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	<title>pura lana di vetro</title>
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	<description>cultura che non infeltrisce</description>
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		<title>Volvo: piccola grande Scandinavia</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Aug 2010 07:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Siamo tutti di corsa, corriamo tutto il giorno per dare significato alla giornata che abbiamo davanti, anche quando la vita che stiamo vivendo non è proprio la nostra ma quella che spesso ci dicono di vivere. Ce ne accorgiamo di aver perso la bussona quando ci siamo fatti ammaliare da qualcosa che alla fine non [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_2176" class="wp-caption aligncenter" style="width: 580px"><a href="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/volvo-erlend-loe-iperborea.jpg"><img class="size-full wp-image-2176" title="Volvo - Erlend Loe - Iperborea" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2010/08/volvo-erlend-loe-iperborea.jpg" alt="Volvo - Erlend Loe - Iperborea" width="570" height="250" /></a><p class="wp-caption-text">Erlend Loe (foto: Ørn E. Borgen (Scanpix))</p></div>
<div id="_mcePaste">Siamo tutti di corsa, corriamo tutto il giorno per dare significato alla giornata che abbiamo davanti, anche quando la vita che stiamo vivendo non è proprio la nostra ma quella che spesso ci dicono di vivere. Ce ne accorgiamo di aver perso la bussona quando ci siamo fatti ammaliare da qualcosa che alla fine non interessa nemmeno coloro che ci hanno convinto.</div>
<div id="_mcePaste">È questo il motivo che ha spinto il protagonista a scappare da Oslo verso la foresta e a vivere assieme ad un alce.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Erlend Loe</strong> torna nelle librerie con la continuazione di “Doppler, vita con l’alce”, “<strong>Volvo</strong>”, pubblicato per <strong>Iperborea</strong>.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Il libro</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Stanco di una società competitiva e dei suoi inutili bisogni <strong>Andreas Doppler</strong>, norvegese benestante e irreprensibile,  abbandona il lavoro e una moglie di nuovo incinta per vivere nella foresta assieme al figlioletto Gregus e il cucciolo di alce Bongo. È scappato perché è troppo bravo in un mondo in cui la bravura non paga.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Scappa nella foresta per trovare (e fuggire da) se stesso</strong>. Ed il suo viaggio arriva alle leggendarie foreste svedesi del Värmland in cerca di non si sa bene cosa, forse solo di persone buone e annoiate al punto di aver trovato la felicità. Arriva tra le grinfie d<strong>i Maj Britt</strong>, un’arrabbiata Circe novantaduenne <strong>con la passione per il reggae e la marijuana</strong>, e <strong>due vendette</strong> da compiere prima di morire: una contro la <strong>Volvo Trucks</strong> e lo pseudo inventore del Globetrotter (vendetta che arriva a suo compimento), e una contro il <strong>vicino von Borring</strong>, devoto dello spirito scout e ornitologo indefesso con qualche segreto che conserva gelosamente tra le cose che non sono a modo.</div>
<div id="_mcePaste">E tra dialoghi surreali e situazioni particolari forse si trova finalmente in contatto con quello che conta, cose semplici ma fatte con tutto noi stessi.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Leggere le pagine di questo libro è immergersi nel chiacchiericcio delle persone con le quali il protagonista si imbatte</strong>, un vortice di cose che vengono dette e riprese. Veniamo a contatto con due delle società più evolute della democrazia moderna, e con i vizi e le virtù di una Scandinavia divisa, di questi norvegesi troppo emozionabili e gli svedesi commercianti nati per il denaro.</div>
<div id="_mcePaste">È troviamo anche il <strong>Loe</strong> che abbiamo iniziato a conoscere con i libri precedenti, un po’ <strong>sfrontato ma altrettanto schietto</strong>. Capace di far iniziare una storia con una condanna a Maj Britt per aver tagliato le narici delle sue cocorite con il taglia unghie e chiudere la storia con se stesso e il fatto che ci sono i suoi genitori davanti alla porta di casa.</div>
<div id="_mcePaste">Forse questo libro è in deficit di alcuni riferimenti al libro precedente, del quale viene preso il background e i personaggi, rendendo in certi casi difficile la spiegazione di certe azioni. Anche con Loe vediamo una Scandinavia molto viva nella letteratura e nella circolazione delle idee, che non ha solo storie poliziesche alla Staalesen o Larsson, tutta da leggere.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">L’autore</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Qui <a title="Erlend Loe wikipedia" href="http://it.wikipedia.org/wiki/Erlend_Loe" target="_blank">Wikipedia </a>ci racconta di questo autore, scrittore, traduttore che ha pubblicato la maggior parte delle proprie opere con Iperborea, editrice specializzata nella letteratura nordica (con parecchi libri abbiamo visto anche tra le nostre pagine).</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Il traduttore</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">La traduzione del libro è stata seguita da <strong><a title="Giuliano d'Amico" href="http://tarm.dm.unito.it/dbl/DBL_ViewProgram.asp?ParmsFld=T00025201001" target="_blank">Giuliano D’Amic</a>o</strong>, particolarmente conosciuto tra gli autori scandinavi, ha all’attivo numerose traduzioni tra le quali ricordiamo: Bjornstjerne Bjornson con “Al di la&#8217; delle forze umane” (Iperborea), numerose opere di  Henrik Ibsen e Thomas Kanger con “La prima pietra”, Robin edizioni.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Little Scandinavia</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Ci viene alla mente Little Britain, la nota seria inglese della BBC che abbiamo conosciuto in Italia per MTV con il suo potere dissacrante.</div>
<div id="_mcePaste">In queste pagine ci sono riferimenti a tutta la Scandinavia, dalla Norvegia alla Danimarca, raccontate con quell’espressione sorniona di chi demolisce per costruire, di chi parla di grandi stati che si perdono per strada le linee del treno a scapito dei passeggeri e di aziende vicenti sulle spalle di invetori perdenti.</div>
<div id="_mcePaste"><strong>Forse perché in fondo, dietro a tutta questa grande macchina sociale moderna non dovremmo mai perdere la forza di essere noi stessi e mai perdere di vista quello che vogliamo.</strong></div>
<div id="_mcePaste">Doppler alla fine scopre ciò che vuole come Maj Britt ha la sua vendetta. Perché il mondo di modella attorno al nostro volere, basta essere coscienti di quello che stiamo chiedendo.</div>
<div id="_mcePaste"><strong><span style="color: #ff6600;">Informazioni sul volume</span></strong></div>
<div id="_mcePaste">Titolo:	Volvo</div>
<div id="_mcePaste">Autore: Loe Erlend</div>
<div id="_mcePaste">Prezzo: € 15,00</div>
<div id="_mcePaste">Pagine: 264 p., brossura</div>
<div id="_mcePaste">Traduttore: D&#8217;Amico G.</div>
<div id="_mcePaste">Editore	: Iperborea</div>
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		<title>Cronaca utopica di un disastro aereo</title>
		<link>http://www.puralanadivetro.it/2010/01/03/prigionieri-del-paradiso-paasilinna-arto-iperborea/</link>
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		<pubDate>Sun, 03 Jan 2010 08:00:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Vi ricordate di quella combriccola che viaggiava per la Finlandia alla ricerca del luogo giusto per morire e alla fine scopre che paradossalmente tutti i luoghi visitati hanno celebrato la vita da rendere vana la ricerca? Siamo di nuovo alle prese con lo stesso autore, Arto Paasilinna ed un disastroso naufragio che si trasforma nella creazione di una società modello in cui vivere. Il libro uscito agli inizi di dicembre 2009 è “Prigionieri del paradiso” edito sempre da Iperborea.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div id="attachment_1893" class="wp-caption aligncenter" style="width: 580px"><img class="size-full wp-image-1893" title="Prigionieri del paradiso - Paasilinna Arto - Iperborea" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2009/12/prigionieri-del-paradiso-paasilinna-iperborea-kuva-Kimmo-Mantyla.jpg" alt="Prigionieri del paradiso - Paasilinna Arto - Iperborea (foto: Kimmo Mäntylä)" width="570" height="250" /><p class="wp-caption-text">Prigionieri del paradiso - Paasilinna Arto - Iperborea (foto: Kimmo Mäntylä)</p></div>
<p>Qual è la maniera migliore per parlare di quanto paradossale la vita possa essere? Un saggio o un romanzo in cui pian piano veniamo avviluppati nella storia da sentire sulla nostra pelle tutto quello che succede? Quando lo abbiamo intervistato ci ha detto: “<em>I saggi sono troppo noiosi e non mi interessano. In una storia, c’è una finzione immaginaria in cui un personaggio vive e mette se stesso nelle situazioni e problemi più terribili della vita</em>”.</p>
<p>Vi ricordate di quella combriccola che viaggiava per la Finlandia alla ricerca del luogo giusto per morire e alla fine scopre che paradossalmente tutti i luoghi visitati hanno celebrato la vita da rendere vana la ricerca? Siamo di nuovo alle prese con lo stesso autore, <strong>Arto Paasilinna</strong> ed <strong>un disastroso naufragio che si trasforma nella creazione di una società modello in cui vivere</strong>. Il libro uscito agli inizi di dicembre 2009 è “<strong>Prigionieri del paradiso</strong>” edito sempre da <strong>Iperborea</strong>.</p>
<p>Un aereo è costretto a un ammaraggio di fortuna in un angolo sperduto della Melanesia, non come nella serie di Lost abbiamo gente nota e meno nota, ma in questa missione ONU ci sono  infermiere svedesi, taglialegna e ostetriche finlandesi, medici norvegesi e piloti e hostess inglesi.<br />
La storia parte nella maniera solita, la partenza, il naufragio, lo scossone della nuova situazione che si crea e i pericoli che si celano nella foresta con la quale devono avere a che fare, ma pian piano si fa largo la speranza di reagire. Nel desiderio di tornare a casa non si molla, ci cerca di allietare la vita sull’isola organizzando la propria sopravvivenza: un frigorifero ricavato dai giubbotti salvagente, una sauna, un consultorio per la diffusione dei metodi contraccettivi o, perché no, una distilleria clandestina. Si arriva persino alla costruzione di un grandioso segnale SOS da lanciare nello spazio.<br />
Insomma quello che all’inizio era il meccanismo innato nelle persone di reagire alle avversità della vita, anche in condizioni disperate, si affacciano nuovi aspetti, cose belle che si possono scoprire staccandoci dalla vita che ci hanno impartito, persino la nascita di un governo democraticamente eletto nella piccola popolazione dell’isola che stabilisce le regole della comunità: ridistrubuzione della ricchezza, assistenza medica gratuita, niente denaro e casa per tutti.<br />
Anche questa volta Paaslinna, conosciutissimo in Finlandia ed da qualche anno anche in Italia, nelle avversità riesce a costruire un&#8217;assurda quanto equa micro-società ideale, parte dalla nostra fredda realtà e con humour ci fa vedere come spesso ribellarsi alle regole può portare anche ad un mondo migliore. L’autore tratteggia esilaranti scene bucoliche dove l’uomo e la natura interagiscono senza prevaricazioni. La leggerezza dei toni e della scrittura stempera le considerazioni sociali restituendoci un autore capace, ancora una volta, di costruire altri possibili mondi.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>INFORMAZIONI SUL VOLUME</strong></span><br />
Titolo: Prigionieri del paradiso<br />
Autore: Paasilinna Arto<br />
Prezzo: € 15,00<br />
Pagine: 208 p., brossura<br />
Traduttore: Ganassini M.<br />
Editore: Iperborea</p>
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<p class="MsoNormal">Quel’è la maniera migliore per parlare di quanto paradossale la vita possa essere? Un saggio o un romanzo in cui pian piano veniamo avviluppati nella storia da sentire sulla nostra pelle tutto quello che succede? Quando lo abbiamo intervistato ci ha detto: “I saggi sono troppo noiosi e non mi interessano. In una storia, c’è una finzione immaginaria in cui un personaggio vive e mette se stesso nelle situazioni e problemi più terribili della vita”.</p>
<p class="MsoNormal">
<p class="MsoNormal">Vi ricordate di quella combriccola che viaggiava per la Finlandia alla ricerca del luogo giusto per morire e alla fine scopre che paradossalmente tutti i luoghi visitati hanno celebrato la vita da rendere vana la ricerca? Siamo di nuovo alle prese con lo stesso autore, Arto Paasilinna ed un disastroso naufragio che si trasforma nella creazione di una società modello in cui vivere. Il libro uscito agli inizi di dicembre 2009 è “Prigionieri del paradiso” edito sempre da Iperborea.</p>
<p>Un aereo è costretto a un ammaraggio di fortuna in un angolo sperduto della Melanesia, non come nella serie di Lost abbiamo gente nota e meno nota, ma in questa missione ONU ci sono  infermiere svedesi, taglialegna e ostetriche finlandesi, medici norvegesi e piloti e hostess inglesi.</p>
<p>La storia parte nella maniera solita, la partenza, il naufragio, lo scossone della nuova situazione che si crea e i pericoli che si celano nella foresta con la quale devono avere a che fare, ma pian piano si fa largo la speranza di reagire. Nel desiderio di tornare a casa non si molla, ci cerca di allietare la vita sull’isola organizzando la propria sopravvivenza: un frigorifero ricavato dai giubbotti salvagente, una sauna, un consultorio per la diffusione dei metodi contraccettivi o, perché no, una distilleria clandestina. Si arriva persino alla costruzione di un grandioso segnale SOS da lanciare nello spazio.</p>
<p>Insomma quello che all’inizio era il meccanismo innato nelle persone di reagire alle avversità della vita, anche in condizioni disperate, si affacciano nuovi aspetti, cose belle che si possono scoprire staccandoci dalla vita che ci hanno impartito, persino la nascita di un governo democraticamente letto nella piccola popolazione dell’isola che stabilisce le regole della comunità: ridistrubuzione della ricchezza, assistenza medica gratuita, niente denaro e casa per tutti.</p>
<p>Anche questa volta Paaslinna, conosciutissimo in Finlandia ed da qualche anno anche in Italia, nelle avversità riesce a costruire un&#8217;assurda quanto equa micro-società ideale, parte dalla nostra fredda realtà e con humour ci fa vedere come spesso ribellarsi alle regole può portare anche ad un mondo migliore. L’autore tratteggia esilaranti scene bucoliche dove l’uomo e la natura interagiscono senza prevaricazioni. La leggerezza dei toni e della scrittura stempera le considerazioni sociali restituendoci un autore capace, ancora una volta, di costruire altri possibili mondi.</p>
<p>INFORMAZIONI SUL VOLUME</p>
<p>Titolo: Prigionieri del paradiso<br />
Autore: Paasilinna Arto<br />
Prezzo: € 15,00<br />
Pagine: 208 p., brossura<br />
Traduttore: Ganassini M.<br />
Editore: Iperborea</p>
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		<title>Kari Hotakainen e la via della Trincea</title>
		<link>http://www.puralanadivetro.it/2009/12/14/via-della-trincea-hotakainen-kari-raino-iperborea/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Dec 2009 08:00:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Dopo "Colpi al cuore"  uscito qualche tempo fa per Iperborea, ora troviamo un altro uomo, Matti Virtanen, frenetico, lasciato dalla moglie per un ceffone lanciato male, convinto che alla fine una casa, una bella villetta come quelle che si trovano di solito alla periferia di Helsinki sia la soluzione giusta a rinsaldare il legame con la famiglia e faccia rinsavire la moglie dalla Guerra di Liberazione delle Donna dal fronte domestico. Questa storia è "Via della Trincea" di Kari Hotakainen,ultima uscita di qualche settimana fa sempre per la milanese Iperborea.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> </p>
<p><div id="attachment_1804" class="wp-caption alignleft" style="width: 580px"><img class="size-full wp-image-1804" title="Via della Trincea - Kari Hotakainen - Iperborea" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2009/12/casa-della-trincea-hotakainen_b.jpg" alt="Via della Trincea - Kari Hotakainen - Iperborea" width="570" height="308" /><p class="wp-caption-text">Via della Trincea - Kari Hotakainen - Iperborea</p></div>
<p>Lo abbiamo consciuto nelle storie di <span>Raimo Kytöniemi, </span>un disoccupato alla ricerca della grande occasione, che sgrana tutti i giorni storie polizieche alla televisione e alla fine si intrufola nel caso della produzione cinematografica de &#8220;Il padrino&#8221;, girato in Finlandia per paura delle recrudescenze delle mafia in Italia.</p>
<p>Dopo &#8220;Colpi al cuore&#8221;  uscito qualche tempo fa per Iperborea, ora troviamo un altro uomo, Matti Virtanen, frenetico, lasciato dalla moglie per un ceffone lanciato male, convinto che alla fine una casa, una bella villetta come quelle che si trovano di solito alla periferia di Helsinki sia la soluzione giusta a rinsaldare il legame con la famiglia e faccia rinsavire la moglie dalla Guerra di Liberazione delle Donna dal fronte domestico, guerra che aveva trasformato un ubiracone crollato sulla biondina che sarebbe divenuta sua moglie in un efficiente marito e uomo di casa.</p>
<p>Questa storia è &#8220;Via della Trincea&#8221; di Kari Hotakainen,ultima uscita di qualche settimana fa sempre per la milanese Iperborea.</p>
<p>In tutte e due le storie troviamo una forza quasi febbrile nell&#8217;agire dei personaggi, Matti cerca di capire che cosa non è andato bene e identifica come procedere, a tutti i costi. Obiettivo vivere di nuovo con Helena e la sua piccola Sini, e lo deve fare in una di quelle villette. Cerca la maniera giusta, cerca i soldi, fa il contrabbandiere di merce rubata, fa anche massaggi erotici a ricche babbione della città, pur di raggiungere l&#8217;obiettivo che si è dato. Lo trovano aggirarsi per i sobborghi residenziali della città munito di cannocchiale per trovare la casetta giusta che fa per loro e che costi la cifra che si può permettere.</p>
<p>Una battaglia che per tutto il libro cresce della sua intensità, tra vecchietti che hanno fatto la guerra, agenti immobiliari ricattati, e un faccia a faccia con lo strato benestante finalndese, Matti (ed Hotakainen dietro le quinte) ci regala una velocissima commedia fatta di colpi di scena, azioni, pensieri, frenesie e psicosi fino a giungere ad una analisi caustica della società finalndese e delle sue mollezze.</p>
<p>Come sempre siamo di fronte a quella letteratura viva della Scandinavia, che ci intrattiene e ci fa pensare. Tra una risata ed una descrizione paradossale Hotakainen, ma dovremmo fare tutti i nomi scandinavi che fino ad oggi abbiamo segnalato, ci racconta con pienezza un pezzo ed un paese del nostro tempo. Di come il benessere ci fa stare bene ma ci rende paralizzati davanti ad un problema e superificiali nella sua analisi. Dalle elucubrazioni della moglie di Matti alle filippiche dei personaggi dei quartieri bene della città, fino al confronto con i veterani che anno fatto la guerra per davvero rischiando per davvero la vita, emerge come il benessere ci abbia cambiati in peggio.</p>
<p>Hotakainen, della stessa scuola di Arto Paasilinna arcinoto in Filandia per la sua vena umoristica e sarcarstica della narrazione, ci offre una analisi in cui anche noi, che apparentemente abbiamo quasi nulla a che fare con un paese che pare tanto lontano da noi, ci possiamo riconoscere. Inveta un&#8217;idea come il fronte di liberazione dal fronte domestico e mille altre scoppiettanti trovare per parlarci del nostro tempo ma non solo, con un linguaggio spesso indiretto libero che sconfina furtivamente in persone narrative diverse, ci tiene sempre collegati alla storia con tante trovare ed avvenimenti esilaranti.</p>
<p>Una storia veloce che si legge in un soffio, che come nel libro precedente, ci fa perdere in un ciclone di persone, facce, impeti emozioni per non farci annoiare fino all&#8217;ultima pagina.</p>
<p><span style="color: #ff6600;">
<p><img class="size-medium wp-image-1804   alignleft" style="margin: 3px;" title="Via della Trincea - Kari Hotakainen - Iperborea" src="http://www.puralanadivetro.it/wp-content/uploads/2009/12/casa-della-trincea-hotakainen.jpg" alt="Via della Trincea - Kari Hotakainen - Iperborea" width="82" height="168" /></p>
<p>INFORMAZIONI SUL VOLUME</p>
<p> </p>
<p></span></p>
<p>Titolo:	<strong>Via della Trincea</strong><br /> Autore:	Hotakainen Kari<br /> Prezzo:	€ 16,00<br /> Traduttore:	Rainò N.<br /> Editore	Iperborea</p>
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		<title>Arrivano i gialli scandinavi, capeggiati da Staalesen</title>
		<link>http://www.puralanadivetro.it/2009/10/27/gunnar-staalesen-satelliti-della-morte-iperborea-giallo/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Oct 2009 23:01:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 4 novembre esce nelle librerie “Satelliti della morte” del norvegese Gunnar Staalesen, primo libro della nuova collana Ombre di Iperborea, che comprende l’uscita di altri 4 volumi nel suo primo anno di vita.
Il Times ha definito Staalesen: “uno dei migliori scrittori di gialli e thriller”.

Gunnar Staalesen - Satelliti della morte - Iperborea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption aligncenter" style="width: 581px"><img title="Gunnar Staalesen - Satelliti della morte - Iperborea" src="/wp-content/uploads/_old/20091027/g_stalessen.jpg" alt="Gunnar Staalesen - Satelliti della morte - Iperborea" width="571" height="214" /><p class="wp-caption-text">Gunnar Staalesen - Satelliti della morte - Iperborea</p></div>
<p>Due sono i successi che vogliamo segnalare questa volta. Il primo è l’arrivo in  Italia delle vicende dell’investigatore <span style="font-weight: bold;">Varg  Veum</span>, uno dei grandi successi del genere hard boiled scandinavo firmato  <span style="font-weight: bold;">Gunnar Staalesen. </span><br />
Il secondo: a  nascita di una nuova collana, battezzata <span style="font-weight: bold;">Ombre</span>, dedicata al giallo della casa editrice  <span style="font-weight: bold;">Iperborea</span> che ha avuto il coraggio di  puntare anni fa sulla letteratura scandinava.</p>
<p>Il prossimo <span style="font-weight: bold;">4 novembre</span> esce nelle librerie <span style="font-weight: bold;">“Satelliti della morte”</span> del norvegese <span style="font-weight: bold;">Gunnar Staalesen</span>, primo libro della collana  Ombre appunto, che comprende l’uscita di altri 4 volumi nel suo primo anno di  vita, in particolare <span style="font-weight: bold;">“La morte che  seccatura”</span> di Torgny Lindgren &amp; Eric Åkerlund (in uscita il 20  novembre 2009), <span style="font-weight: bold;">“Il Blues del rapinatore”</span> di Flemming Jensen (2010), <span style="font-weight: bold;">“Assassinio di  lunedì”</span> di Dan Turell (2010) e <span style="font-weight: bold;">“Il  Fuggitivo”</span> di Olav Hergel (2010).</p>
<p>Il<span style="font-weight: bold;"> Times</span> ha definito Staalesen “<span style="font-style: italic;">Uno dei migliori scrittori di gialli e  thriller</span>” e la sua traduttrice, Maria Valeria D&#8217;avino, ha affermato:  “<span style="font-style: italic;">Gli amanti del poliziesco classico troveranno  un’aria di famiglia con Philip Marlowe, il mitico investigatore di Raymond  Chandler. Con lui, il detective hard boiled per eccellenza, Varg Veum ha in  comune l’onestà e il rigore morale, la scanzonata ironia, lo sguardo  disincantato sulla società, un debole per la bottiglia e uno ancora più grande  per il fascino femminile (con predilezione per il genere “calamite di guai”) ma  anche la solitudine e la malinconia profonda. Solo che con Varg Veum niente è  mai quello che sembra, e la realtà che le sue avventure raccontano, con  dolcezza, ma senza illusioni, finisce sempre per spiazzare, come la crisi di un  modello sociale che a occhi mediterranei è spesso sembrato, con buone ragioni,  paradisiaco.</span>”</p>
<p>Di Staalesen viene pubblicata la sua ultima opera  del 2006, anche se la stessa Iperborea ha già avviato la traduzione di tutti i  suoi volumi.<br />
La storia parte dal 1995, nell’ufficio di Bergen di Varg Veum  quando riceve una telefonata che lo riporta indietro di venticinque anni, al  tempo in cui era un operatore sociale giovane e idealista, impegnato nella  difesa dell’infanzia. Un ragazzo ormai adulto, separato in condizioni tragiche  dalla madre pare  deciso a vendicarsi di coloro che lo hanno preso in affido nel  suo passato.<br />
C’è una storia della ricerca del colpevole, come spesso accade  nelle storie dei romanzieri scandinavi &#8211; quasi il 60% dei libri che vengono  pubblicati nei paesi scandinavi negli ultimi anni sono gialli &#8211; ma non solo.<br />
Staalesen, come l&#8217;islandese Indridason che abbiamo già conosciuto sulle  pagine di questo sito, ci racconta una storia di vita, in un contesto storico  preciso, consegnadoci personaggi pieni, nelle loro debolezze, nella loro forza,  insomma eroi verosimili per la loro umanità e non solo per le azioni che la  vicenda gli richiede.</p>
<p>Come ci segnala Iperborea per il lancio di questo  volume, il protagonista, non solo del libro ma anche di altri spettacoli  teatrali e fiction cinematografiche , è un uomo disincantato e realista,  sensibile al fascino femminile e all’ebbrezza dell’alcool. È un uomo solitario  il cui  impegno in difesa dell’infanzia è finito quando ha spaccato la faccia a  un tizio che voleva far prostituire una bambina. Da allora Varg Veum si guadagna  la vita come investigatore privato, ma la sua vocazione di eroe è rimasta  intatta.</p>
<p>Sapientemente scelto da <span style="font-weight: bold;">Emilia  Lodigiani</span>, fondatrice dell&#8217;editrice, questo iniziatore della nuova  collana ha la voglia di raccontare il senso di inquietudine di una società come  quella scandinava, in chiave ironica ma che si fa domande e cerca delle risposte  che trapassano l’aspetto esteriore delle cose.</p>
<p>Gunnar Staalesen, Bergen,  classe 1947, anche se adesso viene spesso associato al genere giallo ha le due  radici in letteratura di tutt’altra fattezza. Del 1969 e del 1971 sono i suoi  romanzi d’esordio, Uskyldstider (<span style="font-weight: bold;">&#8220;Times of  Innocence&#8221;</span>) e Fortellingen om Barbara (<span style="font-weight: bold;">&#8220;Barbara&#8217;s Story&#8221;</span>), che trattano temi delicati  quali l’innocenza perduta e la ricerca della propria identità. Dunque qualche  cambiamento nel suo stile c’è stato, ma non troppo, facendoci guadagnare nella  bellezza delle sue storie.<br />
<br style="font-weight: bold; font-style: italic; text-decoration: underline;" /><span style="font-weight: bold; font-style: italic; text-decoration: underline;">Informazioni  sul volume</span>:</p>
<p>Titolo: I satelliti della morte<br />
Autore: Gunnar  Staalesen<br />
Pagine: 384<br />
Prezzo: 16.50 €<br />
Editore: Iperborea (collana  Ombre)</p>
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		<title>La casa nella moschea</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Nov 2008 22:00:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un libro contenente tanti libri, tante storie intrecciate, tante vite diverse, plasmato intorno ad una serie di punti di riferimento mutevoli eppure fermi e chiaramente individuabili. Questo è il testo di Kader Abdolah intitolato “La casa della moschea”: un'opera all'interno della quale non si trovano soltanto i racconti ma anche pezzi di storia, sprazzi di vita quotidiana e di drammatici episodi che hanno coinvolto personalità note, ormai, anche in occidente. 
La casa della moschea - Kader Abdolah - Iperborea
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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><div class="wp-caption alignleft" style="width: 79px"><a href="/wp-content/uploads/_old/20081103/CasaMoscheaAbdolah.jpg"><img title="La casa della moschea - Kader Abdolah - Iperborea" src="/wp-content/uploads/_old/20081103/CasaMoscheaAbdolah.jpg" alt="La casa della moschea - Kader Abdolah - Iperborea" width="69" height="140" /></a><p class="wp-caption-text">La casa della moschea - Kader Abdolah - Iperborea</p></div>
<p>Un libro contenente tanti libri, tante storie intrecciate, tante vite diverse, plasmato intorno ad una serie di punti di riferimento mutevoli eppure fermi e chiaramente individuabili. Questo è il testo di Kader Abdolah intitolato “La casa della moschea”: un&#8217;opera all&#8217;interno della quale non si trovano soltanto i racconti ma anche pezzi di storia, sprazzi di vita quotidiana e di drammatici episodi che hanno coinvolto personalità note, ormai, anche in occidente.</p>
<p> </p>
<p></strong>
<p> </p>
<p><em><strong>La casa della moschea &#8211; Kader Abdolah &#8211; Iperborea</strong><br /></em><br />Un libro contenente tanti libri, tante storie intrecciate, tante vite diverse, plasmato intorno ad una serie di punti di riferimento mutevoli eppure fermi e chiaramente individuabili. Questo è il testo di Kader Abdolah intitolato “La casa della moschea”: un&#8217;opera dal grande valore letterario e narrativo, all&#8217;interno della quale non si trovano soltanto i racconti, ben amalgamati, delle vicende degli abitanti della casa, dei loro eredi e di tutti i personaggi che vorticano intorno alla moschea, ma anche pezzi di storia, sprazzi di vita quotidiana e di drammatici episodi che hanno coinvolto personalità note, ormai, anche in occidente. </p>
<p>Con questo libro l’autore torna in Persia, quella della scrittura cuneiforme e delle radici che l’autore ha dovuto recidere per non fare ritorno.La storia è quella della famiglia di un ricco mercante di tappeti e capo del bazar, in una casa ricca di vita ma anche di riti centenari che si fondono con quelli della moschea che le sorge accanto. Insomma una storia che fa i conti con quello che l’Iran è stato e quello in cui è divenuto con la rivoluzione islamica che ha prodotto guerre e sulla quale si è stesa la lunga ombra dell’ayatollah Komeini. </p>
<p>Lo stile di Kader Abdolah è, particolarmente piacevole e accattivante: la sua narrazione scorre veloce, è ben oliata e consente al lettore non soltanto di seguire le complesse vicissitudini di tutti coloro che intervengono all&#8217;interno del libro, ma anche di non vedere cali di attenzione o di interesse.</p>
<p>Gli argomenti toccati grazie all&#8217;autore sono, inoltre, molteplici, e vanno dall&#8217;amore, casto o passionale, alla guerra, per giungere alla fede e al coraggio, tutti sapientemente trattati dall&#8217;autore in modo spesso intimo e personale.  Grazie a queste caratteristiche risulta facile  immedesimarsi nelle due “nonne” che sperano di poter realizzare il proprio sogno di recarsi alla Mecca, o nel tenace Aga Jan, capofamiglia che affronta il dolore con forza e dignità.</p>
<p>Le pagine di Kader Abdolah sono, perciò degne di essere lette per i loro messaggi, per le belle emozioni suscitate nel lettore e per lo stile, soave, forte e forbito allo stesso tempo.</p>
<p>Informazioni sul volume:<br /><strong>La casa della moschea</strong><br />Kader Abdolah<br />(traduzione Elisabetta Svaluto Moreolo)<br />Pag. 466, <br />€ 18.50<br />Iperborea</p></p>
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		<title>Il decano</title>
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		<pubDate>Sat, 22 Mar 2008 18:25:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Onofrio Oscar Zirafi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il dottor Spencer, un tipo pallido, magro e coi capelli rossi, decano associato dell’importante Università del Texas, svuota il suo conto in banca e lascia Austin, rifugiandosi sotto falsa identità in una piccola pensione al limitare del grande deserto, e tutto ciò per un motivo a noi sconosciuto. L’altro attore è Paul Chapman, il Decano, un abilissimo e “demoniaco” manovratore che ha strane relazioni con alcuni accadimenti singolari e con pratiche esoteriche. Se con “Il decano”(Iperborea) di Lars Gurstafsson pensate di trovarvi di fronte al tipico “gialletto” tranquillo, di facile lettura e senza pretese, beh, siete decisamente fuori strada. 

Il decano - Lars Gustafsson - Iperborea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 110px"><a href="/wp-content/uploads/_old/20080322/IlDecano-Gustafsson.jpg"><img title="Il decano - Lars Gustafsson - Iperborea" src="/wp-content/uploads/_old/20080322/IlDecano-Gustafsson.jpg" alt="Il decano - Lars Gustafsson - Iperborea" width="100" height="200" /></a><p class="wp-caption-text">Il decano - Lars Gustafsson - Iperborea</p></div>
<p>Il dottor Spencer, un tipo pallido, magro e coi capelli rossi, decano associato dell’importante Università del Texas, svuota il suo conto in banca e lascia Austin, rifugiandosi sotto falsa identità in una piccola pensione al limitare del grande deserto, e tutto ciò per un motivo a noi sconosciuto. L’altro attore è Paul Chapman, il Decano, un abilissimo e “demoniaco” manovratore che ha strane relazioni con alcuni accadimenti singolari e con pratiche esoteriche. Se con “Il decano”(Iperborea) di Lars Gurstafsson pensate di trovarvi di fronte al tipico “gialletto” tranquillo, di facile lettura e senza pretese, beh, siete decisamente fuori strada.</p>
<p><strong><em>Il decano &#8211; Lars Gustafsson &#8211; Iperborea</em></strong></p>
<p>Se con Il decano pensate di trovarvi di fronte al tipico “gialletto” tranquillo, di facile lettura e senza pretese, beh, siete decisamente fuori strada. Anzi, tanto per sottolineare l’estrema raffinatezza e complessità di questa opera, possiamo tracciare un parallelo, soprattutto strutturale, con un arcinoto capolavoro della letteratura italiana: La coscienza di Zeno.</p>
<p>Anche qui, infatti, siamo di fronte ad una sorta di romanzo-diario in cui la riflessione è preponderante, ad un senso complessivo perennemente sfuggente e che il lettore è chiamato a costruire pagina dopo pagina, ad una ricca trama di riferimenti colti (soprattutto filosofici), ad una scrittura di carattere decisamente personale affine al famoso “flusso di coscienza” (con continui sbalzi logici e temporali annessi) ed infine, ecco un’ulteriore variante del cosiddetto “manoscritto ritrovato”: si finge, infatti, che le carte costituenti il libro che leggiamo vengano ritrovate, in uno stato di conservazione parziale e lacunoso, nella macchina abbandonata del protagonista e raccolte da una persona altra rispetto a lui.</p>
<p>L’inizio è decisamente intrigante. Il dottor Spencer (l’io narrante), un tipo pallido, magro e coi capelli rossi, decano associato dell’importante Università del Texas, svuota il suo conto in banca e lascia Austin, rifugiandosi sotto falsa identità in una piccola pensione al limitare del grande deserto, e tutto ciò per un motivo a noi sconosciuto.</p>
<p>L’altro attore di spicco di questa non-vicenda è Paul Chapman, il Decano. Reduce del Vietnam bloccato su una sedia a rotelle, eppure estremamente mobile e capace di comparire ovunque e all’improvviso; elegante, calvo, una corta barbetta grigia ben curata e, soprattutto, due occhi di un azzurro glaciale, due occhi che hanno visto il peggio. Un abilissimo manovratore del consiglio universitario, determinato e pronto a tutto, ammantato da un’aura che il protagonista non esita a definire “demoniaca” e in relazione con strani accadimenti, con pratiche sciamaniche, esoteriche, allucinogene.</p>
<p>L’intero libro è di fatto costituito da schegge di memoria spesso senza congiunzione, stralci di narrazione e filoni di riflessione difficili da riconnettere, il tutto condito da “interruzioni” sempre posizionate ad hoc: non appena la narrazione arriva ad un punto chiave, subito il testo s’interrompe, suscitando attesa e curiosità nel lettore. Lo scrittore stesso è ben cosciente, in una prospettiva moderna e meta-letteraria, del suo stile frammentato, poco elegante ed equilibrato, della sua scrittura che procede a singulti, sull’onda di un ricordo a volte torrenziale a volte distillato in piccole gocce.</p>
<p>Tra le maglie larghe delle conversazioni tra i due accademici sono soprattutto due i temi trattati con assiduità: il nulla (connesso alla presenza del deserto), un grande senso di vuoto, il percepire il mondo come caratterizzato da un’assenza totale di significato, e il ricordo ossessivo e bruciante della guerra in Vietnam, quell’inferno dantesco di morte e violenza che ancora reclama vendetta per un traditore misterioso. </p>
<p>A circa tre quarti del libro ecco emergere un episodio che, seppur delineato con pochi tratti, comincia a rischiarare la trama, conducendo il lettore in fondo alla storia: Richard Palmer detto “il leccato”, nuovo direttore accademico e nemico giurato del Decano, viene trovato privo di vita. Dopo l’accaduto, infatti, il Decano accentua le sue stranezze: affida a Spencer strani incarichi che non gli competono, lo costringe ad accompagnarlo a bizzarre sedute di pesca, matura con lui la possibilità di uno scambio reciproco di favori…</p>
<p>Informazioni sul libro:<br />Titolo: <strong>IL DECANO<br /></strong>Autore: Lars Gustafsson<br />Prezzo: € 14,00<br />Editore: Iperborea<br />Pagine 216</p>
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		<title>Il segreto impenetrabile</title>
		<link>http://www.puralanadivetro.it/2007/03/26/il-segreto-impenetrabile/</link>
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		<pubDate>Mon, 26 Mar 2007 20:31:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Impenetrabile come quelle case del quartiere di Romsås fuori Oslo. Modello dell’altissima qualità norvegese e della penisola scandinava tutta. Ma le strade sono deserte, il centro commerciale è vuoto come anche la piscina, proprio in un luogo in cui le sfere politiche del paese avevano messo assieme i propri sforzi per un centro residenziale capace di livellare urbanistica e verde. Proprio in quelle case si consuma l’omicidio di Ylva, moglie di Bjørn, di cui AG, amico dell’autore coprotagonista, si era invaghito. Tutto si consuma in silenzio, la morte, la confessione, il segreto, per un romanzo che vuole fare delle domande sociali. Arriva per la prima volta in Italia “Tentativo di descrivere l’impenetrabile” (Iperborea) di Dag Solstad, uno degli autori più importanti del nord europa. 

Tentativo di descrivere l’impenetrabile – Dag Solstad – Iperborea
Traduzione di Massimo Ciaravolo e Maria Valeria d’Avino Postfazione di Massimo Ciaravolo]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 120px"><img title="Tentativo di descrivere l’impenetrabile – Dag Solstad – Iperborea" src="/wp-content/uploads/_old/20070326/descrivereimpenetrabile.jpg" alt="Tentativo di descrivere l’impenetrabile – Dag Solstad – Iperborea" width="110" height="221" /><p class="wp-caption-text">Tentativo di descrivere l’impenetrabile – Dag Solstad – Iperborea</p></div>Impenetrabile come quelle case del quartiere di Romsås fuori Oslo. Modello dell’altissima qualità norvegese e della penisola scandinava tutta. Ma le strade sono deserte, il centro commerciale è vuoto come anche la piscina, proprio in un luogo in cui le sfere politiche del paese avevano messo assieme i propri sforzi per un centro residenziale capace di livellare urbanistica e verde. Proprio in quelle case si consuma l’omicidio di Ylva, moglie di Bjørn, di cui AG, amico dell’autore coprotagonista, si era invaghito. Tutto si consuma in silenzio, la morte, la confessione, il segreto, per un romanzo che vuole fare delle domande sociali. Arriva per la prima volta in Italia “Tentativo di descrivere l’impenetrabile” (Iperborea) di Dag Solstad, uno degli autori più importanti del nord europa. </p>
<p><em><strong>Tentativo di descrivere l’impenetrabile – Dag Solstad – Iperborea<br />Traduzione di Massimo Ciaravolo e Maria Valeria d’Avino Postfazione di Massimo Ciaravolo</strong></em></p>
<p>Tutti noi, e con noi ci riferiamo allo stivale italiano, la penisola iberica ed anche la Francia, pensiamo che la Scandinavia sia quel mito sociale in cui in nostri vecchi e stantii paesi dovrebbero trasformarsi. Ma poi, sarò tutto vero? Ne avevamo avuto qualche dubbio quando tra le pagine di questo giornale &#8211; perché poi, fregandocene della scaramanzia ci vogliamo permettere di dire che presto sarà tale &#8211; Ulf Peter Hallberg, paragonando l&#8217;Italia e Svezia in una intervista per il suo &#8220;Il Calcio Rubato&#8221; (Iperborea) ci aveva detto il contrario, che da una parte, una organizzazione sociale incredibilmente avanzata li faceva andare fieri di quello che avevano innalzato, dall&#8217;altra un mondo troppo organizzato ha ridotto la gioia di vivere per una noia incontenibile. Ora è il turno di leggere Dag Solstad con il suo &#8220;Tentativo di descrivere l&#8217;impenetrabile&#8221; (Iperborea). Solstad, amato dalla critica, insignito al Premio del Consiglio Nordico (1989) sa scavare in profondità nella società del suo paese per capire come all&#8217;ombra della socialdemocrazia ci sia una spessa coltre di solitudine ed un distacco tra il modello sociale ed il problema.<br />La storia parte da una telefonata, tra Solstad, coprotagonista, e Arne Gunnar Larsen (AG), qualche giorno prima della sua partenza per il Messico. AG chiama per due chiacchiere. Gli chiede di parlare del suo ultimo romanzo lasciando capire che tra le righe avverte un certo abbandono da certi ideali rivoluzionari che erano stati il perno portante della loro formazione universitaria. Attaccato alle proprie battaglie AG, pragmatico all&#8217;accesso, ha sempre seguito le strade della fattibilità.<br />Da quella chiacchierata in città si finisce nella casa di Romsås dove AG si è trasferito al chiudersi del suo matrimonio. Aveva voluto abitare in quel quartiere per due motivi, il primo era abitare in uno dei quartieri della periferia di Oslo primi nell&#8217;equilibrio tra urbanistica e verde, in cui lui stesso aveva messo mano per la sua progettazione; secondo voleva stare con il popolo, da  una vita agiata e borghese aveva deciso di vivere proprio tra quelle persone per le quali aveva lavorato una vita. In quella casa, l&#8217;impenetrabile della storia che la deve descrivere, conosce i vicini, Bjørn e Ylva, giovani e con un figlio piccolo.<br />Quello che pareva un paradiso viene meno di li a qualche mese quando, Solstad, di ritorno dal Messico riceve una nuova telefonata da AG che gli deve dire assolutamente delle cose.<br />Quella Romsås in cui vive non è quello che aveva sperato di vedere, ciò per cui aveva combattuto anni. Strade vuote la sera, come lo sono il centro commerciale e la piscina comunale. In quella piccola oasi emblema di una paese conosciuto al mondo per il più alto grado di qualità della vita, la gente sta in casa, dietro quelle finestre, nascosta e sola. Perché Bjørn, per vivere in quel meraviglioso quartiere, fa due lavori pagati male,  sta in poltrona tutto il giorno a guardare telefilm senza passare un minuto con la moglie. La moglie, sempre più attirata dalle avances di AG spera anche in una vita migliore in quella che il marito non le ha offerto. E non solo, quando Ylva dice che lo vuole lasciare lui la uccide innescando un meccanismo sempre più perverso nel succedere degli eventi fino al finale.<br />Solstad, scrittore prolifico, arriva in Italia con questa prima storia del 1984 per Iperborea, tradotto per la brava mano di Massimo Ciaravolo &#8211; che ne ha anche curato la postfazione &#8211; e Maria Valeria d&#8217;Avino. <br />Come l&#8217;autore stesso aveva affermato qualche tempo fa in una intervista, i suoi romanzi non vogliono essere delle risposte ma delle domande, interrogarsi sui vizi e virtù delle idee e delle cose che abbiamo di fronte. Per lungo tempo è stato conosciuto solo nel proprio paese  e nei limitrofi vicini per lingua e contesto, ma solo oggi esce dalle sue frontiere per essere tradotto in Europa come finestra sulla realtà dei paesi nordici, offrendoci quelle stesse domande che anche noi ci facciamo nel procedere delle conquiste sociali e politiche, spesso senza i diretti interessati. Forse questo libro è la controindicazione della medicina. Avremo modo di riparlarne.</p>
<p>Informazioni sul libro:<br />Titolo: Tentativo di descrivere l&#8217;impenetrabile<br />Autore: Dag Solstad<br />Editore: Iperborea<br />Traduzione: Massimo Ciaravolo e Maria Valeria d&#8217;Avino<br />Pagine: 216<br />Prezzo: 14€</p>
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		<title>La bellezza incontrollabile dell’essere</title>
		<link>http://www.puralanadivetro.it/2006/07/07/calcio-rubato-ulf-peter-hallberg-iperborea-intervista/</link>
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		<pubDate>Fri, 07 Jul 2006 12:34:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Durante i mondiali di Calcio Germania 2006 l’uscita nelle librerie dell’ultimo romanzo di Ulf Peter Hallberg dal titolo “Il calcio rubato” (Iperborea) ci porta alla mente un altro campionato importante che si è svolto nel nostro paese più di quindici anni fa. Questo libro è stato pubblicato sia in Italia che in Svezia allo stesso tempo riprendendo ed estendendo i vecchi reportage su “Italia 90” dello stesso Hallberg, scritti assieme a Fredrik Ekelund nel 1990. Questo insieme di racconti è riuscito a dipingere il quadro di un’Italia dei film che l’hanno resa famosa nel mondo ed un paese nuovo e politicizzato anticipando quello che sarebbe poi venuto dopo con gli scandali della prima repubblica. Abbiamo raggiunto l’autore che ci ha concesso via mail una lunga intervista regalandoci un giardino segreto ricchissimo.

Il calcio rubato - Racconti Italiani -- Iperborea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><img title="Il calcio rubato - Racconti Italiani -- Iperborea" src="/wp-content/uploads/_old/20060707/uphallberg.jpg" alt="Il calcio rubato - Racconti Italiani -- Iperborea" width="300" height="447" /><p class="wp-caption-text">Ulf Peter Hallberg</p></div>
<p>Durante i mondiali di Calcio Germania 2006 l’uscita nelle librerie dell’ultimo romanzo di Ulf Peter Hallberg dal titolo “Il calcio rubato” (Iperborea) ci porta alla mente un altro campionato importante che si è svolto nel nostro paese più di quindici anni fa. Questo libro è stato pubblicato sia in Italia che in Svezia allo stesso tempo riprendendo ed estendendo i vecchi reportage su “Italia 90” dello stesso Hallberg, scritti assieme a Fredrik Ekelund nel 1990. Questo insieme di racconti è riuscito a dipingere il quadro di un’Italia dei film che l’hanno resa famosa nel mondo ed un paese nuovo e politicizzato anticipando quello che sarebbe poi venuto dopo con gli scandali della prima repubblica. Abbiamo contattato l’autore nella sua abitazione di Berlino e, per usare termini calcistici, abbiamo giocato una secco botta e risposta per scoprire il suo “giardino segreto”: abbiamo parlato del libro e spaziato sul suo autore. Perché in fondo, il “giardino segreto”è quel luogo in cui ci rifugiamo tutti per conservare i nostri segreti più profondi ed i sogni per vivere la nostra vita. <strong> </strong></p>
<p><strong>Prima di tutto, come mai hai deciso di aggiungere nuovo materiale ai primi racconti e farne un libro? Cos’altro hai avuto il bisogno di aggiungere?</strong></p>
<p>Sono stato fortemente ispirato sia dal traduttore che dall’editore, Massimo Ciaravolo e Emilia Lodigiani, che sono poi divenuti cari amici, Gli piacevano le mie storie scritte per “Italia 90” e mi hanno suggerito di pubblicarle. È successo però che nel rileggere quello che avevo già scritto mi sono accorto di qualcosa. Prima non ne avevo una chiara idea, non capivo che fosse, c’era un che di magico in quelle storie che ho sempre amato leggere davanti al pubblico della libreria in Svezia. Ho cominciato a pensarci e a farmi delle domande fino a che non ho scoperto che era un senso di perdita, come un senso di nostalgia di un tempo passato – ed era anche come avere l’impressione che avessi scritto in un momento di cambiamento epocale carpendone intuitivamente qualcosa nella bellezza del raccontare un momento come quello di “Italia 90” che ha significato così tanto per me. Ho viaggiato l’Italia in lungo e largo, mia moglie era con me – cosa poco comune per gli scrittori – ma ci eravamo appena sposati e mi piace stare con lei allora come oggi. Il mio amico scrittore Fredrik (Fredrik Ekelund N.d.R) era l’esperto l’apripista, il solitario che lascia donne e figli altrove per scrivere – mentre io scrivo dall’interno della mia vita privata e dei miei affetti. Rispetto al calcio ero io il nichilista, quello che da piccolo lo aveva totalmente rifiutato, e arrivai in Italia sapendo proprio poco in merito. Mi aggregai agli altri per capire e imparare. Non ero accreditato da nessuna parte e quindi mi compravo i biglietti al mercato nero o mi affidavo alla simpatia che mi guadagnavo negli uffici stampa. Per la verità è stato reso tutto possibile grazie ad una cara persona chiamata Dottor Borgogno al quale sarò sempre grato. In generale stavo con i tifosi, stavo con persone che venivano da tutto il mondo per capire il punto di vista che avevano su di esso. Ed è anche stata una promessa esistenziale fatta a Fredrik – perchè devi fare delle promesse esistenziali quando vuoi viaggiare nell’Ignoto. Ho visto un mondo di persone venute per i Mondiali 1990 su questo suolo antico che è l’Italia. E quando ho condiviso la passione dei tifosi sono rimasto incredibilmente affascinato, da loro ho preso talmente tanto da far divenire lo scrivere un vero divertimento perchè l’esperienza di vita viene prima di tutto. Ho fatto una bella deviazione alla domanda ma era necessario farla. Insomma, quando Emilia Lodigiani, la mia cara editrice, ha voluto pubblicare il libro ho sentito che questo volume era un caso. Non c’era modo di fermare la Sharazade in me. Ho dovuto tornare in Italia per delle letture nel 2002 a Milano, Roma, Piacenza e Trieste con“Lo sguardo del flâneur”, lì il mio vecchio amore per questa terra ricomiciò a rodermi e mi sono accorto che le cose sono cambiate molto. Ho scritto quei dieci racconti in un “anno di grazia” ma in una qualche maniera avevo anche visto gli eventi che stavano per giungere di lì a poco e che avrebbero portato il calcio allo sleale fenomeno politico ed economico di oggi. Lì ho voluto fare delle aggiunte e scrivere del problema “Forza Italia” dal mio punto di vista pieno di apprensione, tristezza e solidarietà verso il cosiddetto “popolino”. Ho il sentore che grossi bastardi come Berlusconi non abbiamo proprio nulla da dire, i loro successi e le loro agende sono solo libri pieni di egotismo e tirannia, mentre quella che chiamiamo “vita normale” contiene una strana magia – come gli occhi dei bambini &#8211; ed è per questo che ho sempre amato tanto vivere a Napoli e ci torno quando posso. È come una sorta di “Vita nonostante tutto”. Beh… ecco come ho deciso di scrivere le altre storie, ecco come Anders Ranke e Mikael de Neergaard hanno preso vita ed ecco come ho creato un giardino delle farfalle ricco di segreti per offrire ai miei lettori nutrimento sufficiente nel mondo del populismo a tutto spiano. <strong> </strong></p>
<p><strong>In questi racconti descrivi città, come erano e come sono poi peggiorate (porti sempre chiusi a Venezia, Genova, uno scenario di Napoli terribile, Bologna e di come tutte le cose brutte che ha fatto la “Destra” sono passare in sordina e dimenticate mentre quelle della “Sinistra” continuamente punite e criticate). Secondo te, cos’è diventata l’Italia?</strong></p>
<p>Se la Svezia è una DDR americana, direi che l’“Italia di Berlusconi” appena uscita di scena è qualcosa come “Il dissesto del presente” oppure “La perdita completa del proprio passato” oppure ancora “La finta legge &amp; il vero disordine” ma, fortunatamente per tutti, &#8211; tranne impostori e pallisti – l’Italia si trova in una sorta di “situazione alla pari” dove la riflessione e il buonsenso stanno combattendo egotismo e la sopportazione passiva. Così, dopo che ho finito “Il calcio rubato”, l’Italia si è trovata nello stesso conflitto dei miei protagonisti Anders Ranke e Mikael de Neergaard – che con le loro vite cercano di reagire in maniere diverse ai problemi dell’ “essere umano”, del come trattare tuo “fratello” e il prossimo. Prendiamo le città, ho sempre avuto l’impressione che quelle grandi non si possano controllare, hanno sempre un effetto destabilizzante sui governi e le idee dominanti. Come se in fondo la città sappia pensare per se e, con i suoi abitanti, riesce a trovare reti e vie per sfuggire ai meccanismi, via da dogmi e ciò che è falso o non autentico. Amo le grandi città per questo ed è così che sono venuto a Berlino nel 1983, via dal piccolo e bigotto centro di Malmö. Il mio quartiere di Schöneberg è la cosa più vicina a quello che potresti trovare nell’East Village di New York. Mi piace l’aria cosmopolita delle sue strade, il mix di persone, idee, esperienze ed età. Tutto questo mette empatia nelle cose che vedi trovando la giusta porta da aprire per un raggio di sole, evocando una antica saggezza o quella conoscenza intuitiva dei bambini su quello che è giusto e quello che non lo è.</p>
<p><strong> Pensi che ci sia una maniera per richiamare quell’Italia della “Bella Vita” che l’ha resa famosa nel mondo?</strong></p>
<p>La “Bella vita” dell’Italia è sempre presente. In questo paese la forza del suo passato è più forte di qualsiasi altra di un altro paese, quindi è stato un vero shock essere testimoni di come l’era di Berlusconi abbia danneggiato così pesantemente un lavoro fatto in millenni. Inaspettatamente anche la televisione contribuisce offrendo informazioni e idee che completano questo processo di distruzione dei valori. Questo processo ha acquistato velocità alla fine degli anni ’80 e l’anno di “Italia 90” è stata la soglia per decretare il successo di questa “Guerra mondiale e satellitare contro l’umanità”. È come lo stadio di Bari, che mi ha comunicato che eravamo arrivati a una nuova “Era dell’Alta Tecnologia”, in questo “Deserto dell’Oggi” dove alcune persone rispettabili fanno urrà a un successo che spazza via i molti e dà sollievo ai pochi. È un po’ come il sorrisetto delle vallette della televisione dai seni sempre sul punto di uscire dai loro vestitini argentati a significare che saremmo stati parte di un’era che sposava vecchi senza scrupoli e quelle tette per motivi di potere; era il segno di una sessualità vuota che parlava in termini di potere e soldi, decretando una sorta di “Fedeltà nel grande bordello”. Non ho mai avuto nulla in contrario ad un bel seno ma non voglio che questi vengano manipolati da dita sporche. Ciò che è stato provato in maniera brutale per “Italia novanta” è stato il mettere assieme sesso e soldi, grossi affari e calcio, fare goal legalizzare il crimine. L’era che venne avrebbe potuto essere la fine della democrazia, se gli elettori di chi riciclava il denaro sporco avessero avuto la meglio per un altro paio di anni. Ma più della metà degli italiani ha capito che il mito della bellezza e dell’eterna giovinezza non può che terminare in un egotismo eterno ed una eterna disperazione. È per questo che gli italiani stanno tornando alla vita ed è qui che questo paese ha la sua seconda occasione per combattere per la “Bella Vita” conosciuta in tutto il mondo. È come se un vento che spira dal passato stesse tornando nelle vele, ma questa “Bella vita” deve essere guadagnata e protetta ogni singolo momento. Adesso l’abbiamo capito. <strong> </strong></p>
<p><strong>Nella fine de“La tribuna d’onore nel deserto” scrivi (nei panni di Ranke) assieme ad Anna Blume che non avevate idea di che cosa eravate stati testimoni. Nel mondo reale, di che cosa eravate stati testimoni?</strong></p>
<p>Alla fine del racconto Andres Ranke e Anna Blume saltano su un treno prenotato interamente da giapponesi perché vogliono vedere la finale a Roma il giorno dopo. Erano sul punto di essere scaricati dal treno quando una lacrima scende dalla guancia di Anna che smuove il capotreno e i giapponesi, convincendoli a farli rimanere. È la bellezza di una giovane ragazza, una lacrima, lo scendere piano,… che ha la magia di cambiare tutto, una sorta di vero momento di dignità umana in cui tutti capiscono: se ci si passa sopra, si perde del tutto l’umanità! La frase: “Non avevamo la minima idea di cosa eravamo stati testimoni” è sia vera che falsa, come tutte le cose che riguardano l’arte. Suggerisce l’incertezza di Ranke sul fatto che il mondo di oggi sia realtà. Ma include anche, come ogni negazione di ciò che hai visto, un’altra realtà, quella interiore, che in questo racconto come negli altri, scritti in stili diversi, sta nella lingua, dentro i segreti e le domande, nell’effetto incontrollabile di ciò che non è detto e non chiaramente comprensibile. Ranke si fa portavoce di tutto questo usado solo una semplice frase. Ogni cosa contiene anche il suo opposto. Mi piace la lingua per la sua grande capacità di lasciare discorsi aperti; rappresenta così il meglio della vita, la bellezza incontrollabile dell’essere. <strong> </strong></p>
<p><strong>Parliamo di calcio, “Italia 90”, l’Italia e la Svezia. Sono quindi obbligato a chiedere quanto gli Italiani e gli svedesi sono diversi. Nei primi racconti fai un paragone sulle diverse modalità di approccio tra italiani, svedesi e brasiliani, allora, quali sono le diversità? E come mai, tu (e gli scandinavi in genere) amate tanto questo paese? Solo per la stagione?</strong></p>
<p>Partiamo da noi, credo che come svedesi abbiamo un ingenuo ottimismo che ci salva da un sacco di pessimismo ma anche da più rigorose analisi di coscienza e realistiche maniere di vedere successi e rischi nelle cose. Prendi il nostro commissario tecnico Lagerbäck, dopo che la Germania ci ha mangiati vivi agli ottavi di finale lo scorso 23 giugno. Dopo la partita ha detto: “La squadra ha giocato veramente bene, è stata meraviogliosa”. Invece abbiamo giocato incredibilmente male, il calcio di rigore di Henke Larsson è stato un autentico incubo ma il problema peggiore è stato la mancanza di tattica, eravamo troppo aperti all’inizio, invece di innervosire la Germania chiudendo gli spazi e giocando di rimessa. Uno svedese verace non vede mai i lati negativi del proprio fallimento ed in particolare se questo vuole rimanere coach come Lagerbäck, che anche se ha fatto un brutto lavoro, non vede che è un completo fiasco di carisma e presenza, come un bulldog stremato, sempre vestito come se fosse nel tempo libero, al momento giusto dà l’impressione che non ci sia, e che pensa più ai corn flakes della prossima colazione che alla squadra. Gli svedesi dovrebbero stare più all’aperto, siamo viziati dalla generosità della nostra società. È una società dello “sto bene e vivo bene”, staccata dai problemi e dalle ansie della vita. Abbiamo perso molto il contatto. Nella nostra società, ed è un fenomeno in forte crescita negli ultimi anni, quando c’è un problema la gente si lamenta che è malata, burnt out,e si fa un anno di malattia per riprendersi dal divorzio o dai problemi della mezza età o dalla consapevolezza che la vita finisce. Per i brasiliani … amo il loro modo di esserci e la loro gioia, guarda Ronaldinho, ride e fa scherzi. Tutti i fan sono brillanti, tutti si portano la palla per giocare. E sono anche molto sensuali, quando sono in giro è come vedere il divertimento della vita. Probabilmente il loro problema è che si sono abituati a non vedere la povertà e la sopraffazione. A un tratto scopri che i tifosi brasiliani sono tutti delle classi agiate. Quelli italiani e svedesi sono più misti. Mi fa felice la generosità dei brasiliani perché ho sempre pensato che tutti noi che dobbiamo combattere per sopravvivere dovremmo essere più generosi con i soldi e i sentimenti. Più dai, più ricevi. I tifosi italiani sono meravigliosi, come dei bambini gioiosi, aperti e pieni di emozioni. Ma il problema sta nel fatto che vedono solo le loro cose, come il genitore che viene alla festa di fine anno a scuola e si interessa solo di suo figlio, come se tutti gli altri non esistessero. Mia madre era insegnante ed ha sempre odiato questo approccio. Negli ultimi anni di vita la cosa l’ha rattristata molto vedendo che tutti i genitori facevano in questa maniera. Credo che fosse così piena di vita perché amava tutti. Credo che sia questo il grande regalo che mi ha dato. Ho molti difetti ma mi piace la gente in generale, pure lei con i suoi difetti. Credo che sia una questione di apertura, amare un po’ tutti e non solo il tuo ristretto gruppo di persone. Quando l’Italia perde è come vedere una massa di persone che piange, come studentelli viziati che danno la colpa a tutti tranne che a se stessi. Quando i brasiliani perdono, scommetto che bevono a dismisura e fanno sesso non protetto. Gli svedesi, al contrario danno sempre una prospettiva sociale alle loro sconfitte, come a Torino nel ’90, quando un tifoso svedese riusciì a dare un senso positivo a una situazione di tristezza, alla fine della partita persa con il Brasile per 1-2. Disse: “È pur sempre la più grande città di merda in cui abbiamo perso…”</p>
<p><strong>Alla fine del libro leggiamo di una degenerazione dell’uomo mediterraneo. Cosa sta succedendo a questo tipo di persone e quale differenza c’è con quello scandinavo? Pare una domanda stupida ma spesso è come se ci fosse un grosso muro nel mezzo dell’Europa ed abbiamo una strana idea della Scandinavia che sta dall’altra parte.</strong></p>
<p>Credo che ci dovremmo incontrare di più. L’ispirazione che ho preso dall’uomo mediterraneo è stata essenziale per la mia comprensione della vita. Vuol dire essere presenti, nella foga del momento, vivendo, parlando, gioendo ed amando. Qualche volta siete presuntuosi, ma ci siete. le preoccupazioni sono messe da parte. Ma quando diventa troppo, qualcuno deve tirare fuori il cartellino rosso per gioco scorretto. Può essere assai frustrante se ognuno è preso dal suo momento, come negli ingorghi di Napoli, e non si cura minimamente degli altri. In Germania dove vivo, o meglio io vivo a Berlino che non è proprio la stessa cosa… comunque, qui parlano poco quando mangiano. Hanno un problema di efficienza, pensano che ogni cosa abbia il suo momento, uno dopo l’altro. Non realizzano la bellezza delle cose per processi paralleli. Non si divertono molto. Cercano sempre i difetti e molti di loro vivono la vita senza nessuna apertura verso gli altri. È una strana sovravalutazione del significato di rispetto. È come ammazzare la vita con regole ed obblighi. Vado abbastanza orgoglioso della vita sociale che si vive in Svezia, che trovo ancora assai sviluppata. È bello viverci perché c’è una bella atmosfera amichevole e rinfrescante. Ma d’altro canto abbiamo reso la nostra vita troppo sicura, molti devono crearsi dei problemi per sentirsi vivi. Una piccola comunità svedese è piena di separazioni e tradimenti, perché è troppo noioso che tutto sia programmato. E’ per questo che il Muro e la Cortina di Ferro sono caduti. Honecker (l’ex presidente della repubblica democratica tedesca, N.d.R.) voleva programmare la vita intera di un ventenne. Nessuno lo accetta. Ai tempi non c’era nessun partito politico, ma quando la vita era sbarrata in generale ed il proprio futuro era imprigionato in uno stereotipo nazionale i più giovani sono partiti ed il sistema è caduto. Incredibilmente toccante e incoraggiante, direi. <strong> </strong></p>
<p><strong>Perché un romanzo invece che un saggio sugli scandali italiani come reporter? Quale differenza c’è per te?</strong></p>
<p>Beh, guarda come lo descrivo all’inizio del libro: “Il calcio rubato è un’ opera letteraria e non contiene ritratti di persone esistenti – se si prescinde da alcuni indimenticabili calciatori. Si riconoscono con gratitudine tutti i dettagli reali che anno ispirato l’autore.” Amo la realtà. Come scrittore non credo che la mia anima sia più interessante della vita che mi sta attorno, Non sono mai riuscito davvero ad essere uno scrittore “da scrivania”, amo cercare, viaggiare, conoscere le persone e le loro storie. Per me il privilegio di essere scrittore è quello di costruire il mio universo indipendente dal tutte le realtà vere. Credo che i reportage siano noiosi e mi ritengo un cannibale con un buon palato per la carne altrui. Sono anche estremamente autocritico, almeno così credo. “Il calcio rubato” è ben lontano dall’essere un autoritratto ma personaggi diversi possono far venire fuori diverse tendenze del proprio io. E’ per questo che il mio stile non fa mai prediche e non esterna posizioni ferme. E non ho nessuna velleità, nessuna mentalità del parolone,i paroloni sono divenuti comuni quando giornalisti e potenziali-scrittori hanno cominciato ad affollare il campo della letteratura nell’era dei personaggi televisivi. Io continuo ad attaccarmi ai vecchi valori dello scrittore indipendente che lotta per la sua visione del mondo, che nasce dalla totale dedizione alla parola e alle cose che vuole dire.. Ed adesso tocca allo scrittore. Quando hai scoperto che volevi essere scrittore? Ho scritto molto da piccolo. Era la mia maniera di far fronte alle cose quando il mondo era incomprensibile e pauroso. C’è sempre stato l’impulso di mettere tutto assieme e farne una storia anche se questo avrebbe messo a nudo le cose scoprendo quello che c’è dietro. Punto a un eroismo alla Philip Marlowe, il detective legato al suo codice d’onore contro tutto il male e la sconfitta contenuta in ogni vita. Credo che le mie battaglie sono contro la morte e la dimenticanza. Amo frasi come “giorni in cui nessuno rotola tranne che le ruote allentate, dingo che parcheggiano i loro cervelli sotto le gomme, scoiattoli che non sanno trovare le loro noccioline, meccanici che hanno sempre una rotella fuori posto” Ed ecco Philip Marlowe sulla sua sedia, che aspetta il suo cliente con le pezze; ecco, quello sono io, nei cortili di Berlino, un detective privato che cerca di risolvere tutti quei casi che la maggioranza dei dingo la fuori nell’oscurità vuole ignorare. Ed ancora più importante, i bambini sono la mia maggiore attrattiva. Se c’è un codice del il mio lavoro, questo è una frase di Walter Benjamin: “Ogni infanzia realizza qualcosa di grande ed irripetibile per l’umanità intera.” Nel mio ultimo libro, Grand Tour, il narratore si identifica completamente in Don Chisciotte ma vede anche se stesso come un impostato poliziotto che cerca di liberare una donna e il suo bambino dal marito che si aggira attorno a loro con un coltello nei quartieri spagnoli di Napoli. Da giovane non ho pubblicato molto, era tutta spazzatura. Ho dovuto vivere per arrivare a dove sono come scrittore. <strong> </strong></p>
<p><strong>In questo libro c’è molto sulle persone e le loro vite come la storia dell’hooligan o il fatto che gli altri ti chiamavano hooligan quando eri Bari. Sei uno di quegli scrittori che amano vedere le sfaccettature della vita? Cosa pensi di un autore che scrive di paradossi come Arto Paasilinna? C’è un nuovo libro nel tuo futuro?</strong></p>
<p><strong> </strong> Devo dire che Paasilinna non l’ho ancora letto. Per girare la domanda, gli scrittori sono hooligan della vita, io cerco di essere normale e di vivere. Non amo molto gli scrittori, me compreso. Amo le persone che vivono una vita più immediata, senza quel TERZO OOCHIO che a volte è proprio una noia. Credo che quello che scrivo rifletta spesso questa mia visione della vita. Ma senza la scrittura credo che sarei morto o in una clinica psichiatrica. E sono molto grato del mio mestiere, grazie a quello mi vedo come un artigiano, un muratore. Con le parole sono bravo ed è anche per questo che mi piace tradurre molti grandi autori che riflettono sulla vita come Benjamin, Brecht, Büchner, Wedekind e Schiller. Ma il mio più grande amore è Shakespeare, che riesce a mettere un intero mondo in tre righe. come: “Parliamo di tombe, di vermi, di epitaffi/facciamo polvere della nostra carta e con occhi di pioggia/scriviamo il dispiacere alla base della terra…” è strano l’effetto che ti produce questa lingua. Rimango di ghiaccio e sento i brividi nelle ossa!</p>
<p><strong>Tutti gli scrittori hanno qualcosa da dire, e questo qualcosa può coprire numerosi lavori. C’è qualcosa che vuoi dire con il tuo lavoro? Lo dici a te stesso?</strong></p>
<p><strong> A chi?</strong> Odio le spiegazioni ma amo le domande. Credo di aver messo assieme un folto gruppo di lettori perplessi nel mio universo di domande. Mi piace sovraccaricare, di far capire al lettore la complessità delle cose. Ci sono fin troppi populisti al mondo. C’è una ferita in me che mi fa scrivere, ho sempre voluto essere il più vicino possibile alle cose, la mia pelle è sempre stata troppo sottile ed i miei nervi sempre troppo scoperti ai problemi degli altri. Ho sempre creduto di capire troppo portandomi il peso di tutto. E per liberarmi di questo tutto ho dovuto scrivere. Quando scrivo ho sempre più una sensazione di libertà. Posso scrivere con i figli attorno, completamente stressato, su treni e battelli, nella notte, la mattina, senza aver dormito. Come se la scrittura passasse sopra a tutto questo. Non ho più molto tempo libero perché alcune persone a me care sono molto malate ma scrivere in questi momenti è sempre stata un salvezza, ed una speranza. Concentrare tutta la mia attenzione a questa azione e dedicare tutto il mio essere a questo mi dà una sensazione di libertà che sovrasta non solo i problemi ma anche la morte. Sento sia la morte che la vita dentro di me nel momento in cui scrivo. Alcuni dei morti sono più importanti dei vivi nella scrittura perchè grazie ad essa possono tornare alla vita. E questa sensazione diviene sempre più forte di anno in anno, da quando mia madre è morta nel 1995. Molto di quello che ho scritto ha a che fare con lei. C’è sempre qualcuno che lotta contro un tumore al cervello da qualche parte nelle mie storie. Comunque, mi suona molto pretenzioso quando gli altri scrittori dicono che scrivono solo per loro stessi. Sono quelli che si infuriano per anni per le cattive recensioni o che chiamano il giorno dopo l’editore al quale hanno lasciato il manoscritto per chiedere “che ne pensi?”. Pretendono una sola risposta e nella loro vita di scrittori è come se fossero su un altare pontificando il mondo per loro conto. Il personaggio principale è sempre un eroe che deve essere sempre un po’ come loro stessi. Quando li vedi attaccano per ore con i loro problemi, se hanno una moglie è certamente un’infermiera e se sono donne attaccano sui loro uomini sbagliati. Sono incapaci di vivere ed è per questo che hanno bisogno dell’arte. Tutti gli scrittori, me compreso, hanno qualcosa che richiama questo clichè ma quando questo è ultra sviluppato – e spesso lo è – sono veramente tediosi come l’inferno. Con Raymond Chandler, il mio Grande Zio, preferisco stare a Hollywood a lottare per il bell’assegno che stare ai salottini dove questi scrittori si incontrano. Credo di avere delle responsabilità verso i miei lettori ed è per questo che voglio andarci piano con il linguaggio scrivendo solo pochi libri ma buoni sulla vita. <strong></strong></p>
<p><strong>In una delle mail precedenti che ti ho mandato mi accennavi che stavi per partire per la Svezia per un film che sarà al Festival di Venezia per lo Swedish Filminstitute. Vuoi condividere con noi qualcosa? Qui sei sceneggiatore, regista, Attore!?</strong></p>
<p>Sono un cinedipendente e ho sempre pensato che il misto che Pasolini fa di letteratura e cinema fosse una scelta di vita. Il mio primo film è stato un remake,”The Inn of the Stinking Baboon” un superotto di 12 minuti in cui ero un regista, uno sceneggiatore e un attore di 15 anni. Nel 1993 ho fatto un documentario sulla storia della DDR assieme al regista svedese Carl Slättne, dal titolo “Nowhere Land”. Poi nel 1997 ho cominciato a lavorare con il mio fratello Taviani, il regista danese Torben Skjødt Jensen, su un film sulla vita del filosofo Tedesco Walter Benjamin che si suicidò sul confine spagnolo nel 1940. Questo è stato ad un grande numero di festival. Il nostro nuovo film, che abbiamo diretto assieme nel 2005 e 2006 (scritto da me ed adattato da Torben) si chiama “Are You Playing Tonight”. È il tributo al nostro attore Erland Josephson, che ha lavorato con Bergman e Tarkovsky. È un misto tra documentario e fiction con un attore bravo, saggio e spiritoso, che parla di finzione, di realtà e di rappresentazione. Erland Josephson, accanto alla sua grande carriera filmica, il prossimo settembre 2006 festeggia i 50 anni come attore alla Royal Dramatic Theatre di Stoccolma. Il film non è solo un grande tributo ai 2500 anni di teatro europeo ma anche un’interrogarsi sulla vita e sull’arte nella tradizione del Pagliaccio del Re che dice la verità (il Re Lear di Shakespeare). Josephson, ormai leggenda vivente dice la sua: “I cimiteri sono afflollati di esseri umani immortali.” All’età di 82 anni, colpito dal Parkinson recita accanto ad alcune importanti attrici come Lena Endre, Maria Bonnevie, Stina Ekblad e Ghita Nørby. Strindberg, Chechov e Beckett sono usati in un contesto contemporaneo in cui il loro materiale drammatico crea delle circostanze in questa società che si muove a tutta velocità, cercando di dare risposte ad una grande domanda come: “Chi sono in questo breve momento, nel mondo di oggi?” è un film che si vuole ispirare alla curiosità e alla energia dell’arte: “Solo tramite l’arte è possible esprimere quello che non si capisce.” Lo Swedish Film Institute ha spedito il film per l’ammissione a Venezia e saremmo veramente felici se fosse scelto per la proiezione a quel festival. Sarebbe come un sogno che diviene realtà. Erland merita un premio alla sua vita perché si rifà ad una grande tradizione Europea. Venezia sarebbe proprio azzeccata! Amo molto I suoi canali e le scure viette.</p>
<p><strong>Dando un occhiata alla biografia leggiamo: regista teatrale, sceneggiatore, scrittore… che significa per te scrivere un libro e una sceneggiatura? Quale preferisci? Leggendo il libro ho l’impressione che ragioni per immagini e quindi direi la seconda. Tu che dici?</strong></p>
<p><strong> </strong> Preferisco i libri perchè è una libertà che non ha altri attorno che possono interferire. Ma ho imparato molto nello sceneggiare, nel come (a volte) seguire una linea della storia, come sviluppare un soggetto e organizzarmi in maniera più conscia. Si, penso per immagini, vedo le cose come se fossimo in un film che gira nella mente che cerco di rendere sempre più avvincente senza però perdere qualità dell’approfondire e del complicare. <strong> </strong></p>
<p><strong>Per il fatto che uno scrittore esprime più di altri le sue emozioni, spesso abbiamo la sensazione che faccia una vita strana per riuscire a scrivere nella sua maniera particolare. Che cosa fai quando scrivi, di che cosa hai bisogno?</strong></p>
<p>Ho bisogno solo di una penna o del mio computer. Alcune volte ho bisogno di essere completamente solo per riuscire a trasporre tutto fino alla fine. Nella vita giornaliera accompagno i miei figli negli orari stabiliti, una cosa che amo perché voglio essere presente nella loro routine quotidiana. Spesso finiamo al Kleistpark dove giochiamo calcio. Ma per l’inizio o la fine del libro devo essere solo. Prenoto sempre una stanza in una grossa città, preferibilmente con una bella famiglia vicino, come gli Arnone a Napoli (dove mi piace sentire le loro voci e la loro amicizia attorno a me), e poi scrivo. Poi faccio delle lunghe passeggiate la sera, sogno moltissimo queste situazioni e tutto va poi a finire nel libro.</p>
<p><strong> Che cosa vorresti consigliare a chi vuole fare lo scrittore da grande? Nella tua biografia leggiamo traduzioni, libri, premi come quella della Swedish Academy e il Kabarett. C’è stato qualche cosa che non è andato poi per il verso giusto? Qualcosa che avresti voluto fare ma poi….?</strong></p>
<p>A carattere generale direi: per primo vivi. Lavora sul tuo stile e non dipendere da nessuno. Leggi i classici. Per svilupparmi come scrittore ho scelto un città dove vivere costa meno e ho lavorato in situazioni diverse per arrivare alla fine del mese – ma anche per imparare il mio stile, ho fatto molti lavori strani quando ero più giovane. Spesso ho pensato che questo periodo sia stato una perdita di tempo ma poi ho capito che mi era servito per provare a me stesso che ero bravo nel tradurre le situazioni e scrivere dialoghi, riesco a carpire le differenza che le persone hanno nel dire le cose. Gravi danni sono stati fatti a Shakespeare da parte degli accademici in Svezia che hanno tappezzato il suo senso concreto con fogli e fogli di lingua pomposa. “Occhi di pioggia” non è la stessa cosa di “Sguardo pieno di lacrime”, e una sottigliezza del genere no deve essere rovinata da affermazioni presuntuose. Quei traduttori non sono mai stati assieme alla gente, non credo proprio che siano capaci di raccontare una storia o farti uno scherzo. Quindi, giù le mani da Shakespeare allora! Fottetevi tutti! Ah, scusa, credo che questo linguaggio ti sia sconosciuto. – la frase recitava “Well, hands off Shakespeare, then! Go fuck yourselves! Oh, sorry, that language is unknown to you.”, per il fatto che le prime cose di una lingua stranera che si imparano sono le parolacce, l’autore ci ha trovati preparati! N.d.T! <strong> </strong> <strong></strong></p>
<p><strong>Cercando tra i tuoi vecchi libri a quale sei più affezionato?</strong></p>
<div class="wp-caption alignright" style="width: 110px"><img title=" Il calcio rubato - Racconti Italiani - Ulf Peter Hallberg - Iperborea" src="/wp-content/uploads/_old/20060707/calcio-hallberg_p.jpg" alt=" Il calcio rubato - Racconti Italiani - Ulf Peter Hallberg - Iperborea" width="100" height="200" /><p class="wp-caption-text"> Il calcio rubato - Racconti Italiani - Ulf Peter Hallberg - Iperborea</p></div>
<p>Credo che Shakespeare sia quello che è più nel mio cuore e nella mia anima, poi ci sono Sterne e Stendhal nelle gambe; le mie mani ed i miei sensi sono accupati dal Hjalmar Söderberg e Ola Hansson; Bob Dylan nelle scarpe e… beh… Raymond Chandler e Philip Marlowe vorrei proprio dire che sono nelle mie palle. Non lo dovrei dire? Posso? – e come no! N.d.R. Ti faro vedere tutti i libri con i tuoi occhi! – ci farò un pensierino… N.d.R. Ah, scusa! Tu probabilmente ti riferivi ai miei. Allora, analizziamo la frase “I tuoi vecchi libri” per me significa tutti i libri della vasta libreria della vita, quelli che appartengono a noi lettori. Sono solo uno dei tanti che mantiene questi libri vivi. Per quelli scritti da me “Grand Tour” credo che sia quello più vicino a tutto ciò che mi appartiene. Lo sento vero per quello che ho vissuto e aperto a tutto quello che ho sempre cercato e visto. “Il calcio rubato” è il secondo favorito perchè sento che è giocoso e divertente proprio come quella lontana estate di “Italia 90”. Beh… il terzo premio se lo aggiudica “Lo sguardo del flâneur” perchè ha catturato grandemente quei cambiamenti epocali tra il 1980 e il 1999 con la caduta del Muro di Belino e i cambiamenti dell’Europa dell’est. Ebbene, grazie Svezia per le fanfaronate sulla tua stessa merda! Sulla testa della maggioranza degli elettori di oggi. – cosa avrà voluto dire l’autore con questa frase? N.d.R. <strong></strong></p>
<p><strong>Sei felice?</strong></p>
<p>Si – e riconoscente a tante persone per essere state una parte importante di tutto questo, prima di tutto la mia famiglia e i miei amici più cari. <strong> </strong></p>
<p><strong>Cosa c’è allora nel tuo giardino segreto? </strong></p>
<p>Tutto quello che puoi trovare nei miei libri. La mia capacità di rimanere affascinato dalle persone e dalle cose, e i miei due figli che giocano a calcio. E io non sto mica a guardare, sono là assieme a loro che gioco. Non sono mai stato capace di dividere me stesso dalla vita ed dall’arte. Sono una cosa sola, per me.</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>LINK</strong></span> <a href="http://www.iperborea.it/web/incipit/142_calciorubato.pdf" target="_blank"></a></p>
<p><a href="http://www.iperborea.it/web/incipit/142_calciorubato.pdf" target="_blank">I primi capitoli del libro</a></p>
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		<title>Intervista a: Arto Paasilinna</title>
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		<pubDate>Fri, 07 Jul 2006 12:10:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Come può un suicidio essere la sola via di salvezza verso la vita? Ed Arto Paasilinna, uno dei più famosi autori finlandesi, ha creato una meravigliosa ed esilarante storia in grado di spiegare quando l’idea peggiore alla fine si riveli poi la migliore per risolvere i problemi. Questo è “Piccoli suidici tra amici” pubblicato da Iperborea. Tramite il suo editore locale siamo riusciti a fare una veloce chiacchierata per posta elettronica con l’autore finlandese, ormai autore di culto in patria da essere uno dei pochi che vive della sola scrittura vedendo le sue storie trasposte per cinema, TV ed anche teatro.

Piccoli Suicidi Tra Amici - Iperborea]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><div class="wp-caption alignleft" style="width: 275px"><img title="Arto Paasilinna" src="/wp-content/uploads/_old/20060707/apaasilinna.jpg" alt="Arto Paasilinna" width="265" height="191" /><p class="wp-caption-text">Arto Paasilinna</p></div>
<p>Come può un suicidio essere la sola via di salvezza verso la vita? Ed Arto Paasilinna, uno dei più famosi autori finlandesi ha creato una meravigliosa ed esilarante storia in grado di spiegare quando l’idea peggiore alla fine si riveli poi la migliore per risolvere i problemi. Questo è “Piccoli suidici tra amici” pubblicato da Iperborea.<br />Due uomini che si trovano nello stesso posto allo stesso momento a fare la stessa cosa: suicidarsi. Nel momento in cui realizzano quello che stavano facendo capiscono che non sono soli in questo mondo. E forse molti altri potrebbero essere nella medesima situazione e vivere lo stesso problema. Che succederebbe quindi se tutti quanti si riunissero nello stesso luogo per formare il gruppo della “omicidi potenziali” e cercare un luogo adatto per dare l’ultimo saluto? Succederebbe che questa ricerca, tra feste e viaggi in giro per l’Europa è l’unica maniera per far tornare la voglia di vivere.<br />Abbiamo contattato l’autore tramite l’ufficio stampa della sua casa editrice finlandese e siamo riusciti a scoprire un pezzetto del giardino segreto dell’autore e del suo libro. Perché il giardino segreto è sempre quel posto caro a tutti noi e che ha i nostri tesori di vita.</p>
<p> </p>
<p><strong>Bene, all’inizio del libro c’è la frase “La cosa più seria nella vita è la morte e nemmeno più di tanto”. Perché? Perché pensa che dovremmo prendere la vita in maniera meno seria? A volta la vita è drammatica.</strong></p>
<p>La serietà della morte è il suo essere irrimediabile, la fine della vita. Naturalmente questo vuole dire che un atteggiamento dell’uomo verso la sua vita dovrebbe essere serio alla stessa maniera.</p>
<p><strong>Perchè questo libro? Quale è stato l’evento scatenante che le ha dato l’idea di questo libro?</strong></p>
<p>Noi finnici siamo piuttosto suicidi, più suicidi rapportati ad altri popoli di altri paesi occidentali – forse ungheresi e irlandesi sono ugualmente efferati. Semplicemente è da qui che ho avuto l’ispirazione per scrivere questa storia.</p>
<p><strong>Dalle parole scritte nel libro appare una Finlandia tutt’altro che cupa e buia. Alcune cose richiamano persino vecchi film italiani dove il dramma è la maniera per ridere delle cose serie del mondo e la vita potrebbe essere una cosa bella se sappiamo dove puntare gli occhi. Qual è il significato della vita per lei?</strong></p>
<p>Se solo lo sapessi! Magari è semplicemente la continuazione dell’evoluzione della vita – ma che significato ci sia anche in questo, è difficile che qualcuno lo sappia.</p>
<p><strong>Confessi, c’è qualcosa sotto a questa storia? A che cosa si ispira?</strong></p>
<p>La storia è immaginariamente picaresca, con gente che si scontra contro la realtà delle cose ma che fa sembrare che in Finlandia ci siano suicidi da tutte le parti. Ma ci sono anche invenzioni spassose che li mettono a contatto con situazioni diverse che li fa procedere nella loro particolare ricerca che non è quella del suicidio, ma quella del loro personale significato della vita.<br /> <strong><br />Questa storia, ed alcune già scritte sono abbastanza universali, in cui ci sono le stesse persone che vivono e amano. C’è qualcosa di particolarmente Finnico che vi fa differire dagli altri?</strong></p>
<p>Direi che i Finnici hanno uno spiccato e strano individualismo che si traduce nel modo di vivere, in cui tutti scelgono e trovano il loro stile di vita. Anche se siamo parte di un gruppo facciamo sempre per nostro conto.</p>
<p><strong>Perchè un romanzo invece di un saggio sulla vita? Invece di un romanzo potrebbe scrivere dei bellissimo reportage sul male di vivere no? Potrebbe essere una bella trovata.</strong></p>
<p>I saggi sono troppo noiosi e non mi interessano. In una storia, c’è una finzione immaginaria in cui un personaggio vive e mette se stesso nelle situazioni e problemi più terribili della vita.</p>
<p><strong>C’è un nuovo libro nel suo futuro? In questi giorni ho letto che c’è una trasposizione cinematografica basata sul libro “L’anno della Lepre” (Iperborea) con Christopher Lambert nella parte di Tom Vatanen. Quando sarà sugli schermi? É la prima trasposizione? Vuole condividere questa esperienza con noi?</strong></p>
<p>Ho in mente due o tre soggetti per delle storie ed il prossimo autunno la mia nuova storia dal titolo “Nervi freddi e sangue bollente” (traduzione letterale dall’inglese di “Cold nerves, hot blood” N.d.R.) sarà finita. Ho appena visto la versione non rifinita del “L’anno della lepre” e probabilmente la prima della pellicola sarà sugli schermi prima della fine dell’anno. In Finlandia sono state trasformate in film 5 delle mie storie. E per parlare di teatro non scrivo mai direttamente, anche se annualmente decine delle drammatizzazioni delle mie storie sono nei teatri sia di Svezia che Finlandia.</p>
<p><strong>Dando un occhiata alla sua biografica si vedono parole come: teatro, sceneggiatore, scrittore. Quale significato da a scrivere una sceneggiatura e a un libro? Quale preferisce?</strong></p>
<p>Il mio genere è il romanzo. Altri si trovano meglio a scrivere dialoghi, a me non ispira tantissimo.</p>
<p><strong>Tutti gli scrittori scrivono per dire qualcosa. Cosa vuole dire con il suo lavoro? </strong></p>
<p> </p>
<p><div class="wp-caption alignright" style="width: 210px"><img title="Piccoli Suicidi Tra Amici - Iperborea" src="/wp-content/uploads/_old/20060707/paasilinna-suicidi.jpg" alt="Piccoli Suicidi Tra Amici - Iperborea" width="200" height="398" /><p class="wp-caption-text">Piccoli Suicidi Tra Amici - Iperborea</p></div>
<p>Voglio parlare di giustizia delle cose, di come lottare per avere giustizia in maniera tale che sia tutto chiaro e limpido per tutti.</p>
<p><strong>Lavorare con le emozioni è un lavoro strano, fa qualcosa di particolare quando scrive per esprimere il proprio stile? </strong></p>
<p>Beh, molto da impiegato: la mattina lavoro, nel pomeriggio raccolgo materiale e lo studio. 5 giorni lavorativi la settimana.</p>
<p><strong>Dove trova gli elementi che mettono assieme le situazioni e lo humour che la distingue? Come nascono le idee per i suoi libri? </strong></p>
<p>Uno schermo vuoto come una pagina vuota mi danno ispirazione. Posso vantare di avere una fervida fantasia e ho decine di soggetti, basta solo scegliere.</p>
<p><strong>Che cosa si sente di dire a chi vuole divenire uno scrittore?</strong></p>
<p>Sicuramente uno scrittore in erba deve leggere, poi viaggiare, lavorare e vedere il mondo con i suoi occhi. Deve considerare la vita, la meraviglia delle cose ed anche la morte.</p>
<p><strong>Dei libri che ha scritto, ce n’è qualcuno che ama più di altri?</strong></p>
<p>Faccio del mio meglio per essere una persona felice, ma poi, non sono quasi mai felice di quello che faccio.</p>
<p><strong>Da bravo italiano non posso evitare la domanda, che ne pensa dell’Italia e degli italiani?</strong></p>
<p>Sono venuto in Italia tempo fa, anche fuori da viaggi di lavoro. Amo la sua lunga storia, la bell’architettura e le sue persone schiette e sveglie.</p>
<p><strong>È felice?</strong></p>
<p>Spesso lo sono, soprattutto quando raggiungo un successo nel lavoro che amo, ma spesso, come molti Finnici, sono spesso infelice e alla disperata ricerca di qualcosa. Ma non si sa mai che cosa.</p>
<p><strong>Che cosa c’è nel suo giardino segreto? Cosa vorrebbe che fosse letto alla fine del suo libro della vita? </strong></p>
<p>“Alla fine del mio libro della vita volevo essere esattamente là, come quello che ha voluto essere giusto e cercare di portare un pizzico chiarezza in questa vita difficile.”</p>
<p> </p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>LINK</strong></span></p>
<p><a href="http://www.iperborea.it/web/incipit/139_PaasilinnaSuicidi.pdf" target="_blank">Leggi i primi capitoli del libro</a></p>
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		<title>Colpi al cuore: questa folle realtà!</title>
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		<pubDate>Fri, 09 Jun 2006 10:40:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marco Montori</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Che cosa non si farebbe per poter vedere i propri idoli e poter interagire con loro? È la domanda che si è posto Kari Hotakainen con il suo romanzo “Colpi al cuore” (Iperborea) appena uscito nelle librerie. Siamo negli anni ’70 ed il fannullone Raimo Kytöniemi le sperimenta tutte per riuscire a parlare con i propri idoli dei film polizieschi, soprattutto quando questi vengono in Finlandia per girare Il Padrino.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<div class="wp-caption alignleft" style="width: 110px"><img title="Titolo: Colpi al cuore - Kari Hotakainen - Iperborea" src="/wp-content/uploads/_old/20060621/colpialcuorehotakainen_p.jpg" alt="Titolo: Colpi al cuore - Kari Hotakainen - Iperborea" width="100" height="200" /><p class="wp-caption-text">Titolo: Colpi al cuore - Kari Hotakainen - Iperborea</p></div>
<p>Che cosa non si farebbe per poter vedere i propri idoli e poter interagire con loro? È la domanda che si è posto Kari Hotakainen con il suo romanzo “Colpi al cuore” (Iperborea) appena uscito nelle librerie. Siamo negli anni ’70. Raimo Kytöniemi è un addetto alle riparazioni disoccupato, è un po’ fannullone e incurante della famiglia. Ilona è la moglie sulla quale grava il peso del marito, dei due figli e dall’intero menage familiare. E Ilona è stanca che il marito passi le sue giornate seduto davanti alla televisione a chiedere al servizio programmazione televisiva di mettere polizieschi e film con grandi inseguimenti. Ma la situazione è tutt’altro che vicina ad una soluzione, anzi, una decisione apparentemente staccata dalla loro realtà locale diviene il motivo conduttore di una inesorabile degenerazione del problema. Oltre oceano, alla Paramount Pictures, si decide di girare il Padrino ma si decide che per problemi di sicurezza è più sicuro che le riprese avvengano in un paese lontano dalla lunga mano della Mafia: si opta per la Finlandia. Due storie che apparentemente non hanno nulla in comune finiscono quindi per intrecciarsi perché quando Raimo viene a sapere che la troupe sta arrivando nel suo paese non vuole certo perdere l’occasione di parlare di vero cinema con i suoi miti. E scattano quindi tutti gli espedienti possibili per arrivare alle sue stelle del cinema ma non solo per partecipare alle riprese come comparsa, per essere un vero e proprio consulente cinematografico, aiuto sceneggiatore, consigliere di fiducia del regista. In un insieme di gag esilaranti vengono narrate le gesta di Raimo ed Ilona. Hotakainen ci porta in una simbolica situazione in cui ci delinea una dimensione umana tanto paradossale quanto vera e plausibile. Da fine traghettatore ci accompagna in un intelligente percorso negli aspetti profondi dell’uomo di oggi cercando di dimostrare che proprio lo staccarsi dalla realtà è l’ancora di salvezza per ritrovare il giusto equilibrio. Raimo procede nel suo squilibrato percorso rendendo il limite tra finzione e realtà sempre più labile fino a quando se ne accorge.<br />Hotakainen, nato a Pori nella Finlandia meridionale, classe 1957, definito il pupillo di Paasilinna per aver sviluppato uno stile paradossale ed esilarante allo stesso tempo, ci porta con ritmo in questa dimensione distorta sia per la stranezza del protagonista ma anche rievocando le atmosfere e le manie della gente del cinema trasformando il paradosso in schiettezza.<br />Poeta e scrittore di opere per ragazzi si cimenta con gli adulti in maniera riuscita regalandoci una risata sulle grandi manie di noi pazzi scatenati a piede libero. Lo scorso anno ha anche ricevuto il Premio del Consiglio Nordico con Via delle Trincee (di prossima pubblicazione Iperborea).</p>
<p>Informazioni sulla pubblicazione:<br />Titolo: <strong>Colpi al cuore</strong><br />Autore: Kari Hotakainen<br />Editore: Iperborea<br />Pagine: 384<br />Prezzo: 16,00€</p>
<p><span style="color: #ff6600;"><strong>LINK</strong></span></p>
<p><a href="http://www.iperborea.it/web/incipit/134_Colpi%20al%20cuore.pdf" target="_blank">LEGGI UN ESTRATTO</a></p>
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