br />È un opera che ha già voluto essere riferimento per trarre lo spettacolo &#8220;AltrItalie&#8221;, diretto da Claudio Canal e rappresentato in occasione di &#8220;Identità e Differenza 2006&#8243;.<br />Questo stesso volume verrà presentato per la prima volta al Centro Interculturale il prossimo 27 ottobre 2006 alle ore 21.00 alla presenza di Francesco Vietti, curatore, Michele Di Salvo, editore, Francesca Paci, giornalista, Anna Ferrero, responsabile del Centro Interculturale e alla presenza di molti autori che hanno preso parte alla raccolta. </p>
<p>Presentazione di &#8220;In MadreLingua &#8211; Antologia di poesie e racconti del mondo in Italia&#8221;<br />Centro Interculturale (Torino, Corso Taranto, 160) &#8211; Venerdì 27 ottobre 2006, alle 21.00.</p>
<p>Informazioni sul volume:<br />Titolo: <strong>In MadreLingua &#8211; Antologia di poesie e racconti del mondo in Italia</strong><br />Curatore: Francesco Vietti<br />Pagine: 368<br />Prezzo: Euro 18,00<br />Editore: Tracce Diverse</p>
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		<title>Il recinto che aiuta Amnesty International</title>
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		<pubDate>Mon, 29 May 2006 09:27:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La fuga dalle gerarchie sociali, dalle regole dell’essere per avere e dai luoghi comuni che hanno plasmato un po’ questo mondo cinico, in somma la fuga da “Il recinto” (Tracce diverse), il lavoro della torinere Amanda Nebiolo, ormai giunto alla seconda ristampa ed in cui la sua autrice ha deciso di devolvere il ricavo del libro ad Amnesty International.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 240px"><img title="Il recinto - Amanda Nebiolo - Tracce diverse" src="/wp-content/uploads/_old/20060531/ilrecinto.jpg" alt="Il recinto - Amanda Nebiolo - Tracce diverse" width="230" height="315" /><p class="wp-caption-text">Il recinto - Amanda Nebiolo - Tracce diverse</p></div>Un libro sui mali dell’oggi ed un grande proposito sulle sue malattie, questo è il libro di Amanda Nebiolo, uscito nel 2005. Il titolo del volume è “Il Recinto” (Tracce diverse), ad oggi alla seconda ristampa e  l’importo della pubblicazione è devoluto ad Amensty International, ecco il grande proposito.<br />Ci sono momenti in cui si riceve la grazia di staccarsi per un po’ dalla realtà e di vedere le cose sotto una angolatura diversa. Per un momento solo, che probabilmente non tornerà una seconda volta si capiscono alcune cose della vita, tante o poche che siano. E questo libro nasce un po’ così, da un momento di febbre intensa in cui le verità che ci siamo abituati a credere cadono e tutto viene mostrato come realmente è. E questo libro contiene proprio il desiderio di fuga dal “Recinto” delle convenzioni e dei pregiudizi. <br />Nelle pagine del volume c’è una fuga dalle  gerarchie sociali fondate sulla legge dell’avere,  dell’apparire, del dimostrare e del dover diventare per poter vantare dei diritti. Insomma è un rinunciare alla libertà per averla, un bel paradosso che a giudizio dei lettori è stato centrato in pieno  regalando un piccolo sunto di vita in cui si parla del vivere e del come rapportarsi ad esso.<br />Amanda Nebiolo, classe 1973, torinese di nascita e genovese di studi con i quali si laurea in medicina e chirurgia, presenta questo libro alla Michele di Salvo nel 20005 e lo stesso anno lo presenta al Salone di Torino. Oltre alla scrittura fa mille altre cose: è giornalista collaboratrice per Donna Sommelier Europa e cura interamente la rubrica dedicata all&#8217;enogastronomia iberica, è anche istruttrice di nuoto e ottiene anche brevetti di subacquea, nonchè il superamento degli esami di abilitazione al comando di unità da diporto e l&#8217;ottenimento del Certificato di Idoneità al maneggio delle armi che le aprono le porte a con testate giornalistiche sportive per le quali Amanda si occupa di golf, nautica e tiro a segno. Vulcanica e instancabile, approda sia nel piccolo che grande schermo fino ad arrivare, nel 2003, al suo primo impegno in qualità di Autrice e Regista del cortometraggio &#8220;TALKING ABOUT FREEDOM” che le vale la partecipazione al concorso TORINOFILMFESTIVAL nell&#8217;edizione 2003.<br /><div class="wp-caption alignright" style="width: 217px"><img title="Amanda Nebiolo" src="/wp-content/uploads/_old/20060531/amandanebiolo.jpg" alt="Amanda Nebiolo " width="207" height="273" /><p class="wp-caption-text">Amanda Nebiolo </p></div>Andando a leggere sul suo sito qualcuno ha definito il suo libro come segue: “Sono rimasta molto colpita dal libro di Amanda Nebiolo. Ha scritto cose che tutti proviamo nella nostra vita ma che pochi riescono a esprimere nero su bianco. Mi piace. Ci sono frasi molto belle e anche questo modo di rapportarsi alla società mi piace. Complimenti!” con un personaggio vulcanico come questo come darle torto.</p>
<p>Informazioni sul libro:<br />Titolo: <strong>Il recinto</strong><br />Autore: Amanda Nebiolo<br />Editore:Tracce diverse<br />Collana: Itinera<br />Genere: Narrativa<br />Prezzo: 4 euro</p>
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		<title>Intervista a Muin Masri</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Mar 2006 22:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Muin Masri non vuole definirsi uno scrittore ma piuttosto un racconta storie, quella definizione dice stargli stretta. E forse lo è, i suoi libri sono infatti favole come quelle che la mamma potrebbe raccontare a propri bambini. Il suo ultimo lavoro è “Io sono di là” (Tracce Diverse) in cui ci accompagna nelle proprie memorie e tra le persone della sua famiglia palestinese, dalla quale si è staccato anni fa, strappandoci una riflessione ma anche un sorriso. Muin racconta la vita delle persone di là, quelle che non hanno voce e che subiscono una guerra che mina le loro certezze giorno dopo giorno regalandoci un pezzetto del loro cuore e delle loro speranze. Abbiamo raggiunto l’autore ad Ivrea, dove vive e ci ha concesso questa lunga intervista.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 130px"><img title="Muin Masri" src="/wp-content/uploads/_old/20060308/masri.jpg" alt="Muin Masri" width="120" height="187" /><p class="wp-caption-text">Muin Masri</p></div>Muin Masri non vuole definirsi uno scrittore ma piuttosto un racconta storie, la definizione di autore dice stargli stretta. E forse lo è, i suoi libri sono favole come quelle che la mamma potrebbe raccontare a propri bambini. Ma dentro queste storie c’è tutto l’amore e la passione di una terra che si conosce troppo per le guerre ed i gesti estremi ma mai per le persone senza voce che subiscono un’occupazione che dura da anni. Il suo ultimo lavoro è “Io sono di là” (Tracce Diverse) in cui ci accompagna nelle proprie memorie e tra le persone della famiglia palestinese dal quale si è staccato anni fa, strappandoci una riflessione ma anche un sorriso. Abbiamo raggiunto l’autore ad Ivrea, dove vive, e ci ha concesso questa intervista senza nemmeno volerla rivedere prima della pubblicazione rivelando una persona di impeto, che fa le cose di getto senza pensarci due volte. Speriamo di aver reso le sue parole al meglio!</p>
<p><strong>La prima domanda è il solito clichè, partiamo dall’autore e vediamo chi è Muin Masri? Nel tuo sito (che citeremo) dici di essere un palestinese confuso, perché?</strong></p>
<p>Credo di essere confuso perché voglio capire dove sta la verità. Sai, siamo spesso convinti che quello che vediamo e che ci raccontano sia vero, ma molte volte questi insegnamenti possono venire meno. La confusione quindi nasce quando rimani perplesso, quando, sapendo che le cose stanno in una maniera diversa, non sai come dire che non è così. Non mi definisco uno scrittore, è una cosa troppo tecnica e selettiva, piuttosto un racconta storie un po’ per la tradizione orale del mio paese, un po’ perché mi piace raccontare ed ascoltare come ascoltavo le storie che mia madre raccontava a noi bambini. In Palestina si racconta tanto anche perché c’è molto analfabetismo e quindi quel poco che ci tramandiamo lo facciamo in maniera orale. Aggiungerei che scrivo perché credo che sia giusto raccontare un po’ la storia della mia gente, di gente che è veramente vissuta e che non è solo un numero che appare nella cronaca nera come si conosce qui. Per gli europei noi palestinesi siamo solo numeri, quanti morti, quanti vivi, quanti kamikaze. Scrivo per pagare forse un debito che ho verso le persone che sono rimaste là. Mi sento in pace con me stesso.</p>
<p><strong><br />Perché in pace con te stesso?</strong></p>
<p>Perchè non è facile stare qui, stare bene e vedere le persone che stanno là lottare per vivere. Vorrei che stessero come me.</p>
<p><strong>Quando e come scrivi?</strong></p>
<p>Spesso molte storie escono a voce in compagnia con gli amici. Scrivo molto rapidamente. Il primo romanzo – “Racconti?”, editrice Scriptorium N.d.R. – è nato in 5 giorni. Il secondo – “Le mutande nere”, editrice Scriptorium N.d.R. –  in due mesi, quindi in un periodo di tempo molto corto. L’ultimo è il frutto di un’idea che avevo in testa da 5 anni ed è stato tutto profondamente meditato. Un giorno mio foglio mi chiese spaventato di Bin Laden, da quella domanda ho voluto scrivere qualcosa che parlasse di religione e che mettesse in luce le differenze. Mediamente scrivo di notte ma la storia non la rileggo, se devo sistemarla la cambio e ricomincio da capo. Pensa che l’ho anche detto al primo editore, che non avrei cambiato nulla. Quest’ultimo però mi ha un po’ convinto e ci sono stati alcuni ritocchi nell’ultimo libro. </p>
<p><strong>Forse adesso si spiega la freschezza del tuo stile. Gli italiani sanno essere talmente pomposi e studiati…</strong></p>
<p>Credo che mi abbia aiutato il non essere italiano, mi ha permesso di scrivere una storia di getto senza perdermi in troppo lavoro e conferendo alla storia il vigore che doveva avere.<br />Ma non penso comunque a me come scrittore. Sto bene quando ho scritto ma non mi interessa se si vende. I libri si stanno vendendo bene, chiamano molto per interviste, anche ricercatori e persone che vogliono capire il dramma della Palestina. </p>
<p><strong><br />Prendendo il tuo ultimo libro, quel bambino e quelle storie dello zio fanno sempre parte di quel diario dell’emigrante che definisci nel tuo sito?</strong></p>
<p>Si, si parla della mia famiglia. È … quasi… tutto vero.</p>
<p><strong>Quindi  quello zio poi esiste davvero?</strong></p>
<p>Si si esiste, o meglio, è esistito. Ed era anche più cattivo. Ho cercato di renderlo umano. Si è venduto tutto, anche l’anima. Se tutto quello che ha fatto l’avesse fatto a fin di bene sarebbe stato una persona più che meravigliosa. Ma poi era una persona cinica come tante, sai quante ce ne sono qui ed anche là? Appena c’è un problema se ne approfittano.</p>
<p><strong><br />C’è tanta ironia nelle tue storie (sempre in questo romanzo, lo zio sepolto con il cane è un esempio). Che cosa significa per te l’ironia?</strong></p>
<p>Il popolo palestinese è forse il più ironico del mondo, forse per dimenticare le cose che vive. Se hai visto “La vita è bella” di Benigni, trovi un esempio di ironia come la intendiamo noi:  trattare le cose in maniera ironica per andare avanti nonostante tutto. Ridere o morire. Tutti pensano che i palestinesi, per quello che vivono tutti i giorni si alzano inca***ti neri e vanno a dormire sempre inca***ti neri, ma sanno ridere e scherzare. Ma non è solo indole del mio popolo, un po’ di questa ironia l’ho acquisita da esperienze vissute qui.</p>
<p><strong>C’è già un nuovo lavoro in cantiere?</strong></p>
<p>C’è un lavoro sulla prigione per far capire ai miei figli il suo significato che è un po’ diverso di come la si intende qui.  Noi diciamo che la prigione è un fiore che si deve annusare per capire che profumo ha. Pare che siamo tutti malviventi vero? Ma la questione è un po’ più complessa, molti di noi, anche in giovane età vanno a dimostrazioni e spesso si viene arrestati in retate della polizia ritrovandoci in galera nostro malgrado per giorni. Nelle nostre prigioni non solo ci sono le celle ma, per il fatto che ci possono essere bambini, ci sono anche scuole ed insegnanti. Prima o poi tutti ci passiamo almeno una volta. Pensa che in Israele c’è la legge che permette l’arresto senza motivi e per i primi 14 giorni la polizia non è nemmeno tenuta ad informare la famiglia. Quindi per quei giorni nessuno potrebbe sapere dove sei. Cercherò di raccontarla al meglio ma non so ancora come verrà sulla carta. </p>
<p><strong>Sul tuo sito ci sono poesie, è un’evoluzione o un completamento?</strong></p>
<p>Gli Arabi in generale non si dilungano, hanno tutto corto, forse perché il domani è difficile cerchiamo di essere brevi e la poesia incarna in poche parole un concetto grande. </p>
<p><strong>Letteratura araba com’è?</strong></p>
<p>Tutto a metafore. Anche la religione è a metafore e pare tutto una favola. I giapponesi e cinesi scrivono così. Sono storie vere, ma ci piace raccontare facendo uso di allegorie e far sembrare la vicenda una fiaba, le poesie arricchiscono questa maniera di scrivere.</p>
<p><strong>Cosa vorresti che rimanesse nel lettore una volta che finisce uno dei tuoi libri o racconti?</strong></p>
<p>Vorrei solo che si pensasse senza giudicare troppo. Voglio solo che i lettori riflettano sullo scenario che scrivo. C’è sempre tempo per giudicare. Abbiamo il problema che siamo sempre troppo veloci nel saltare alle conclusioni. Molte volte, anzi troppe, giungiamo subito ai risultati giudicando un evento che succede senza capire o entrare le merito delle cause. In tutti i miei libri non do mai giudizi, voglio solo che il lettore capisca.</p>
<p><strong>Perché hai scelto come mezzo proprio il racconto? Altri sono venuti in Italia e hanno scritto per i giornali, perché proprio storie? Non hai mai voluto scrivere un saggio?</strong></p>
<p>Per fare una cosa del genere uno deve avere tempo e studiare. Penso che molti giornalisti qui scrivono quello che la gente vuole sentire senza essere così fedeli sulla propria origine. Li considero come gente che vuole compiacere senza essere coerenti per essere accettati. <br />Ma prima o poi credo che un saggio sul pensiero palestinese lo faccio. Ci vuole calma.<br />Edward Said – noto pensatore palestinese mancato nel 2003 N.d.R. – scriveva davvero sul pensiero palestinese scatenando sia il mondo arabo che l’occidentale. Questi giornalisti arabi scrivono facendo danni e senza essere nemmeno fedeli alla loro origine raccontando bugie. Sono qui da venti anni e ho scoperto che spesso ribalto luoghi comuni costruiti da gente di quelle zone.</p>
<p><strong><br />Perché Said scatenava anche le ire del mondo arabo?</strong></p>
<p>Paesi come l’Arabia Saudita hanno usato la questione palestinese come mezzo per sviare l’attenzione delle masse dalla questione vera e fare i propri affari. Basti pensare all’Iran, ci finanziavano per la nostra questione e poi se ne lavavano le mani.<br />Qui a parole sono tutti per la questione palestinese.</p>
<p><strong>Una domanda di un italiano medio che guarda la televisione: chi sono veramente questi martiri kamikaze a cui hanno promesso il paradiso dopo la morte?</strong></p>
<p>Credimi che non ci sono promesse ne prima che dopo. L’occupazione ti rende così disperato che la vita non vale nulla. Va bene anche il suicidio per punire chi non comprende. Siamo arrabbiati con Israele, tutto fa brodo e nel fanatismo che nasce ci sta anche la questione delle 99 vergini paradisiache. I kamikaze sono solo gente che non avrebbe avuto un domani comunque.<br />Non è una forma di lotta, è solo un atto disperato verso un invasore che è tutto attorno a noi con la propria famiglia. Non è una questione religiosa. Siamo contro chi occupa e non contro la sua religione. </p>
<p><strong>Che cosa dovremmo sapere della Palestina e che non sapremo mai? Da quello che si sa dal TG…</strong></p>
<p>Qui le persone sanno un sacco di cose ma non l’essenziale: non sanno come vive e pensa la mia gente. Non c’è solo il militante con il mitra. Ci sono persone con problemi umani. Qui non si sa cosa significa vivere sotto l’occupazione. In teoria lo dovreste sapere, ma voi l’avete avuta solo per 5 anni. Qui a tutti interessa chi muore ma nessuno sa di chi vive. Vivere la vita sotto l’occupazione, senza certezze nel futuro, nell’umiliazione e nelle difficoltà è difficile. Mi hanno anche chiesto perché non scriviamo in merito ed il motivo principale è forse perchè pensiamo a noi stessi come ad una donna violentata, che ha subito e non vuole parlare del trauma. </p>
<p><strong>E perché ti sei innamorato della tanto snobbata Italia?</strong></p>
<p>Penso che sia davvero un paese semplice ed eccezionale per la sua semplicità. Un italiano non è capace di essere serio fino in fondo, mi ha dato la gioia di vivere. Siete persone semplici.<br />Qui mi avete dato anche due figli meravigliosi. Ho una madre naturale in Palestina e una adottiva che mi ha dato tutte le cose che non mi ha dato l’altra. Come faccio a non amare l’Italia così?</p>
<p><strong>Che cosa c’è nel tuo giardino segreto? Che cosa vuoi dire alla fine con le tue storie? Molti scrivono perché c’è un disegno, un obiettivo finale, qual è il tuo? Ci sarà sempre un diario della tua terra?</strong></p>
<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 210px"><img title="Io sono di là - Muin Masri - Tracce Diverse" src="/wp-content/uploads/_old/20060308/iosonodila.jpg" alt="Io sono di là - Muin Masri - Tracce Diverse" width="200" height="274" /><p class="wp-caption-text">Io sono di là - Muin Masri - Tracce Diverse</p></div>Vorrei un giorno svegliarmi e sapere che non ci sono più guerre e io, che l’ho vissuta sulla mia pelle, ho saputo come si sta. Scrivo forse per buttare giù un mattone di una frontiera mentale ed avvicinare il cuore della gente. Noi tutti abbiamo delle barriere e vorrei che fossimo capaci di non vedere sempre l’altro come il diverso. <br />Sono convito che chi vive la guerra sa quale brutta condizione sia, mentre chi non la vive forse non riesce nemmeno ad immaginarla fino in fondo, ma non è possibile scatenare una guerra per farla capire a tutti. Con il mio lavoro vorrei fare chiarezza. Come dire un detto a me caro: “La patria dell’uomo retto è un impero” vorrei portare la mia patria a chi la vede in un altro modo un po’ per far vedere che non ci sono esseri che hanno diritti e bisogni differenti.</p>
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